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Rotatoria

26 dicembre 2009 Davide Nessun commento

Negli ultimi tempi mi sono trovato a girare per il Veneto e per i suoi paesini un po’ più di frequente. Nel farlo mi sono portato appresso un navigatore satellitare nuovo e aggiornato.

Nessuno si stupirà nel leggere che ho attraversato centinaia di rotatorie e che decine di queste non erano ancora nelle mappe del navigatore. A stupirmi non è stato il fatto che ce ne fossero tante (da tempo sono divenute una presenza abituale), ma il fatto che ce ne fossero di continuamente nuove. Forse che ogni incrocio che conosciamo, un giorno diverrà una rotatoria? Sta di fatto che le rotatorie fioriscono come funghi.

Ma passiamo alle metafore. Di cosa è metafora la rotatoria?

La prima volta che ho sentito parlare di rotatoria come simbolo del nostro tempo è stato alcuni anni fa. Ad usarla fu un professore di Padova, psichiatra, in occasione della presentazione di un libro sui suicidi a Rovigo. Non so essere più preciso, dato che vado a memoria, né ricordo il contesto specifico in cui stava ciò che il professore disse, ma ricordo le esatte parole: «le rotatorie sono la meridionalizzazione del nord!». La metafora era calzante anche se di sapore veteroleghista. Il professore sosteneva che stiamo prendendo l’abitudine a non avere più regole e a farci ognuno le proprie. Come nelle rotatorie, che sono la versione nordica degli incroci di Napoli. La rotatoria è il luogo dove la non regola è diventata regola; passa il più scaltro, il più veloce, il più furbo… per legge.

Qualche settimana fa, scrivendo il post Il bivio, cercavo sul web una immagine che facesse da contorno allo scritto. Mentre navigavo mi sono chiesto se anziché un bivio non fosse stato meglio mettere l’immagine di una rotatoria. Perché? Credo che la rotatoria possa essere metafora anche di quel che oggi è la politica italiana, o meglio di come si è evoluta la proposta politica italiana. Un tempo, come sulle strade, arrivavi ad un bivio e dovevi scegliere con chi stare, che parte (1) prendere. C’erano strade principali, con precedenza sulle altre; c’erano semafori ai quali fermarsi; c’era il tempo in cui attraversavi tu e il tempo in cui a passare erano gli altri. Una inversione a U era una manovra azzardata, specie su una strada principale. Poi sono arrivate le rotatorie. Perché? Perché snelliscono il traffico, lo rendono più scorrevole, ti danno gli incentivi… Anche l’impegno politico è divenuto una grande rotatoria. Arrivi nei pressi di questa grande rotonda e non sai bene quale uscita sia la tua; sai che intanto entri, perché il primo obiettivo è quello, poi si vedrà. E così nella gara degli sguardi, delle accelerate e frenate repentine, qualcuno riesce a farsi largo, ad entrare. Quando sei dentro poi inizi a girare, girare, e rigirare. Qualcuno prova anche ad uscire, ma non si sa bene se abbia preso la strada giusta, dato che ci sono ancora i vecchi cartelli, quelli di quando c’era il  semaforo. I nuovi, con le indicazioni delle uscite, non sono ancora stati installati. La rotatoria è stata costruita in fretta e furia… c’era bisogno di far presto, non si può fermare il traffico.

Oggi le rotatorie sembrano essere divenute la soluzione al dilemma di ogni incrocio. Che sia proprio così?

(1) La parola partito è composta proprio dalla radice “parte”.

Il bivio

12 dicembre 2009 Davide Nessun commento

Da un po’ provavo a mettere su “carta” una ragionata spiegazione della mia disaffezione, non alla politica, ma ai partiti italiani. Qualche giorno fa, sollecitato ancora una volta sul tema da una giovane amica le ho risposto, e ne è uscita questa missiva che vi riporto integralmente.

La tua è una bella domanda… È da un po’ che mi accingo a scrivere un post su www.generazionevaselina.it che parla proprio di questo, ma l’articolo non esce. Inizio a scriverlo, ma poi non lo finisco mai. Non so ben dirti cosa sia: se la mancanza di chiarezza, se l’incapacità di esprimere quel che penso.
Ora provo a spiegarlo a te, ma non prometto di riuscirci.
Tutto nasce dal fatto che sono sempre più persuaso della mancanza di una identità chiara nei partiti. Con identità non intendo parole come “destra”, “sinistra”, “fascisti”, “comunisti”, “ordine e disciplina”, “padania” e tutto quel che vuoi. Intendo che in nessun partito so identificare un barlume di indirizzo, di prospettiva lungimirante, qualcosa che mi faccia intuire dove vogliono andare. Sai bene come la strada che un uomo sceglie di percorrere dice molto sia delle sue aspirazioni, che della sua persona.
Per farti un esempio: un tempo il Partito Comunista Italiano veicolava, al di là di tutte le possibili scempiaggini, l’idea che si potesse realizzare un mondo più giusto; il modo in cui esso perseguiva questo suo ideale ci parlava sia del fine che perseguiva, sia di chi il PCI era.
Oggi nel PD non c’è nulla di ciò. Si parla di tutto e del contrario di tutto. Il PDL? Tanto peggio. Nel PD la parola “democratico” dice della apertura indiscriminata, ma che diviene indefinita, ad ogni prospettiva; nel PDL la parola “Libertà” significa la possibilità di parlare di qualunque tema, ma senza affrontarne alcuno. Prova ne è il fatto che sostanzialmente il dibattito politico degli anni di governo di Berlusconi è stato incentrato esclusivamente sui suoi problemi. Ciò non accade solo perché Berlusconi ne è capo e demiurgo, ma perché effettivamente non hanno una idea organica di come affrontare alcuno dei nostri problemi, per risolvere i quali si sono candidati. E non credere che nel PD le cose siano diverse. Non hanno un progetto, una idea, una prospettiva. Cambiano opinione praticamente dalla mattina alla sera al solo scopo di esistere. Sono delle macchine da voto, dei catalizzatori di consenso, ma di identità, di idee, di prospettive, di futuro…nulla! Sondano le nostre opinioni per poi provare a dirci che quel che in quel momento ci sembra utile è sempre stato il loro particolare (vedi la Lega e le questioni immigrazione e sicurezza). L’unica cosa che distingue PDL e, come ironicamente dice Grillo, il PD meno L, è che almeno nel PDL a vender fumo sono bravi.
Stante in questi termini la mia visione dei partiti (ha parlato di due principali, ma gli altri non li ritengo diversi), capisci come non posso che rinunciare al credere nei partiti che oggi ci sono.
Io voglio fare politica, perché so che con essa posso dare significato alla mia esistenza e potrò un giorno provare a rileggerla secondo un senso. Voglio fare politica, perché so che non farla è da idioti. Voglio fare politica perché può essere l’espressione più alta dell’esperienza umana, che è esperienza di comunione, di socialità, di reciprocità, di servizio e di ricerca della verità; te lo dico anche con le parole di papa Paolo VI: “Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità. La politica è una maniera esigente – ma non è la sola – di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri” (cfr. Octogesima adveninens, n. 46)  o come molti hanno tradotto questa espressione: la politica è la più alta forma di carità.
Ciò che conta è quindi iniziare a farla, non importa con chi. Mi piacerebbe avesse importanza il ‘con chi’; vorrei poter scegliere, ma la scelta richiede che esistano almeno due alternative. Nel caso italiano esistono due facce della stessa medaglia, ma la moneta che ti ritrovi in mano è la medesima. Se così è, e purtroppo ne sono convinto, ciò che resta da fare è entrarci e portarvi, per quando difficile e per quando indefinita possa apparire la cosa, una visione di futuro, di prospettiva, una identità. Se ho ragione, sarà facile riempire di senso dei meccanismi che sono solo contenitori vuoti; se mi sbaglio, tanto meglio, significherebbe che invece abbiamo dei veri partiti.

