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Posts Tagged ‘partito’

Dalla parte di chi?

9 gennaio 2010 Davide Nessun commento

In questi mesi mi sono più volte interrogato – ed in alcuni post la cosa è probabilmente emersa – su cosa spinga gli italiani a preferire la destra alla sinistra, su cosa vogliano dire oggi questi due termini, su cosa significhi essere di destra o di sinistra in Italia. La parola partito deriva il suo significato dalla radice “parte”. Esso indica cioè la presunzione di rappresentare una parte, di stare da una parte piottosto che da un’altra. Da che parte sta oggi la sinistra? E la destra? Da che parte il PD? E il PDL o la Lega e l’UDC? Difficile dirlo. Credo che a molti italiani farebbe piacere avere dei partiti che stanno “dalla parte di-” come vorrebbe la “P” che spesso caratterizza le loro sigle. Invece si tratta di organizzazioni di potere volte a prendere voti ovunque e da chiunque, senza prender le parti di nessuno. A vedere da che parte sta il PD e in genere la sinistra italiana può aiutarci un testo che vi propongo di seguito. Per la destra non lo so, non sono neppure sicuro che esista la destra in Italia dopo vent’anni di berlusconismo.

«Così provo ad immaginare che cosa, nella lunghissima e tormentata disputa sulla linea di confine fra socialismo e comunismo, tenesse separate le due identità. Ancora fino agli anni Ottanta, c’erano infatti tre regole auree che spiegavano queste differenze.

La prima. Tutti i  comunisti, da Ingrao a Napolitano, hanno condiviso un’idea della storia: la rivoluzione d’Ottobre, con tutti i suoi limiti, ben chiari dagli anni Trenta ad oggi, doveva essere considerata in ogni caso l’evento che rompe il dominio dei vecchi poteri sul mondo, un punto di ripartenza dell’idea di liberazione nella storia del secolo, la condizione necessaria per rompere il dominio del colonialismo nel terzo mondo.

La seconda. Tutti i comunisti, da Ingrao a Napolitano, da quelli di sinistra a quelli di destra, dai proletari agli ultraborghesi, avevano fatto una scelta di classe: la ragione sociale che il partito difendeva non era quella delle aristocrazie dominanti.

La terza. Tutti i comunisti, da Ingrao a Napolitano, dai plebeisti ai più aristocratici, avevano scelto la “causa degli ultimi”. Non il tradizionale (e spesso nobile) pietismo che i cattolici avevano costruito nei secoli per gli ultimi, e nemmeno il compassionevole sentimento di assistenza che la cultura liberale aveva loro riservato a partire dall’Ottocento. Non era l’idea che gli ultimi avrebbero potuto diventare i primi, magari in uno scenario ultraterreno. Era l’idea che gli ultimi avrebbero dovuto essere i primi. Che gli ultimi erano addirittura meglio dei primi, che il mondo nuovo avrebbe ribaltato la piramide sociale, e che avrebbe funzionato meglio. Brecht scriveva:

“Anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia fa la voce roca.
Ma noi, che avremmo voluto approntare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.”
.

Diceva Berlinguer: “Noi siamo convinti che questo mondo, anche questo terribile e intricato mondo di oggi, possa essere letto, interpretato, messo al servizio dell’uomo e del suo benessere. La lotta per questo obiettivo, è un obiettivo che può riempire degnamente una vita”. Da quanto tempo i leader della sinistra non riescono ad adombrare l’afflato di questa speranza, nei loro farraginosi e politicistici formulari? La scrittrice Clara Sereni,  comunista e figlia di un prestigioso dirigente del PCI, ha addirittura coniato una bella parola, “ultimismo”, per descrivere in modo esatto questa passione radicale e ideologica.

Diventato segretario dei DS qualche anno fa, invece, Piero Fassino si fece scappare una frase a suo avviso spiritpsa, e a mio parere rivelatrice: “Guardate che il PCI non stava mica con gli sfigati!” Ecco, in quella parola, che nessun comunista avrebbe mai potuto pronunciare – gli sfigati – c’è tutto il senso di un terremoto culturale e di una vistosa perdita di lucidità. Declassare gli ultimi, per farli ritornare dei poveretti, cancellarli dalla prospettiva delle proprie battaglie, non ha nobilitato le sinistre postcomuniste, ma le ha come svuotate di senso. Le ha riportate indietro nel tempo, le ha poste su un piano più arretrato di quello della narrativa dickenseiana o deamicisiana. Le ha disancorate dalla loro ragione sociale, esposte alla concorrenza micidiale dei populismi di destra; le ha appiattite sullo stereotipo venefico della cultura radical-chic, quello che rende i democratici di oggi odiosi e invotabili, agli occhi di grandi strati popolari. Li ha esposti al virus da cui quella geniale invenzione che fu la lotta di classe sembrava averli vaccinati. Eppure nel mondo di oggi le barriere di classe sono tornate a sollevarsi, altissime, all’interno e al di fuori degli antichi recinti. Gli ultimi da riscattare, invece che ridursi, si sono moltiplicati: neopoveri, extracomunitari, lavoratori esclusi dalle posizioni di sicurezza sociale conquistate in generazioni di battaglie. Sarebbe facile che la sinistra quando parla di sfigati diventi sfigata. Di sicuro, senza gli ultimi, malgrado l’euforia presuntuosa dei suoi leader, non va da nessuna parte».

