«La società ricca, la società buona e la società libera – cioè la concorrenza, la solidarietà sociale e la democrazia liberale – non sono la stessa cosa. È un’illusione credere che il benessere possa garantire da solo la libertà e la solidarietà. La ricchezza di pochi o anche di molti non raggiunge automaticamente tutti gli altri: privilegi ed esclusione sociale restano. La libertà è una conquista continua. Può esserci benessere senza libertà e anche libertà nella povertà. Da queste premesse molti ricavano, esplicitamente o implicitamente, brutti presagi. Dobbiamo deciderci, dicono: si può essere ricchi e liberi, ma non essere anche buoni. Si può essere buoni e liberi,ma allora dobbiamo rinunciare al benessere. E possiamo essere ricchi e buoni, o quanto meno socialmente giusti, ma allora bisogna fissare dei limiti alla libertà. Insomma, si possono soddisfare due condizioni alla volta, ma tutte e tre no. E si fanno gli esempi degli Stati Uniti (il capitalismo anglosassone), della Germania (l’economia sociale di mercato), di Singapore (il capitalismo asiatico). Il capitalismo puro esiste solo nei manuali di economia delle università americane. Nella realtà ci sono tante forme di capitalismo».
(“Internazionale”, n. 785 – Se torna l’uomo forte di Ralph Dahrendorf)
Quali sono le domande che ci si dovrebbe porre in un frangente come il nostro? Il modello liberista, fondato sull’idea che più la tavola del ricco è imbandita e maggiori sono le probabilità che ne avanzi anche per il povero, negli ultimi trent’anni ha rappresentato l’idea dominante di organizzazione della società (1). Per anni ci hanno abituati a pensare che una finzione fosse la verità; nel parlarci delle leggi economiche, si è iniziato a dare per scontato che il mercato fosse una sorta di spazio neutro, come se il mercato e l’economia non c’entrassero con l’uomo e con la società che li hanno generati.
Ti parlano di norme economiche; esistono facoltà di economia con esimi professori; esiste il Premio Nobel all’economia. Ti viene facile, quindi, pensare che si tratti di cose vere – scientificamente vere – che le leggi di mercato siano come quelle naturali;
e quando inizi a credere che le leggi di mercato siano come la forza di gravità, cioè ineluttabili, allora anche il mercato diventa ineluttabile, qualcosa a cui ci si deve adeguare, qualcosa di fatalmente necessario.
Allora oggi vi voglio dire una verità: la legge della domanda e dell’offerta non esiste in natura!
Non è la legge della domanda e dell’offerta a muovere i pianeti; non è la legge della domanda e dell’offerta a far splendere il sole; non è la legge della domanda e dell’offerta a fecondare un ovulo. Queste cose succedono in natura, mentre il mercato non succede in natura.
Bé, con tutto ciò voglio forse dire che ci hanno preso in giro? Sono trent’anni che ce la menano e noi a corrergli dietro? Allora è improprio dire che solo noi giovani siamo generazionevaselina, forse la cosa va ben oltre la nostra generazione? Come mai i nostri genitori temono di dirci che forse le cose per noi andranno peggio di come sono andate a loro? Forse non era vero che se il PIL non cresceva si doveva esser tristi e darsi da fare…a comprare (vedi Malati di shopping)? O forse va bene se oggi non abbiamo niente da comprare?