Davide

Eguaglianza

4 luglio 2009 Davide Nessun commento

Albert Einstein disse una volta che la politica è più difficile della matematica. Forse pensava all’eguaglianza. Perché questo è il concetto più difficile e più pasticciato di tutti. Intento è bicefalo, ha due teste. Per un verso eguaglianza è «identità», identicità. Cose uguali sono le stesse cose. Per un altro verso, eguaglianza è «giustizia». Ancora una volta è Aristotele che lo dice: «ingiustizia è ineguaglianza. Giustizia è eguaglianza».

Ed è sempre Aristotele che distingue tra eguaglianza «aritmetica» (o numerica) ed eguaglianza «proporzionale». La regola dell’eguaglianza aritmetica è: lo stesso a tutti. La regola dell’eguaglianza proporzionale è: lo stesso agli stessi e perciò il diverso (cose diverse) ai diversi (1). Nel primo caso tutti devono avere un piede numero 42 e vengono fornite solo scarpe con quel numero. Nel secondo caso, ogni piede ha il suo numero e perciò le scarpe hanno misure diverse. È chiaro che a volte adottiamo la prima, a volte la seconda uguaglianza. Uguali leggi sono leggi identiche per tutti, ma l’uguaglianza fiscale , per esempio, è proporzionale alla ricchezza dei cittadini: tasse eguali per eguali, ma diseguali per diseguali.

C’è un lungo elenco di tipi di eguaglianza: politica, sociale, giuridica, fino all’eguaglianza economica radicale (niente a nessuno). Quella che oggi ci interessa di più e l’«eguaglianza di opportunità»; e anche questa eguaglianza è bicefala, viene intesa in due modi radicalmente diversi. In una prima accezione le eguali opportunità sono date da un eguale accesso. Nella seconda sono date da eguali partenze. Nel primo caso si chiede eguale riconoscimento per eguali meriti e capacità. Pertanto questa eguaglianza promuove una meritocrazia: eguali carriere per eguali capacità, eguali opportunità di diventare diseguali. Nel secondo caso si chiede che le condizioni di partenza vengano rese eguali. Così, mentre l’eguale accesso rimuove ostacoli, le eguali partenze sono da fabbricare. L’eguale accesso è posto da procedure di accesso. Le eguali partenze sono poste invece da condizioni e circostanze materiali. La prima è l’eguaglianza liberale, la seconda è l’eguaglianza marxista. Come si vede, il problema delle eguaglianze è diventato complicato.

Agli esordi della Rivoluzione francese, Jean Paul Marat scriveva a Camille Desmoulins: «A che serve la libertà politica per chi non ha pane? Serve solo per teorici e politici ambiziosi». Il quesito era serio, ma la risposta inadeguata. Desmoulins l’avrebbe presto scoperto a sue spese, perché venne ghigliottinato. Che libertà non dia pane è vero. Che non interessi chi ha fame è quasi altrettanto vero (anche se non del tutto, perché la libertà consente quantomeno che il pane sia reclamato). Ma se il pane è tutto per chi non lo ha, diventa nulla (o quasi) appena c’è.

Non si vive – mi si perdoni la banalità – di solo pane. D’altronde, la domanda di Marat richiama una domanda parallela: a che serve la libertà per chi non ha pane? La risposta è la stessa: a nulla. Chi rinunzia alla libertà in cambio di pane è solo uno stupido. Se la libertà non dà pane, è ancora più vero che che non lo dà la mancanza di libertà. Sbagliando, come ha clamorosamente fatto, il calcolo dell’eguaglianza, il «marxismo realizzato», e cioè il comunismo, ha inflitto a un miliardo e mezzo di esseri umani privazioni, sofferenze e crudeltà del tutto inutili. Per voltare davvero pagina bisogna capire che tutto dipende dal rendere eguali – egualmente sottoposti a eguali leggi – gli egualizzatori. «Come eguagliare chi egualizza» è un problema di libertà politica (di ingegneria costituzionale), non certo un problema di eguaglianza materiale.

(Giovanni Sartori, La Democrazia in trenta lezioni, 2008 – Mondadori)

(1) Ricordiamo anche la già citata espressione altrettanto eloquente di don Lorenzo Milani: «Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali». (da Lettera a una professoressa, Libreria editrice Fiorentina)

Dizionario del cittadino: “identità”

23 maggio 2009 Davide Nessun commento

«A che cosa somiglia la luce di una candela quando è spenta?», si domandò un giorno Lewis Carrol. Allo stesso modo, chiunque potrebbe domandarsi: «A che cosa somiglio quando sono solo e nessuno mi vede…, vale a dire, quando mi svesto di tutti i ruoli sociali e delle maschere , utili o prudenti, con cui mi presento agli altri?» In entrambi i casi non si sa come rispondere: la luce di una candela spenta è impossibile da spiegare, esattamente come l’identità della persona che non è in presenza di nessuno né in rapporto con nessuno. Perché la mia identità non è ciò che io sono (nella mia essenza, unica e indecifrabile), ma ciò che sembro agli altri, ciò che rappresento per loro, è indistricabilmente dipendente dal mio essere sociale, tanto che se non ci fossero gli altri, anche la mia identità non ci sarebbe.