Qualcuno era comunista, Luca Telese, Sperling & Kupfer, 2009.

Il bivio

12 dicembre 2009 Davide Nessun commento

Da un po’ provavo a mettere su “carta” una ragionata spiegazione della mia disaffezione, non alla politica, ma ai partiti italiani. Qualche giorno fa, sollecitato ancora una volta sul tema da una giovane amica le ho risposto, e ne è uscita questa missiva che vi riporto integralmente.

La tua è una bella domanda… È da un po’ che mi accingo a scrivere un post su www.generazionevaselina.it che parla proprio di questo, ma l’articolo non esce. Inizio a scriverlo, ma poi non lo finisco mai. Non so ben dirti cosa sia: se la mancanza di chiarezza, se l’incapacità di esprimere quel che penso.
Ora provo a spiegarlo a te, ma non prometto di riuscirci.
Tutto nasce dal fatto che sono sempre più persuaso della mancanza di una identità chiara nei partiti. Con identità non intendo parole come “destra”, “sinistra”, “fascisti”, “comunisti”, “ordine e disciplina”, “padania” e tutto quel che vuoi. Intendo che in nessun partito so identificare un barlume di indirizzo, di prospettiva lungimirante, qualcosa che mi faccia intuire dove vogliono andare. Sai bene come la strada che un uomo sceglie di percorrere dice molto sia delle sue aspirazioni, che della sua persona.
Per farti un esempio: un tempo il Partito Comunista Italiano veicolava, al di là di tutte le possibili scempiaggini, l’idea che si potesse realizzare un mondo più giusto; il modo in cui esso perseguiva questo suo ideale ci parlava sia del fine che perseguiva, sia di chi il PCI era.
Oggi nel PD non c’è nulla di ciò. Si parla di tutto e del contrario di tutto. Il PDL? Tanto peggio. Nel PD la parola “democratico” dice della apertura indiscriminata, ma che diviene indefinita, ad ogni prospettiva; nel PDL la parola “Libertà” significa la possibilità di parlare di qualunque tema, ma senza affrontarne alcuno. Prova ne è il fatto che sostanzialmente il dibattito politico degli anni di governo di Berlusconi è stato incentrato esclusivamente sui suoi problemi. Ciò non accade solo perché Berlusconi ne è capo e demiurgo, ma perché effettivamente non hanno una idea organica di come affrontare alcuno dei nostri problemi, per risolvere i quali si sono candidati. E non credere che nel PD le cose siano diverse. Non hanno un progetto, una idea, una prospettiva. Cambiano opinione praticamente dalla mattina alla sera al solo scopo di esistere. Sono delle macchine da voto, dei catalizzatori di consenso, ma di identità, di idee, di prospettive, di futuro…nulla! Sondano le nostre opinioni per poi provare a dirci che quel che in quel momento ci sembra utile è sempre stato il loro particolare (vedi la Lega e le questioni immigrazione e sicurezza). L’unica cosa che distingue PDL e, come ironicamente dice Grillo, il PD meno L, è che almeno nel PDL a vender fumo sono bravi.
Stante in questi termini la mia visione dei partiti (ha parlato di due principali, ma gli altri non li ritengo diversi), capisci come non posso che rinunciare al credere nei partiti che oggi ci sono.
Io voglio fare politica, perché so che con essa posso dare significato alla mia esistenza e potrò un giorno provare a rileggerla secondo un senso. Voglio fare politica, perché so che non farla è da idioti. Voglio fare politica perché può essere l’espressione più alta dell’esperienza umana, che è esperienza di comunione, di socialità, di reciprocità, di servizio e di ricerca della verità; te lo dico anche con le parole di papa Paolo VI: “Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità. La politica è una maniera esigente – ma non è la sola – di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri” (cfr. Octogesima adveninens, n. 46)  o come molti hanno tradotto questa espressione: la politica è la più alta forma di carità.
Ciò che conta è quindi iniziare a farla, non importa con chi. Mi piacerebbe avesse importanza il ‘con chi’; vorrei poter scegliere, ma la scelta richiede che esistano almeno due alternative. Nel caso italiano esistono due facce della stessa medaglia, ma la moneta che ti ritrovi in mano è la medesima. Se così è, e purtroppo ne sono convinto, ciò che resta da fare è entrarci e portarvi, per quando difficile e per quando indefinita possa apparire la cosa, una visione di futuro, di prospettiva, una identità. Se ho ragione, sarà facile riempire di senso dei meccanismi che sono solo contenitori vuoti; se mi sbaglio, tanto meglio, significherebbe che invece abbiamo dei veri partiti.