Solo pochi giorni fa il Presidente Obama diceva nel suo discorso di presentazione al Congresso del piano finanziario di rilancio dell’economia statunitense:
«Ci sono momenti nei quali ci si può limitare a una mano di bianco, altri, come questo, nel quale di devono rifare le fondamenta»
(La rivoluzione imposta dal naufragio – così il presidente ha seppellito Reagan, di Vittorio Zucconi su www.repubblica.it ; Usa: Obama, occorre disciplina fiscale per crescita lungo termine, 2009 MF-Dow Jones News Srl su www.borsaitaliana.it; Così Washington cancella in un colpo solo la rivoluzione reaganiana, di Nicola Porro da www.ilgiornale.it)
Ma ancor più interessante è rileggere come nel discorso di insediamento, il testo programmatico di ogni Presidente USA, Obama avesse insistito nel parlar chiaro ai propri concittadini:
«La nostra economia si è fortemente indebolita, conseguenza della grettezza e dell’irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. [...] Oggi siamo qui per proclamare la fine delle recriminazioni meschine e delle false promesse, dei dogmi stanchi, che troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica. [...] Quel che i cinici non riescono a capire è che il terreno gli è scivolato sotto i piedi. Gli argomenti politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non sono più applicabili. La domanda che formuliamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo (2), ma se funzioni o meno – se aiuti le famiglie a trovare un lavoro decentemente pagato, cure accessibili, una pensione degna. [...] La questione di fronte a noi non è se il mercato sia una forza del bene o del male. Il suo potere di generare benessere ed espandere la libertà è rimasto intatto. Ma la crisi ci ricorda che senza un occhio rigoroso, il mercato può andare fuori controllo e la nazione non può prosperare a lungo quando il mercato favorisce solo i già ricchi. Il successo della nostra economia è sempre dipeso non solo dalle dimensioni del nostro Pil, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di estendere le opportunità per tutti coloro che abbiano volontà – non per fare beneficenza ma perché è la strada più sicura per il nostro bene comune. Quanto alla nostra difesa comune, noi respingiamo come falsa la scelta tra sicurezza e ideali. [...] Quel che ci viene chiesto è una nuova era di responsabilità – il riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo un dovere verso noi stessi, la nostra nazione, il mondo, doveri che non dobbiamo accettare mugugnando ma abbracciare con gioia, fermi nella consapevolezza che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, così importante per la definizione del carattere, che darsi completamente per una causa difficile».
(Barack Obama, Washington (USA) 20 gennaio 2009)
Chi legge ganarazionevaslina.it dalla sua nascita sa che ci eravamo ripromessi di non usare questo spazio per invettive contro il governo, e non perché manchino gli spunti, ma perché il web già abbonda di spazi di questo tipo; raramente ci siamo avventurati in filippiche piuttosto che in panegirici governativi. Ci sono cose, però, che vanno dette, e non a scopo informativo (come abbiamo sottolineato più volte, conoscere non è sufficiente al cambiamento – vedi “Conoscere la conoscenza obbliga“); vanno dette perché la realtà umana, diversamente da quella naturale, si basa su credenze, su ideologie, su ipotesi quasi mai verificate e spesso poco verificabili, ma che per l’uomo si caratterizzano come vere (3).
Il nostro sito ha una funzione diversa, non informativa, ma performativa (4).
Il mondo frenetico e veloce in cui siamo immersi ha reso sempre più difficile star dietro alla verità, o meglio, la verità fa fatica a star dietro alla realtà. Non c’è tempo per conoscere la verità, sono troppe le cose su cui dovremmo soffermarci e da capire, perciò non si può che fidarsi, e così finire per farsi una opinione, che diventa “la verità per noi” (5). Siamo abituati a prendere per vero ciò che ci viene detto, a meno che qualcosa o qualcuno non lo contraddica; a quel punto la questione diventa tra chi o che cosa riesce ad aver l’ultima parola. Guardate ai telegiornali: affermazione dell’esponente di centrodestra, affermazione dell’esponente di centrasinistra. A noi decidere. Ma come posso decidere se non ho gli elementi, se fin da principio mi si chiede di decidere sulla fiducia? Non c’è tempo per informarmi, il mondo corre, non può star dietro a me, che sono solo un uomo, e che ho bisogno di tempo, che ho bisogno di capire. “Decidi! Sei tu il cittadino sovrano”. Verità o finzione? Se non so come stanno le cose, se mi devo fidare, se anziché di scegliere secondo verità, mi si chiede di prendere una posizione, mi si spinge ad accontentarmi di una opinione, di che democrazia stiamo parlando?
Mi si dice che per far politica bisogna rendere le cose semplici, facili, veloci; che per ricevere molti voti bisogna far capire senza intimorire; non bisogna essere troppo lunghi, ma concisi e pratici, confondendo, per l’ennesima volta, la politica con i politici, la democrazia con le elezioni.