Ognuno di noi possiede molteplici identità o, se preferite, molteplici chiavi di identità, secondo le attività che svolgiamo e i rapporti che manteniamo con gli altri. Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, nonché notevole pensatore sociale, ha detto al riguardo: «Si può appartenere a molte categorie contemporaneamente. Io posso essere, nello stesso momento, un asiatico, un cittadino indiano, un bengalese con antenati originari del Bangladesh, un residente americano o britannico, un economista, un amante della filosofia, uno scrittore, un maschio, un femminista, un eterosessuale, un difensore dei diritti dei gay e delle lesbiche, con un genere di vita non religioso, di origine induista, non appartenente alla casta Bramina, non credente alla vita oltre la morte». Ognuno sceglie (il grado di consapevolezza è variabile), secondo il momento e la circostanza, quale delle proprie identità ritiene più importante o quale gli sembra meno significativa o più ingombrante (a prescindere dalle gerarchie identitarie degli altri). Per esempio, Callisto, il protagonista della Celestina di Fernando de Rojas, si autodefinisce provocatoriamente mediante l’obiettivo del suo amore carnale: «Melibeo sono e in Melibea credo…». Entrerà in conflitto, ovviamente, con coloro che pretendono che sia innanzi tutto un buon cristiano o un giovane rispettoso delle convinzioni sociali.

In linea di principio, non c’è nulla da dire contro le identità che scegliamo volontariamente, poiché rappresentano l’aspetto che più di ogni altro desideriamo presentare agli altri, e l’unica cosa che ci si può chiedere  è di assumerci poi la responsabilità delle conseguenze sociali che queste potranno comportare. Be peggio è doversi cuccare l’identità che ci hanno appioppato gli altri come prioritaria, in genere carica di connotazioni negative che non possiamo rifiutare: per esempio, essere ebrei nella Germania nazista o neri nell’Alabama del Ku-Klux-Klan. In linea di massima, però, sono tre i tipi di identità non creative e non emancipatrici per gli umani, anche qualora vengano accettate volontariamente, in grado  di trasformarsi in veri e propri ceppi o gabbie collettive che possono fare degli individui dei monomaniaci pericolosi per i loro simili:

  • Le identità esclusive. Si tratta di quelle che solo noi possiamo avere, solo noi e nessun altro, e che escludono gli altri nonostante vogliano assomigliarci. Sono quelle che fanno delle caratteristiche biologiche (il sesso, per esempio) o etniche (il colore della pelle, l’ascendenza, o persino il gruppo sanguigno) i fattori che determinano l’appartenenza sociale o la posizione occupata nella gerarchia della comunità.
  • Le identità escludenti. Sono quelle che predominano sulle altre possibili, cancellandole tutte. È l’identità di chi dice: «Io sono, innanzi tutto» cristiano o mussulmano, italiano o francese, bianco o nero, omosessuale o eterosessuale e via dicendo… Appartenere veramente a qualunque di queste categorie, per chi è posseduto da questa patologia, significa tralasciare o sottovalutare ogni altro aspetto del gioco sociale.
  • Le identità riduttive. si tratta di quelle che spiegano tutto di tutti: noi di qui siam fatti così, le donne guidano, pensano e scrivono in un determinato modo, questo è tipico dei terroni, quest’altro degli abitanti di Chioggia, I sudtirolesi devono esprimersi in tedesco, tutti gli ebrei sono uguali, il buon cristiano o il buon mussulmano sa quel che deve fare in ognuno sfera della vita: famiglia, politica, estetica, sport e chissà cos’altro. Queste identità sono come scatole cinesi o bambole russe: in quella più grande ci sono quelle più piccole, che l’interessato non può far altro che accettare insieme alla prima.

Naturalmente, il peggio delle identità sono i guardiani o i commissari politici che vegliano sulla loro purezza, controllano chi le esercita per impedire l’eresia, le impongono come cilici a coloro che non le vogliono e si ostinano perversamente a negarle a chi invece pretenderebbe di riconoscersi in esse. Mentre alcuni ottimisti oltranzisti sostengono che le varie identità, per quanto radicali, possano convivere, dialogare, «allearsi» fra loro, altri autori (Amin Maalouf, Amartya Sen) ci hanno messo in guardia contro gli indiscutibili effetti criminologici di alcune di esse. Non v’è dubbio che sarebbe bello che tutte le indentità fossero conciliabili le une con le altre (o che gli uomini si trattassero fraternamente, ecc…), ma non dobbiamo dimenticare che il rifiuto e la condanna di modi di vivere diversi è parte indiscussa di molte identità, soprattutto di quelle più chiuse, nelle tre accezioni menzionate in precedenza. Per questo motivo è indispensabile che gli stati democratici istituiscano regole cui tutte le identità devono sottomettersi, affinchè siano obbligate a rispettarsi, anche se non si amano: e, naturalmente, è altrettanto imperativo che istituiscano regole affinché nessuno debba accettare una identità che non desidera, anche se il gruppo etnicoo la famiglia cercano di imporgliela.

Dizionario del cittadino: “destra/sinistra”

16 maggio 2009 Davide 1 commento

Talvolta si dice che questa divisione netta non ha più molto senso, al giorno d’oggi: attualmente, in quesi tutti i partiti con un minimo di influenza (lasciamo perdere i pazzi, i puri, gli incontaminati e quelli che fortunatamente non contano), si mescolano reperti ideologici della tradizione liberale, socialista, conservatrice e via dicendo. L’osservazione è parzialmente vera e dimostra che gli obiettivi e le differenze degli elettori sfuggono i dettami di qualunque ortodossia. Fra l’altro, è proprio grazie a questo che il mondo va avanti. Eppure credo che sia tuttora lecito tracciare il profilo politico di ciò che è destra e di ciò che è sinistra. Naturalmente, senza dimenticare che questi termini non sono mai assoluti, ma necessariamente correlati. In altre parole, per comprendere una questione destrorsa rispetto a una determinata questione è necessario far riferimento alla visione di sinistra, e necessariamente contraria dello tesso argomento. Inoltre, le due metà contrapposte hanno le bisogno l’una dell’altra: affinché ci siano una destra e una sinistra valide deve esistere una alternativa. I fautori della destra, che sognano di sopprimere la sinistra, o viceversa non sono politici, piuttosto maniaci, nel migliore dei casi, o serial killer, nel peggiore… Vale a dire fautori di un regime autoritario, che non ammette né rispetta opposizioni. Coloro che ci contraddicono mantengono il nostro equilibrio democratico.