Davide

Strategia della tensione

3 febbraio 2009 Davide Nessun commento

Da tempo ci hanno abituato a pensare all’uomo come ad un essere al cui interno si combattono forze contrastanti: il bene contro il male, l’emotività contro la ragione, l’eros contro il sentimento, l’animale contro l’umano, ecc. Letta in chiave mistica sembra quasi che l’uomo sia il campo di battaglia dove hanno scelto di scontrarsi forze al lui esterne. Per altri versi questa cosa può apparire come l’eterna lotta dell’uomo per innalzarsi dal suo stato originario, quindi in chiave di evoluzione e di progresso. Altri studiosi recentemente hanno ipotizzato che in realtà dentro ogni uomo convivono più personalità, più persone, e che l’una emerga a discapito delle altre a seconda delle circostanze. Ancora c’è chi crede che siano gli spiriti a muovere l’uomo a fare certe scelte piuttosto di altre, oppure chi crede che non gli spiriti, ma la produzione e il dosaggio di certi neurotrasmettitori determinino il suo comportamento. E la lista non finisce qui.

Non mi dilungo a spiegare chi secondo me ha ragione o torto; la questione è quanto mai opinabile (e questo dice molto della maturità delle così dette scienze psicologiche e probabilmente anche di quelle sociali). Cercherò solo di mostrare come la diversità di queste risposte sia solamente formale, mentre nella sostanza esse si equivalgono. Avviene che esse utilizzano espedienti diversi, ma finiscono per dare la medesima risposta, la cui logica è: mettere l’uomo al riparo da sé stesso, dargli delle buone ragioni, possibilmente supportate da numeri e dati empirici, per non dover fare i conti con la propria responsabilità.

Pensare che in noi si giochi l’eterna lotta tra il bene ed il male ci esenta dalle ragioni ultime di questa lotta, ci deresponsabilizza perché ci rende semplici pedine. Pensare di essere una piccola tappa nel percorso di crescita e sviluppo dell’umanità, anche in questo caso, ci esenta dalle ragioni ultime delle nostre scelte; l’essere una tappa intermedia ci rende necessariamente parte di un cammino svincolandoci dal dover fare i conti con la meta, con il fine, con il punto di arrivo. L’ipotesi delle molteplici persone (personalità multiple) che conviverebbero dentro ognuno di noi, riesce anch’essa a liberarci dal peso della responsabilità; essa, infatti, mettendo in crisi l’unicità della persona, fa scomparire l’idea stessa di un io a cui ascrivere il vincolo della responsabilità. L’ipotesi spiritualista è evidentemente assimilabile a quella mistica. Quella neurologica, invece, tende a dar ragione delle nostre scelte in termini chimici, rispondenti a leggi naturali, esterne al controllo della persona, così che, anche in questo caso, la responsabilità diventa ancora una volta estranea.

È quindi evidente come, spiegazioni apparentemente difformi non facciano che rispondere alla stessa logica già enunciata: mettere al riparo l’uomo dalle proprie responsabilità (1).

Diversamente, come abbiamo più volte ripetuto in queste pagine (2), la chiave di volta del nostro tempo è la presa d’atto del dover maturare il concetto di responsabilità in prima persona, e socialmente nella sua declinazione democratica della corresponsabilità.

La strategia più semplice e immediata per passare sopra la nostra responsabilità è distrarci. Esistono diversi modi per farlo. Il più abusato è l’uso della paura.urlo

Il senso di paura, soprattutto se di carattere persecutorio, giustifica un alto grado di irresponsabilità; chi ha paura tende ad essere preso dal panico e, di conseguenza, a non rispondere più delle proprie azioni. Un uso in tal senso della paura è stato fatto, come è noto, dalla passata amministrazione Statunitense, al fine di giustificare la guerra in Iraq, le torture nelle carceri della CIA; la paura ha permesso a milioni di cittadini USA di non sentirsi responsabili delle migliaia di vittime che ne conseguivano. È noto come la strategia della tensione e del “terrore rosso” abbia giustificato le violenza fascista e abbia avvallato l’ascesa di una dittatura poi durata venti anni. Medesima strategia dietro all’ascesa di Hitler in Germania. Cosa muove l’insistenza che in questo giorni il Presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi manifesta nei riguardi del problema delle intercettazioni? Perché indurci a temere d’esser tutti intercettati?