Bé, io credo che questa sia una volgare falsità, la più grande delle cazzate, il peggior insulto all’intelligenza.
Non si può risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che si è usato per crearlo. Per imparare dai propri errori bisogna prima rendersi conto di starli commettendo. È un errore credere che le cose complesse possano avere soluzioni facili, ma bisogna rendersene conto. In una moderna democrazia credere che ci sia bisogno di semplicità e di facilità è becero. Modernità e democrazia non sono compatibili con tali presupposti.
Per far convivere modernità e democrazia c’è piuttosto bisogno di chiarezza, e la chiarezza richiede anzitutto proprietà di linguaggio, condivisione di significati e di schemi interpretativi. La chiarezza è difficile, richiede impegno, concentrazione, precisione, linearità, logicità, sincerità, schiettezza, franchezza, onestà. Essa è il contrario della ambiguità, della fumosità, della incomprensibilità, dell’astrusità, della tortuosità, della imprecisione, della indecifrabilità, della ipocrisia, della insincerità, della simulazione.
La verità è che se vogliamo mettere insieme democrazia e progresso, globalizzazione e relativismi, dobbiamo accettare che si tratta di cose difficili, e le cose difficili esigono chiarezza, non semplicità. Troppo spesso la semplicità si traduce in spontaneità ed ingenuità. Per questo la nostra deve anzitutto configurarsi come una battaglia culturale. Ho detto culturale, non accademica, non settaria. Non si tratta di essere tutti economisti, tutti fisici, tutti biologi, tutti ingegneri, si tratta, invece, di essere tutti in grado di comprendere il nocciolo delle questioni, si saper porre sui due piatti delle scelte il peso delle possibili conseguenze, fino all’ultima.
I nostri discorsi devono essere chiari, limpidi, onesti, non faciloni, semplicistici, fumosi, ambigui. Faccio solo alcuni esempi di parlare ambiguo spacciato per semplicità: “semplificazione fiscale (qui)”, “il nucleare come ponte verso le energie rinnovabili” (qui), “termovalorizzatore”, “carbone pulito”, “missione di pace”, “gravi indizi di colpevolezza” (qui), “ecoincentivi”, “apri al dialogo, chiudi alla droga” (qui), ecc…
Ecco cosa può fare la stampa con il solo scegliere le cose da raccontare oppure col solo modo di raccontarle. [...]
E’ solo un aver presente al cuore la realtà nella sua interezza e concretezza. Questa e’ l’anticamera necessaria di uno schieramento razionale ed onesto. Ed e’ questo che i nostri giornali defraudano a noi e al nostro vescovo. E il danno è immenso perché la maggior parte di noi (vescovi compresi) siamo abituati come le donne a ragionare più col cuore che col cervello. E le informazioni vanno sì alla memoria, ma passando per il cuore, e passando lo formano se sono equilibrate, lo deformano se sono unilaterali, in mille modi che la mente non sa più controllare.
(Un muro di foglio e di incenso, Lorenzo Milani, 1959)
Come diciamo ormai da tempo qui si tratta di scegliere, di compiere quell’atto intenzionale (6) proprio dell’uomo. La complessità, la velocità del mondo e della nostra società, l’enormità delle cose su cui siamo chiamati a scegliere, sono queste le cose che ci rendono liberi, e non possono diventare la scusa per non sapere, il pretesto per non conoscere, la giustificazione per l’obbedienza (vedi qui, qui e qui). Viviamo un mondo difficile, complesso, incasinato e con un modo così una democrazia fatica a stare al passo. Più facile sarebbe avere qualcuno che si preoccupasse di tutti i problemi che non ci riguardano nell’immediato, che ci liberasse del peso della responsabilità che una democrazia comporta. Beh, il bello della democrazia è che possiamo sceglierlo. Una costituzione per quanto democratica può sempre essere cambiata. Le costituzioni non esistono in natura, esattamente come il mercato e la politica.

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