Oggi, i partiti di destra o di sinistra democratici non si differenziano per una maggior o minor conservazione ( che può essere comune ai due orientamenti; vedi Progressista/Reazionario), per un maggior o minor grado di autoritarismo, o per il rispetto delle libertà personali (entrambe le tendenze ne proteggono alcune e ne perseguitano altre, la destra per questioni religiose, la sinistra per questioni igieniche), ma principalmente per le grandi sfumature che riguardano l’economa. Dico «sfumature» perché, in generale il sistema capitalistico è sempre lo stesso, visto il fallimento delle alternative collettivistiche. Ma la destra premia soprattutto l’iniziativa individuale senza troppe limitazioni, la libertà intellettuale e la progressiva sostituzione dei servizi pubblici con quelli privati a carico degli utenti, mentre la sinistra favorisce i diritti dei dipendenti, la loro tutela sociale al di là della redditività e la ridistribuzione della ricchezza mantenendo e migliorando i servizi pubblici e la previdenza sociale. Inoltre, pare che la destra – per la quale il valore del tempo equivale al guadagno immediato di coloro che vivono oggi – si preoccupi meno di conservare le risorse naturali o di preservare forme di convivenza tradizionali, mentre la sinistra, in materia di ecologia, punta sul periodo di lungo termine e sul mantenimento dei vincoli di fratellanza, anche se un approccio del genere può non garantire guadagni immediati.

Un ultimo particolare, non privo di importanza per il cittadino che vuole sapere: mentre tutti i partiti che si dicono di destra di normasono fondamentalmente tali, alcuni di quelli che si dichiarano di sinistra lo sono solo a tratti. Dunque, dovrete giudicarli dalle opere e dai programmi, non dalle sigle dei loro nomi.

Dizionario del cittadino: “costituzione”

9 maggio 2009 Davide Nessun commento

La Costituzione è un po’ come il regolamento generale del gioco democratico. Leggendone il testo si dovrebbe sapere, all’incirca, a che cosa attenersi ai fini della convivenza democratica in un determinato paese, nonché quali sono i diritti e i doveri delle persone (naturalmente è sempre bene ridimensionare un poco le promesse più radiose, perché le costituzioni sono un po’ come i depliant delle agenzie di viaggio, dove tutti i paesaggi fotografici appaiono baciati dal sole). Senza dubbio la Costituzione non è un testo intoccabile, una vacca sacra giuridica che non potremo mai scacciare dalla nostra strada, pur avendo dei buoni motivi per farlo: non è una gabbia da cui, una volta dentro, non si può più uscire. Ma non è prudente neppure che ad ogni sommovimento sociale la si sottoponga ad un cambiamento dietro l’altro, seguendo le mode o cedendo alle pressioni del momento: diciamo che le si addice una certa imperturbabilità antiquata, come la parrucca dei giudici britannici, nonostante quel che diceva Jefferon, che proponeva di cambiarla ogni cinque o sei anni per risparmiare alle nuove generazioni il peso degli impegni del passato…Costituzione

A mio giudizio, la Costituzione più soddisfacente è quella che lascia lievemente insoddisfatti quasi tutti. Se una costituzione soddisfa pienamente una parte della popolazione, anche se è la maggioranza, è perché di certo ha frustrato profondamente varie minoranze. Dopo tutto, si tratta di istituire una convivenza fra interessi sociali contrapposti ed è sano che tutti abbiano dovuto cedere terreno rispetto ai propri obiettivi e alle proprie prerogative, affinché nessuno dimentichi che non viviemo da soli e che l’armonia con gli altri si conquista sempre al prezzo di certa frustrazione dei desideri individuali. Nessun cittadino potrà esimersi dal rispettare la Costituzione, ma tale rispetto deve essere preteso in maggiore misura da coloro che occupano posti di governo, e da quelli che godono di maggiori privilegi sociali o di più riconoscimenti pubblici: se costoro, i beneficiari più diretti della Magna carta, non rispettano in maniera esemplare le regole del gioco, sarà difficile pretenderlo da coloro che subiscono gli aspetti meno rosei della società…

Dizionario del cittadino: “cittadinanza”

2 maggio 2009 Davide Nessun commento

La cittadinanza democratica è la forma di organizzazione fra uguali, in opposizione alle antiche società tribali costituite da identici, o le società gerarchie che impongono «disuguaglianze» naturali fra membri della comunità. Gli uguali sono tali nell’esercizio di diritti e doveri, e non in virtù della razza, del sesso, della cultura, delle capacità fisiche e intellettuali, o delle convinzioni religiose: in altre parole, uguali nella titolarità di garanzie politiche e assistenza sociale, uguali nell’obbligo  di rispettare le leggi che la società si è data mediante i propri rappresentanti. In definitiva, il cittadino è il soggetto della libertà politica e della responsabilità che comporta il suo esercizio. Nella cittadinanza, sono i cittadini che alimentano il senso politico della comunità, e non il contrario. Per dirlo con le parole di Paul Berry Clarke: «essere cittadino a pieno titolo significa partecipare sia alla guida della propria vita sia alla definizione di alcuni suoi parametri generali; significa essere consapevoli del fatto che si agisce in un mondo che condividiamo con gli altri, e che le nostre identità individuali si relazionano e si creano reciprocamente».

La cittadinanza richiede uno spazio pubblico per il confronto e il dibattito delle questioni che riguardano la comunità. Quando i capifamiglia dell’antica Grecia, mettendo per un attimo da parte le questioni e gli affari privati, si riunirono per parlare da pari a pari di cose che interessavano tutti allo stesso modo… incominciarono a diventare cittadini. Ciò che conta, quando si parla di cittadinanza, è ciò che abbiamo in comune con gli altri, non ciò che ci distingue da loro. Oggi è di moda insistere sul fatto che la ricchezza degli uomini risiede nella loro diversità. Falso: la ricchezza degli umani è la nostra somiglianza, che ci permette di comprendere i nostri bisogni, di collaborare gli uni con gli altri e di creare istituzioni che vadano oltre l’individualità e le peculiarità di ciascuno. La diversità è un fatto, ma l’uguaglianza è una conquista sociale, un diritto: cioè, qualcosa di molto più importante, dal punto di vista umano. Lo stato di diritto che consente il gioco democratico, pur ammettendo il pluralismo delle scelte, si fonda sull’universalità di ciò che è umano. Non si progredisce creando differenze, bensì uniformando i diritti: suffragio universale (per ricchi e poveri, per uomini e donne), educazione per tutti, sanità per tutti, pensione per tutti e via dicendo… È piuttosto preoccupante che in paesi come l’Italia parlare di “diversità” suoni progressista (anche se molte diversità potrebbero essere assolutamente reazionarie), mentre invocare l’«unità», senza la quale non esisterebbe lo Stato di diritto né, pertanto, cittadinanza, debba sembrare fascista o giù di lì. Non v’è dubbio che esista un diritto alla «diversità», comune a tutti, ma ciò non equivale a riconoscere una diversità di diritti.