Oppure: perché indurre la paura dell’immigrato? È forse vero che il non essere nati in Italia induce alla delinquenza?

La questione è che l’immigrazione, la privacy, la proprietà privata, la libertà personale, l’avere opinioni e aspirazioni a volte diametralmente opposti, sono temi complessi e che meritano d’esser trattati come tali.

Più facile è, invece, dividere il mondo in buoni e cattivi, sani e malati, italiani e stranieri, onesti e disonesti, fascisti e comunisti, guardie e ladri, bianchi e neri, normali e pazzi.

Se vogliamo vivere in un mondo democratico e giusto dobbiamo accettarne la complessità, dobbiamo fare lo sforzo di guardare le cose come stanno. La democrazia richiede impegno e costanza; essa non è giusta per natura, ma anzi, rischia di nascondere meglio di altre forme di governo i propri problemi. Nelle dittature le prevaricazioni e le ingiustizie sono plateali, ottuse, a volte ridicole. Nelle democrazie ingiustizia e prevaricazione si nascondono dietro parole come maggioranza, società civile, premierato forte, sistema proporzionale o maggioritario, informazione pluralista. Che differenza c’è tra la polizia cinese che reprime una manifestazione in Tibet e la polizia italiana che reprime una manifestazione contro la TAV? In entrambi i casi si manganella chi non è d’accordo con il potere. Che differenza c’è tra l’informazione data da un telegiornale della monarchia saudita e quella dei nostri tg? In Arabia mi dicono cosa pensa il governo, e io devo capire come stanno in realtà le cose, in Italia assisto a dichiarazioni di un esponente della maggioranza e di uno dell’opposizione, ma anche qui devo fare io lo sforzo di capire come stanno in realtà le cose; il giornalista si guarda in entrambi i casi dal dirmi la verità, fa semplicemente da megafono.

Se non riscopriamo la centralità delle persone e dei cittadini nella prospettiva della sinistra la democrazia finisce per essere un giochino per intellettuali, se diamo ascolto alle sirene della destra rischia di tramutarsi in uno  strumento di controllo delle masse, solo meno rozzo della dittatura. Da un lato si crede, all’esistenza di un uomo che è razionalità, dall’altro ad un uomo che ha paure da combattere, territori da difendere. In entrambi i casi si sta ancora sul piano della dicotomia irrazionalità vs razionalità, animale vs unomo.

cervelloLa sinistra e le parte più oltranzista del mondo scientifico, crede che l’uomo sia razionale e debba cercare di svincolare se stesso dalla propria parte animale. Se così fosse essa dovrebbe sempre più conquistare il consenso delle masse, mentre è vero il contrario. Come abbiamo visto all’inizio di questo post, non è corretto concepire l’uomo come un perpetuo moto verso la razionalità; è più corretto pensare all’uomo come un essere che sa usare la logica e la ragione, ma che, nell’assumere le proprie decisioni e nel fare le proprie scelte, ne fa un uso quanto mai esiguo. E questo non è un giudizio morale sull’uomo, ma una constatazione; è, piuttosto, da stupidi voler credere che l’uomo sia ciò che non è.

Anch’io, in queste pagine, ho più volte parlato alla razionalità dell’uomo, forse perdendo di vista il più dell’uomo. Esso è anche raziocinio, ed è bene stimolare anche questo suo aspetto, ma dobbiamo saper vedere oltre, non credere che l’uomo sia tutto lì, o che dovrebbe essere tutto lì. Finiremmo per diventare i soliti intellettuali di sinistra che credono di aver capito cos’è l’uomo, quando quella stessa visione che dell’uomo si sono fatti li sta allontanando dalla realtà.

Dobbiamo allora usare le strategia della “destra”? Non parlare alla razionalità dell’uomo, ma alle sue paure? Anche questa scelta non porta frutti, e soprattutto non esce dalla logica dicotomica. Quanto c’è di questa strategia della paura nell’indiano dato a fuoco a Nettuno?

Entrambe le strategie, come detto, si rifanno al medesimo costrutto; corron dietro all’uno o all’altro aspetto dell’uomo, finendo per considerarlo il solo.

A livello dell’attuale compagine politica l’obiettivo di tutto ciò sembra semplicemente essere la ricerca del consenso. da un lato un consenso che fa leva sulle paure, dall’altro su un’idea ideale e futuristica di un uomo che mai esisterà.

In realtà va superata e accantonata questa visione moralistica dell’esperienza umana. Dobbiamo scrollarci di dosso i nostri schemi a riconoscere le forme che sta assumendo l’attuale antropologia occidentale.