Nella storia sono esistiti grossomodo due modelli di cittadinanza: quello greco e quello romano o, se si preferisce, quello attivo e quello passivo (1). La cittadinanza greca comportava e richiedeva l’attività politica, la collaborazione al momento di prendere le decisioni. Chi non partecipava alla vita politica era considerato un «idiota», ossia, un individuo ridotto unicamente alla sua individualità e dunque incapace di comprendere la sua condizione necessariamente sociale, nonché di viverla come una forma di libertà. Dal canto suo, il modello romano di cittadinanza riconosceva diritti persino a coloro che vi si opponevano (per es., san Paolo, come cittadino romano, rivendicò il diritto di essere decapitato, invece che crocifisso alla maniera infame di un ebreo qualsiasi), ma non consentiva la partecipazione al governo, che era invece riservata ai patrizi, vale a dire alle classi alte. I romani comuni avevano diritto a certe garanzie giuridiche, nonché al pane e ai giochi circensi… ma non a partecipare alla vita politica. Attualmente quasi tutti i governo preferiscono cittadini «alla romana» che non alla «greca». In altre parole, il cittadino viene oggi incoraggiato a rivendicare benefici e tutele da parte dello Stato (nonché spettacolo e divertimento…), ma scoraggiato a voler intervenire nella vita politica. Il cittadino preferito dalle autorità è l’idiota, colui che, fatuo, dichiara: «Io non mi immischi nella politica». Come se una cosa del genere fosse possibile! Come se si potesse vivere in una società politica senza saper nulla di ciò che accade, come se l’atto di rinunciare alla politica non fosse esso stesso un’attività politica, e delle peggiori, perché così si cede ad altri, inconsapevolmente, la facoltà di prendere decisioni su ciò che, prima o poi, busserà anche alla nostra porta!

Due false alternative «attive» vengono oggi offerte al cittadino: in altri termini, due modi di sfalsare la sua libertà o universalità senza limiti. La prima gli offre di essere «consumatore» invece che cittadino. Ma i consumatori non possono, per definizione, essere uguali, hanno un potere d’acquisto diverso, alcuni hanno più «libertà» di altri. La seconda, invece, a essere un «fedele» anziché un cittadino. Ossia, a comportarsi prevalentemente o esclusivamente come un membro di una Chiesa, di un gruppo colturale o etnico, a rinunciare alla propria universalità democratica, anteponendo ad essa la devozione per la setta a cui obbedisce Talvolta gli stessi partiti politici – trasformatisi in Chiese dei tempi dell’Inquisizione – preferiscono avere dei parrocchiani fra le loro file al posto di cittadini (vedi Settarismo). È naturale che un cittadino sia inevitabilmente un consumatore e a volte, eventualmente, anche un parrocchiano: ma nessuna di queste definizioni circostanziali e minori dovrà esaurirne la cittadinanza.

(1) Il concetto di cittadino passivo non è poi così distante dal motivo che giustifica il nome del nostro blog: generazionevaselina, appunto..

Dizionario del cittadino che non ha paura di sapere

1 maggio 2009 Davide Nessun commento

Con oggi iniziamo una rubrica settimanale che ci accompagnerà per diverso tempo.

Una vignetta di El Roto (pseudonimo  di Andrés Ràbago) mostra un losco figuro che, rivolgendosi al lettore domanda: «Lei pensa ancora o è un cittadino normale?». Questo mini-dizionario ha la pretesa di risolvere l’umoristico dilemma contribuendo a far sì che la norma sia, appunto, che i cittadini pensino: con la loro testa e discutendo fra loro, ma senza mai ostinarsi a fomentare discordie.

Nessuno può pensare al posto di un’altra persona – e l’autore del presente scritto meno di chiunque altri – ma tutti dobbiamo tentare di pensare assieme. E a questo scopo è indispensabile cercare di precisare i termini più importanti che ispirano le nostre scelte politiche: a volte non sono interessi e progetti diversi che ci mettono gli uni contro gli altri, ma la confusa ambiguità delle parole di cui tutti credono di conoscere il significato. Ciascuna delle voci di questo dizionarietto vuole offrire un punto di partenza ragionevole e ragionevolmente chiaro al dibattito pluralista, necessario in seno alla cittadinanza di cui facciamo parte.

La rubrica e il dizionario che la compone sono tratte quasi integralmente da “Politica per un figlio” (titolo originale “Polìtica par Amador”), di Fernando Savater, Editori Laterza.

Uguali e diversi

8 marzo 2009 Davide 4 commenti

«Una grande massa di uomini non hanno mai avuto voce nella società, proprio perché non sono stati messi in condizione di esprimersi, di avere la padronanza del linguaggio. Oggi le cose non sono affatto cambiate. Il benessere e i vantaggi che il progresso moderno offre, non bastano a eliminare le ingiustizie di cui soffrono coloro che sono soltanto sfruttati: bisogna dar loro la parola, il senso di uguaglianza di fronte a chi sa parlare…»

(Intervista ad Agostino Ammannati, in Dalla parte dell’ultimo, Neera Fallaci – 1974)

Oggi proverò a dirvi perché secondo me il primario obiettivo del nostro partito non sono economia, ospedali, strade, sicurezza, ecc., ma rendere gli italiani dei cittadini. È evidente che si tratta di una cosa che si sarebbe dovuta fare già da tempo, ma che evidentemente o non è stata fatta, o nelle modalità con cui la si è tentata, non ha funzionato. Sta di fatto che un paese per essere democratico, come detto in altre occasioni, non deve solo avere istituzioni democratiche, ma deve soprattutto avere dei cittadini. Perché dico che non abbiamo dei cittadini? Ho già accennato a questo fatto in “Malati di shopping“. Il fatto di poter comprare, almeno in linea teorica qualunque cosa, ci ha illusi d’esser diventati tutti uguali; il mercato non fa distinzioni di razza, sesso, età, cultura, rende tutti uguali.

«La scelta del consumatore è oggi un valore di per sé; l’attività di scegliere conta più di ciò che viene scelto, e le situazioni vengono elogiate o censurate, apprezzate o stigmatizzate a seconda della gamma di scelte in vetrina. [...] Laddove la risorse abbondano si può sempre sperare, a torto o a ragione, di “sopravvivere” o “anticipare” le cose, di poter tenere il passo dei sempre mutevoli obiettivi; ciò potrebbe indurre a sottovalutare i rischi e l’insicurezza e ad assumere che la profusione di scelte compensi abbondantemente i disagi del vivere al buio, di non essere mai sicuri di dove la lotta abbia fine o se avrà fine.

(Zygmunt Bauman, Modernità liquida – 2000)

Un tempo le differenze tra ricchi e poveri erano evidenti, sia dal punto di vista del potere di acquisto, sia, e soprattutto, dal punto di vista culturale. Il prete, il dottore, il farmacista, non erano delle autorità per ragioni economiche, lo erano principalmente per ragioni culturali. La povertà era soprattutto povertà intellettuale, mancanza di mezzi e di strumenti per conoscere, per interpretare, per scegliere. Chi abita la campagna ha sentito certamente racconti che parlano di ossequiosi inchini al signore, di come ci si sentiva diversi, inferiori, rispetto a chi aveva studiato, rispetto a chi conosceva. Mi si permetta una breve divagazione: non tutti sanno che la parola “ciao”, che quotidianamente milioni di italiani usano per salutarsi deriva dal veneziano: s-ciao, s-ciavo ‘(sono suo) schiavo’, era il saluto che i contadini erano usi fare al passaggio del signore. Non si trattava di deferenza o di riguardo, ma di religiosa soggezione a chi conosceva. È la cieca obbedienza (1) di chi ignora, quando si trova di fronte a chi sa. Non a caso uno dei sinonimi di conoscere è appunto “padroneggiare”. Ma qui sta la differenza tra il cittadino e il suddito. Chi conosce è padrone, sovrano; chi non conosce, chi ignora è suddito.

Art. 1.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

(Costituzione Italiana)

Basta la costituzione a renderci sovrani? O è forse la carta di identità, o la tessera elettorale a renderci cittadini? Se non tutti sono sovrani, ma solo alcuni lo sono, mentre altri, la maggior parte, sono sudditi, allora non è vero che si è in una democrazia, non è vero che si è in una repubblica, ma solo che si ha un ordinamento repubblicano. È l’uguaglianza dei cittadini a rendere democratico uno stato; questo significa la scritta che campeggia nei tribunali “La legge è uguale per tutti”. La questione è quindi questione di giustizia. Non c’è giustizia, se c’è chi è padrone e chi è servo.

La domanda, che ormai i più si aspetteranno, è: c’è giustizia in Italia? E cioè: ci sono ancora servi? La mia risposta sarà altrettanto attesa. Secondo me ci sono tanti, forse più servi di un tempo, secondo me non c’è giustizia, e la cosa interessante è che per dirlo non ho bisogno di rifarmi al presidente Berlusconi. Non c’è giustizia, perché ci sono uomini e donne in Italia che ignorano il loro ruolo, che ignorano le loro responsabilità, che ignorano i loro doveri, che ignorano il peso del loro voto. Vorrei precisare che l’esistenza – secondo me in numeri smisurati – di questi uomini non significa la totale mancanza di cittadini, ma che anche chi ha coscienza di esserlo, finisce per non poterlo essere. Sulla carta siamo tutti cittadini, ma nella realtà rischia di non esserlo nessuno. Mi spiego: è come se tutti avessimo una formula1, ma solo pochi fossimo dei piloti. Immaginate il caos alla partenza: chi spegne il motore, chi va in testa coda, chi si schianta contro chi lo precede. Finisce che anche chi è pilota, per quanto bravo, si trova bloccato e impotente. Questa è giustizia al ribasso. Rende tutti uguali, perché nessuno ha nulla. Può sembrare democratico, ma non lo è. Se abbatto un sovrano (ad es. il re), ma non rendo tutti sovrani, non ho creato una democrazia, ho solo creato i presupposti affinché si instauri, al posto del vecchio re, un nuovo tiranno.

Certo, la fame è una ingiustizia, il non avere accesso a cure sanitarie è una ingiustizia, in non avere un lavoro dignitoso o addirittura non averlo è una ingiustizia. Esistono centinaia di forme di ingiustizia, e ognuno di noi ne avrà subita qualcuna e di qualche altra si sarà giovato. C’è una forma di ingiustizia che secondo me, però, va combattuta prima delle altre: l’ingiustizia culturale, cioè l’ignoranza. Quell’ignoranza che sta all’origine del fatto che in Italia, nonostante ci sia una facoltà universitaria ogni piè sospinto, ci siano pochissimi giovani che vogliano occuparsi di politica. Mancano cittadini perché c’è ingiustizia, c’è ingiustizia perché c’è ignoranza, c’è ignoranza perché c’è idiozia.

«La vita di ogni essere umano è irripetibile e insostituibile: con chiunque di noi, per umile che possa essere, nasce una avventura la cui dignità sta nel fatto che nessuno potrà mai tornare a viverla nello stesso modo. Per questo sostengo che ognuno ha il diritto di godersi la vita il più umanamente possibile, senza sacrificarla né agli dèi né alla patria e neppure alla causa dell’umanità sofferente. Ma d’altra parte, per essere pienamente umani, dobbiamo vivere fra gli umani, ovvero non solo come gli umani, ma anche con gli umani. Insomma dobbiamo vivere in società. Disinteressarsi alla società umana, che oggi, mi sembra, ha le dimensioni del mondo intero e non più quelle del quartiere, della città o della nazione, significa comportarsi con la stessa intelligenza di chi, trovandosi a bordo di un aereo pilotato da un ubriaco, minacciato da un dirottatore pazzo armato di una bomba e con un motore in avaria (puoi aggiungere, se vuoi, qualche altra circostanza terrificante), invece di unirsi agli altri passeggeri sani di mente per salvarsi, si mette a fischiettare guardando fuori dal finestrino o reclama il vassoio del pranzo. Gli antichi greci (gente sveglia e intelligente che, come sai, ammiro in modo speciale) definivano chi non si occupava di politica con il nome di idiótes; questa parola significava persona isolata, che non ha nulla da offrire agli altri, ossessionata dai piccoli problemi di casa sua e in fin dei conti alla marcé di tutta la comunità. Da quell’idiótes greco deriva il nostro idiota attuale, e non c’è bisogno che ti spieghi cosa vuol dire».