Qualcuno potrà dirmi che non è questo il compito della politica. Dissento! La politica non può essere semplice amministrazione, deve assumersi la responsabilità di dare spazio e risorse agli uomini e alle istanze di cui essi sono portatori.

Fare politica non è né costruire un nuovo uomo, né assecondare le sue paure. Per noi fare politica è costruire una prospettiva di convivenza capace di tenere assieme tutte le tensioni di cui l’uomo è naturalmente capace.

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Si, se poe fare – Yes we can

24 gennaio 2009 Davide Nessun commento

Perché dovreste sostenere il nostro partito piuttosto che partiti più blasonati, organizzati, conosciuti e, soprattutto, più ricchi del nostro?

La domanda è più che legittima, e ha a che fare soprattutto con l’ultima questione: anche nel caso in cui si abbiano buone idee ci vogliono i soldi per portarle avanti, per sostenerle, per promuoverle, per diffonderle; e noi i soldi non li abbiamo.

La domanda, però, trascura almeno due aspetti che sono invece da ritenere imprescindibili: il fatto che l’Italia ha istituzioni democratiche e che il problema dei soldi è un problema fino a che qualcuno non dimostra che non è un problema.

Partiamo dalla questione della democrazia. E facile mostrare come gli italiani non abbiano a cuore la democrazia e le istituzioni che la reggono diversamente da come accade ad altri popoli (si veda “Non è l’ottimismo il profumo della vita – eligo, ergo sum“) e quanto questo sia determinante nel nostro avere una classe politica deprimente. Ciò non significa, però, che la Repubblica Italiana non goda di un sistema elettivo democratico, cioè popolare. Prova ne è il fatto che Silvio Berlusconi sia il presidente del Consiglio per la terza legislatura. La mia affermazione non va presa con ironia. Credo realmente che, dopo ciò che mezza Italia ha fatto per delegittimarlo, il fatto che gli italiani lo abbiano rieletto è segno che il voto popolare esiste e conta. Quindi è realistico poter godere della fiducia del popolo italiano; da un punto di vista tecnico e pratico è, cioè, possibile diventare classe dirigente.

Dopo questa mia affermazione molti staranno passando alla questione successiva: i soldi. Berlusconi è riuscito proprio perché ha tanti soldi. È possibile che parte del successo di Silvio Berlusconi in politica sia dovuto alla ingente quantità di pecunia di cui dispone e alle aziende pubblicitarie di cui è proprietario. Ma una cosa non va trascurata anche qui. Se una persona arriva ad un risultato adottando certi metodi, o seguendo un determinato percorso, significa forse che qui metodi o quel percorso sono gli unici possibili? No. Significa solamente che quei metodi e quel percorso sono praticabili e, a patto di averne i mezzi, si possono ripercorrere. Ma non fa il caso nostro.

Come detto ciò non deve essere motivo di scoramento. Spesso le vie più agevoli non sono praticate solamente per il fatto di non essere mai venute in mente a nessuno. Fino a che ci concentriamo su un metodo, su una strategia, su un modello, fatichiamo a vedere che ne esistono altri.

Cosa vedete nell’immagine? Il vecchio in primo piano con la mano appoggiata al petto, o i pastori sotto l’arco e il cane che dorme?

Se fate fatica a vederle ambedue comprenderete ancora meglio il nocciolo della questione. E se anche avete visto entrambe le figure subito, avrete notato come esse siano alternative, cioè non potete vederle contemporaneamente.

È un banale esempio, ma ci dice della nostra tendenza, dopo aver dato un certo significato ad una figura, a non vedere che essa può averne altri; e ci serve a comprendere che così funziona per la totalità delle cose umane, quali sono la politica, il mercato, le relazioni interpersonali, ecc. Non sono mosse da leggi o regole immutabili, ma da credenze e da abitudini; funzionano fino a che crediamo, vogliamo, ci serve che funzionino, dopo di che non contano più nulla.

Se ci stacchiamo dall’idea che solo chi ha soldi, solo chi ha le giuste conoscenze, solo chi è nato dalla famiglia o dal clan giusto può arrivare a certe vette, potremo iniziare a vedere che il mondo può funzionare diversamente, che l’Italia può anelare ad una classe dirigente di cui andare orgogliosa, che un mondo diverso è possibile.

È ovvio che fare questo sforzo non genera di per se stesso l’alternativa; essa va trovata. Ma il trovarla esige questo esercizio. Dobbiamo scuotere la testa, strofinarci gli occhi e sforzarci di pensare che possa esserci qualcos’altro. Forse esso non ci apparirà subito, ma è l’unico modo di vederlo.

Si può fare, ma non perché esso rappresenta una candida illusione, ma perché se decidiamo che il cambiamento siamo noi, in questo stesso momento noi stiamo cambiando le cose. Non dobbiamo mai scordare che i prodotti della realtà umana esistono perché le nostre menti continuamente li alimentano e li reificano. Non esiste nulla di più semplice che cambiarli, basta iniziare a pensarla in modo diverso, iniziare a dirlo e chiedere che altri lo dicano; all’inizio si può anche passare per strani/scemi, ma è così che si cambia il mondo; forse anche con i soldi, ma è molto più difficile, chiedete a Berlusconi.

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Sondaggio: perchè ai giovani non piace la politica?

17 gennaio 2009 Davide 1 commento

Visto che l’ultimo post era più un esercizio letterario che una vera e propria argomentazione su giovani e politica, vi propongo un sondaggio sul rapporto tra queste due entità. È un tema fondamentale nella prospettiva di coinvolgere e di avvicinare alla politica il mondo giovanile, quindi è importante raccogliere più opinioni e possibili idee a riguardo.

La base popolare, l’essere cioè vicini alla gente e saperne coglierne i problemi e le necessità rappresentano per un movimento o per un partito qualcosa di irrinunciabile. Diversamente si finisce per diventare delle macchine da voto autoreferenziali, volte solo a mantenere il proprio stato, e completamente avulse dai problemi reali delle persone. Vorremmo che il nostro movimento e il nostro partito coalizzassero le forze giovani del nostro paese; al contrario facciamo ogni giorno esperienza di giovani e ragazzi che sembrano essere completamente disinteressati ai temi sociali, della giustizia, del bene comune, del futuro. Sembra quasi che essi abbiano una sorta di repulsione verso la politica.

La domanda è: perché ai giovani non piace la politica?

Le opzioni che abbiamo individuato sono:

  • Non c’entra con la loro vita, hanno altro a cui pensare;
  • Non ne hanno bisogno;
  • È un ambiente dove si finisce per essere compromessi e collusi;
  • Non capiscono cosa sia;
  • Hanno capito che la politica non migliora nulla;
  • Tanto fumo e poco arrosto;
  • Non c’è un leader capace di coinvolgerli;
  • Vivono alla giornata, mentre la politica esige uno sguardo sul futuro;
  • È fatta di ideali e gli ideali non esistono;
  • Hanno tutto, perché dovrebbero perdere il loro tempo?
  • Altro.

A destra trovi il riquadro dove puoi esprimere il tuo pensiero a riguardo. Puoi scegliere una o due opzioni.

Se le risposte non ti soddisfano e hai scelto “Altro” ti invitiamo a commentare questo post e suggerirci il tuo pensiero o di contattarci tramite la pagina ‘Chi siamo -> Contattaci’.

Rispondete numerosi e invitate vostri amici a rispondere al sondaggio.

Pedigree

6 gennaio 2009 Davide Nessun commento

Essendo ormai giunti all’anno zero del nostro movimento credo sia ora di mettere nero su bianco quelle che sono le sequenze genetiche comuni agli appartenenti, e a quanti intenderanno appartenere, al movimento politico che vogliamo creare.

Mentre fino a poco tempo fa parlavo di partito, ora preferisco parlare di movimento. Ciò non perché la prospettiva del partito sia tramontata, ma piuttosto perché ritengo che esso non descriva appieno il significato di ciò che vogliamo fare. La parola “partito” dice di una chiara posizione nell’arena politica, posizione che dovremo assumere, ma solo in un secondo momento. L’etimologia del termine, come è evidente, ha a che fare con la “parte”. Ciò a definire chiaramente dei confini rispetto ad una necessaria contro-parte; quindi una chiara identificazione nella diversità, una chiara ap-parte-nenza.

Perché dico che il partito è la seconda fase del nostro cammino? Come molti di noi sanno, come più volte anche a me è stato rinfacciato, in Italia di partiti ne esistono anche troppi. In questo ultimi decenni abbiamo assistito alla nascita e alla morte di decine di gruppuscoli e partiti. Essi volevano appunto essere la rappresentanza politica di una, spesso piccola, parte. Non vi è nulla di male in questa operazione; ci si trova a condividere dei valori, delle priorità, delle aspettative sul futuro, e le si prova a perseguire. Si prende insomma una parte. Dunque il partito viene dopo perché è l’applicazione pratica, è quello stare materialmente nelle istituzioni, che si origina  in una cultura politica, in un senso della partecipazione, in una prospettiva del costruire assieme il futuro, che viene prima e che va oltre il partito. Perciò parlo di movimento, il partito ne è solo una appendice.