(Politica per un figlio, Fernando Savater, 1993)

Mancano cittadini perché c’è ingiustizia, c’è ingiustizia perché ci sono idioti, ci sono idioti perché c’è ignoranza. La priorità è quindi formare coscienze civiche, formare dei cittadini. Se c’è idiozia il resto non serve a nulla. Gli abitanti dei paesi del blocco sovietico avevano lavoro, casa assicurata, cure mediche, ciò che non avevano era la democrazia, non erano veri cittadini, e questo ha finito per renderli poveri, anche economicamente. Il lavoro, la casa, le strade, gli ospedali, la sicurezza le si fanno anche in regimi non democratici, a volte meglio (vedi sistema sanitario di Cuba), ma non sono mai giusti. Qualcuno mi dirà: “Bei discorsi, ma adesso le priorità sono altre!”

In questo periodo di crisi finanziaria, economica e sociale leggo e sento, sempre più spesso, di discorsi che invitano a posporre le regole, perché si è in un momento difficile. L’idea che si veicola è quella secondo la quale, di fronte all’emergenza, le regole, che dovrebbero aver a che fare con la giustizia, possono essere soprassedute. In sostanza, le regole varrebbero solo quando tutto va bene, quando le cose vanno male, si invita a non seguirle. La questione è quanto meno interessante. “Conviene bene, che, accusandolo il fatto, lo effetto lo scusi” diceva Macchiavelli nei suoi Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (3), ma in politica, e qui Machiavelli si ingannava fatalmente, sono i mezzi che devono giustificare il fine.

Lo scopo, e quindi l’intrinseca misura della politica è la giustizia. Se una politica, quindi un partito, non persegue la giustizia, non ha motivo di esistere, e la ingiustizia da colmare nel nostro paese, è la mancanza di cittadinanza degli Italiani, la loro idiota ignoranza civica.

C’è bisogno di tornare a scuola! Prosegui la lettura…

Verità o finzione?

1 marzo 2009 Davide Nessun commento

«La società ricca, la società buona e la società libera – cioè la concorrenza, la solidarietà sociale e la democrazia liberale – non sono la stessa cosa. È un’illusione credere che il benessere possa garantire da solo la libertà e la solidarietà. La ricchezza di pochi o anche di molti non raggiunge automaticamente tutti gli altri: privilegi ed esclusione sociale restano. La libertà è una conquista continua. Può esserci benessere senza libertà e anche libertà nella povertà. Da queste premesse molti ricavano, esplicitamente o implicitamente, brutti presagi. Dobbiamo deciderci, dicono: si può essere ricchi e liberi, ma non essere anche buoni. Si può essere buoni e liberi,ma allora dobbiamo rinunciare al benessere. E possiamo essere ricchi e buoni, o quanto meno socialmente giusti, ma allora bisogna fissare dei limiti alla libertà. Insomma, si possono soddisfare due condizioni alla volta, ma tutte e tre no. E si fanno gli esempi degli Stati Uniti (il capitalismo anglosassone), della Germania (l’economia sociale di mercato), di Singapore (il capitalismo asiatico). Il capitalismo puro esiste solo nei manuali di economia delle università americane. Nella realtà ci sono tante forme di capitalismo».

(“Internazionale”, n. 785 – Se torna l’uomo forte di Ralph Dahrendorf)

Quali sono le domande che ci si dovrebbe porre in un frangente come il nostro? Il modello liberista, fondato sull’idea che più la tavola del ricco è imbandita e maggiori sono le probabilità che ne avanzi anche per il povero, negli ultimi trent’anni ha rappresentato l’idea dominante di organizzazione della società (1). Per anni ci hanno abituati a pensare che una finzione fosse la verità; nel parlarci delle leggi economiche, si è iniziato a dare per scontato che il mercato fosse una sorta di spazio neutro, come se il mercato e l’economia non c’entrassero con l’uomo e con la società che li hanno generati.

Ti parlano di norme economiche; esistono facoltà di economia con esimi professori; esiste il Premio Nobel all’economia. Ti viene facile, quindi, pensare che si tratti di cose vere – scientificamente vere – che le leggi di mercato siano come quelle naturali; e quando inizi a credere che le leggi di mercato siano come la forza di gravità, cioè ineluttabili, allora anche il mercato diventa ineluttabile, qualcosa a cui ci si deve adeguare, qualcosa di fatalmente necessario.

Allora oggi vi voglio dire una verità: la legge della domanda e dell’offerta non esiste in natura!

Non è la legge della domanda e dell’offerta a muovere i pianeti; non è la legge della domanda e dell’offerta a far splendere il sole; non è la legge della domanda e dell’offerta a fecondare un ovulo. Queste cose succedono in natura, mentre il mercato non succede in natura.

Bé, con tutto ciò voglio forse dire che ci hanno preso in giro? Sono trent’anni che ce la menano e noi a corrergli dietro? Allora è improprio dire che solo noi giovani siamo generazionevaselina, forse la cosa va ben oltre la nostra generazione? Come mai i nostri genitori temono di dirci che forse le cose per noi andranno peggio di come sono andate a loro? Forse non era vero che se il PIL non cresceva si doveva esser tristi e darsi da fare…a comprare (vedi Malati di shopping)? O forse va bene se oggi non abbiamo niente da comprare?

Solo pochi giorni fa il Presidente Obama diceva nel suo discorso di presentazione al Congresso del piano finanziario di rilancio dell’economia statunitense:

«Ci sono momenti nei quali ci si può limitare a una mano di bianco, altri, come questo, nel quale di devono rifare le fondamenta»

(La rivoluzione imposta dal naufragio – così il presidente ha seppellito Reagan, di Vittorio Zucconi su www.repubblica.it ; Usa: Obama, occorre disciplina fiscale per crescita lungo termine, 2009 MF-Dow Jones News Srl su www.borsaitaliana.it; Così Washington cancella in un colpo solo la rivoluzione reaganiana, di Nicola Porro da www.ilgiornale.it)

Ma ancor più interessante è rileggere come nel discorso di insediamento, il testo programmatico di ogni Presidente USA, Obama avesse insistito nel parlar chiaro ai propri concittadini:

«La nostra economia si è fortemente indebolita, conseguenza della grettezza e dell’irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. [...] Oggi siamo qui per proclamare la fine delle recriminazioni meschine e delle false promesse, dei dogmi stanchi, che troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica. [...] Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo (2), ma se funzioni o meno – se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure accessibili, una pensione degna. [...] La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà – non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune. Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. [...] Quel che ci viene chiesto è una nuova era di responsabilità – il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo un dovere verso noi stessi, la nostra nazione, il mondo, doveri che non dobbiamo accettare mugugnando ma abbracciare con gioia, fermi nella consapevolezza che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, così importante per la definizione del carattere, che darsi completamente per una causa difficile».