Non è dunque nel partito che sta la nostra novità e la nostra differenza. Prima del partito noi dobbiamo aver cura di essere un movimento politico. Prima di tutto dobbiamo essere i promotori di un diverso modo di concepire e di pensare la cosa pubblica (res publica in latino), di concepire e di fare la politica; il partito diventa quindi lo strumento per portare questo diverso modo di concepire e di pensare il nostro essere cittadini nelle istituzioni e nel governo. Ma non è tutto qui; non si tratta solo di una mera questione logico-concettuale.

L’emergenza italiana non è una emergenza partitica, come detto non mancano i partiti, ciò che manca (che è ciò che ci spinge a frequentare queste pagine, a intavolare questi discorsi) è la mancanza della politica. Quando dico che il movimento politico deve venir prima del partito lo dico perché penso che in Italia, prima che di un nuovo partito, ci sia bisogno di un nuovo modo di concepire la politica e il ruolo della politica nel nostro coesistere. Io individuo tre caratteristiche più una quarta che dovrebbero rappresentare il pedigree del nostro movimento, lo stile del nostro agire, i tratti identitari del nostro essere: esse sono coraggio, mediazione, fiducia, e quindi corresponsabilità.

Il coraggio (dal latino coraticum, aggettivo derivante da cor, cordis cuore) è la virtù umana, che fa’ si che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, affronti con serenità i rischi, non si abbatta per dolori fisici o morali e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, il pericolo, l’incertezza e l’intimidazione. Il coraggio non è né arroganza, né ottusità, ma indica un moto che viene dal cuore appunto e che ha a che fare con il metercisi in prima persona. Non è accettabile che il nostro futuro sia pensato e costruito da chi quel futuro non lo vivrà. Dobbiamo avere il coraggio di affermare che il futuro inizia ora. Dobbiamo avere il coraggio di dire con fermezza che la vita è nostra e che la nostra vita va ben oltre il nostro ristretto spazio esperienziale; oggi più che mai, la nostra vita riguarda tutto il mondo, e tutto il mondo riguarda la nostra vita.

La mediazione, invece, non è la media delle opinioni, ma la virtù forse più importante della politica: è quella prospettiva, quel modo di approcciare le cose e i problemi che ha a che fare con lo “stare nel mezzo”. Gli antichi dicevano «in medio stat virtus» che non vuol dire che la verità sta nel mezzo, come spesso si intende, ma la virtù; e la virtù è la abituale e salda capacità di un uomo di eccellere in qualcosa, di compiere un certo atto in maniera ottimale, letteralmente “modo perfetto d’essere”. In altre parole è il vecchio proverbio l’ottimo è nemico del bene; e non significa né andar d’accordo con tutti, né compromettere i propri valori, ma imparare ad essere il collante, il cuscinetto tra gli opposti.

Anche la fiducia deriva il suo significato dal latino e ha a che fare con il fidarsi, ma  fiducia in cosa? Con la consapevolezza del fatto che i nostri giorni non permettono fedi ideologiche o verità assolute, e che al contempo non possiamo rinunciare alla speranza nella giustizia e in un mondo migliore, pena perdere il senso della politica (1),  dobbiamo saper creare un nuovo senso di fiducia. Dobbiamo dire alle donne e agli uomini che è in se stessi che devono confidare; poiché unici responsabili di tutto non possono più fidarsi di ideali né di nuove divinità, devono poter ricominciare a credere in qualcosa che parli di loro al di là di loro stessi.

Infine la corresponsabilità. È forse la cosa più innovativa e caratteristica del nostro movimento. Non avendo più grandi valori o grandi ideali che ci accomunano, ma dovendo comunque trovare la strada della convivenza e della giustizia, c’è da imparare a condividere il potere, c’è da imparare ad essere corresponsabili, a cogliere che le mie scelte non sono mai solo mie, e non possono riferirsi solo a me (2). Essa è forse la più difficile da costruire, perché vuole il coraggio, esige mediazione, richiede fiducia.

Io vedo in questi quattro esercizi le basi che dobbiamo condividere nel voler creare un movimento politico e quindi un partito. Ognuno di noi sarà poi portatore e raccoglierà attorno a se valori, idee, istanze e bisogni anche molto diversi, ma sarà imparando ad esercitare queste virtù che potremo costruire un mondo più giusto.

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I valori di un partito

6 dicembre 2008 Davide Nessun commento

Nei post precedenti abbiamo visto come parlare di valori, di ideali, di senso, sia diventato oggi insignificante. Abbiamo anche visto come non sia realisticamente pensabile il poterli o il doverli recuperare, perché il loro non esserci più è costitutivo dell’uomo di oggi, e chi li volesse riprendere compirebbe un’operazione assurda, oltre che anacronistica. L’uomo che oggi conosciamo è inesorabilmente post-valoriale, post-ideale, post-. Egli è talmente post- rispetto a tutto, da non essere in grado, in fondo, di affermare chi è, se non rispetto a ciò che non c’è più.