(Barack Obama, Washington (USA) 20 gennaio 2009)

Chi legge ganarazionevaslina.it dalla sua nascita sa che ci eravamo ripromessi di non usare questo spazio per invettive contro il governo, e non perché manchino gli spunti, ma perché il web già abbonda di spazi di questo tipo; raramente ci siamo avventurati in filippiche piuttosto che in panegirici governativi. Ci sono cose, però, che vanno dette, e non a scopo informativo (come abbiamo sottolineato più volte, conoscere non è sufficiente al cambiamento – vedi “Conoscere la conoscenza obbliga“); vanno dette perché la realtà umana, diversamente da quella naturale, si basa su credenze, su ideologie, su ipotesi quasi mai verificate e spesso poco verificabili, ma che per l’uomo si caratterizzano come vere (3).

Il nostro sito ha una funzione diversa, non informativa, ma performativa (4).

Il mondo frenetico e veloce in cui siamo immersi ha reso sempre più difficile star dietro alla verità, o meglio, la verità fa fatica a star dietro alla realtà. Non c’è tempo per conoscere la verità, sono troppe le cose su cui dovremmo soffermarci e da capire, perciò non si può che fidarsi, e così finire per farsi una opinione, che diventa “la verità per noi” (5). Siamo abituati a prendere per vero ciò che ci viene detto, a meno che qualcosa o qualcuno non lo contraddica; a quel punto la questione diventa tra chi o che cosa riesce ad aver l’ultima parola. Guardate ai telegiornali: affermazione dell’esponente di centrodestra, affermazione dell’esponente di centrasinistra. A noi decidere. Ma come posso decidere se non ho gli elementi, se fin da principio mi si chiede di decidere sulla fiducia? Non c’è tempo per informarmi, il mondo corre, non può star dietro a me, che sono solo un uomo, e che ho bisogno di tempo, che ho bisogno di capire. “Decidi! Sei tu il cittadino sovrano”. Verità o finzione? Se non so come stanno le cose, se mi devo fidare, se anziché di scegliere secondo verità, mi si chiede di prendere una posizione, mi si spinge ad accontentarmi di una opinione, di che democrazia stiamo parlando?

Mi si dice che per far politica bisogna rendere le cose semplici, facili, veloci; che per ricevere molti voti bisogna far capire senza intimorire; non bisogna essere troppo lunghi, ma concisi e pratici, confondendo, per l’ennesima volta, la politica con i politici, la democrazia con le elezioni.

Bé, io credo che questa sia una volgare falsità, la più grande delle cazzate, il peggior insulto all’intelligenza.

Non si può risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che si è usato per crearlo. Per imparare dai propri errori bisogna prima rendersi conto di starli commettendo. È un errore credere che le cose complesse possano avere soluzioni facili, ma bisogna rendersene conto. In una moderna democrazia credere che ci sia bisogno di semplicità e di facilità è becero. Modernità e democrazia non sono compatibili con tali presupposti.

Per far convivere modernità e democrazia c’è piuttosto bisogno di chiarezza, e la chiarezza richiede anzitutto proprietà di linguaggio, condivisione di significati e di schemi interpretativi. La chiarezza è difficile, richiede impegno, concentrazione, precisione, linearità, logicità, sincerità, schiettezza, franchezza, onestà. Essa è il contrario della ambiguità, della fumosità, della incomprensibilità, dell’astrusità, della tortuosità, della imprecisione, della indecifrabilità, della ipocrisia, della insincerità, della simulazione.

La verità è che se vogliamo mettere insieme democrazia e progresso, globalizzazione e relativismi, dobbiamo accettare che si tratta di cose difficili, e le cose difficili esigono chiarezza, non semplicità. Troppo spesso la semplicità si traduce in spontaneità ed ingenuità. Per questo la nostra deve anzitutto configurarsi come una battaglia culturale. Ho detto culturale, non accademica, non settaria. Non si tratta di essere tutti economisti, tutti fisici, tutti biologi, tutti ingegneri, si tratta, invece, di essere tutti in grado di comprendere il nocciolo delle questioni, si saper porre sui due piatti delle scelte il peso delle possibili conseguenze, fino all’ultima.

I nostri discorsi devono essere chiari, limpidi, onesti, non faciloni, semplicistici, fumosi, ambigui. Faccio solo alcuni esempi di parlare ambiguo spacciato per semplicità: “semplificazione fiscale (qui)”, “il nucleare come ponte verso le energie rinnovabili” (qui), “termovalorizzatore”, “carbone pulito”, “missione di pace”, “gravi indizi di colpevolezza” (qui), “ecoincentivi”, “apri al dialogo, chiudi alla droga” (qui), ecc…

Ecco cosa può fare la stampa con il solo scegliere le cose da raccontare oppure col solo modo di raccontarle. [...]

E’ solo un aver presente al cuore la realtà nella sua interezza e concretezza. Questa e’ l’anticamera necessaria di uno schieramento razionale ed onesto. Ed e’ questo che i nostri giornali defraudano a noi e al nostro vescovo. E il danno è immenso perché la maggior parte di noi (vescovi compresi) siamo abituati come le donne a ragionare più col cuore che col cervello. E le informazioni vanno sì alla memoria, ma passando per il cuore, e passando lo formano se sono equilibrate, lo deformano se sono unilaterali, in mille modi che la mente non sa più controllare.

(Un muro di foglio e di incenso, Lorenzo Milani, 1959)

Come diciamo ormai da tempo qui si tratta di scegliere, di compiere quell’atto intenzionale (6) proprio dell’uomo. La complessità, la velocità del mondo e della nostra società, l’enormità delle cose su cui siamo chiamati a scegliere, sono queste le cose che ci rendono liberi, e non possono diventare la scusa per non sapere, il pretesto per non conoscere, la giustificazione per l’obbedienza (vedi qui, qui e qui). Viviamo un mondo difficile, complesso, incasinato e con un modo così una democrazia fatica a stare al passo. Più facile sarebbe avere qualcuno che si preoccupasse di tutti i problemi che non ci riguardano nell’immediato, che ci liberasse del peso della responsabilità che una democrazia comporta. Beh, il bello della democrazia è che possiamo sceglierlo. Una costituzione per quanto democratica può sempre essere cambiata. Le costituzioni non esistono in natura, esattamente come il mercato e la politica.

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