Il nostro problema, per dirlo con le parole di Nietzsche, è che siamo post- rispetto a qualunque cosa, ma non siamo ancora oltre, non siamo ancora all’oltreuomo (1). Il nostro dirci post-moderni, post-industriali, ci racconta della nostra incapacità a definirci se non in quanto dopo, un dopo che non è più il prima, ma che non è ancora altro. Il mio desiderio è di assistere alla venuta dell’oltreuomo, e in queste pagine mi pongo, tra le altre cose, l’obiettivo di traghettare questa venuta. In più occasioni ho affermato che il nuovo è qui, che l’oltreuomo già c’è, che i tempi sono maturi. Il problema è, più che altro, di averne coscienza o di avere il coraggio di iniziare ad affermare la sua presenza. L’oltreuomo è una di quelle cose che esistono solo nel momento in cui le dici. Dirlo, questo dobbiamo fare. Smettere di dire che siamo post-, e iniziare a dire che siamo oltre-, oltre-moderni, oltre-industriali, ecc.

La mia non è una menata da psicologi sulla negatività di concepirci “post” e quindi di avere una concezione del sé legata a metaforiche figure genitoriali, piuttosto di essere in grado di costruire un proprio io e una propria personalità autonomi. Chi mi conosce sa che aborro queste interpretazioni e le rifuggo.

Ma, siccome le cose non sono fino a che non le diciamo, non sono fino a quando non le nominiamo, affinché l’oltreuomo si manifesti, diventi vero, si disveli, esso va nominato. Possiamo averlo in testa, può essere nei nostri pensieri, nelle nostre azioni, essere già fra noi, ma fino a che non gli diamo un nome nessuno lo riconoscerà.

In fondo dire che si è oltre non è poi così difficile. Allora inizio io, anche se chi vuol dare un limite al mio egocentrismo si dispererà:

«Io sono oltre!» Ripetetelo con me: «Io sono oltre!», «Io sono oltre!», «Io sono oltre!»…

Ovviamente tutto ciò ha senso solo se l’oltreuomo è già effettivamente fra noi, se già abita in noi, se siamo realmente all’oltre-, altrimenti si tratterà di un puro esercizio linguistico.

Cercherò allora di dire perché e in che senso, siamo giunti al passo dell’oltre; perché credo che non si debba più parlare di post-, ma che si debba finalmente riconoscere la svolta che l’uomo sta facendo. Credo inoltre che nel comprendere questo salto stia la novità del nostro partito, il perché egli si debba definire nuovo, e quindi quale sia la cosa da dire a chi ci chiede ragione dell’averlo costituito. Si tratta di cose che ho già detto in altre forme; cercherò di condensarle in un discorso organico.

Il pensiero moderno ha condotto l’uomo a lidi dai quali egli non può far ritorno. Questo non deve essere ragione di rammarico o di nostalgia, ma di presa di coscienza. La messa in discussione di tutte le verità rivelate in favore della ragione (la creazione del mondo, la sovranità per grazia divina, solo per fare due esempi) e, di conseguenza, di tutte le autorità che su di esse e da esse traevano la loro legittimità, ha senza dubbio reso all’uomo un servigio inimmaginabile, e l’ha liberato da credenze e schiavitù ataviche. Se ci si pensa, la grande scoperta che sta dietro a questo processo è la libertà della ragione umana. La libertà della ragione, nell’uomo occidentale, abituato ad identificarsi nella propria ragione, è diventata per trasposizione, potremmo dire per proprietà transitiva, libertà umana (probabilmente un gravissimo errore semantico). Essa è diventata il fondamento, ma anche l’idolo a cui è stata sacrificata ogni altra cosa. Se ci si pensa, però, ciò era inevitabile. Tutto è iniziato con la messa in discussione di alcune autorità: la chiesa, la bibbia, l’ancien régime, ecc. Questi atti, presi di per sé, non facevano che sanare delle ingiustizie e dare libertà all’uomo; ma la messa in discussione dell’una o dell’altra autorità, dell’una o dell’altra verità, a lungo andare, non ha semplicemente demolito le stesse, ha insinuato l’idea che nessuna autorità e nessuna verità siano assolute; col tempo la cosa è divenuta un dato di fatto. Fin dalla metà dell’800 i pensatori hanno preso a chiamare questo fenomeno nichilismo.

«Nichilismo: manca il fine, manca la risposta al “perché?”; che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi si svalutano»

(F. Nietzsche, 1887, frammento VIII, II, 12)

Mettere in discussione un valore, una autorità o una verità, non significa semplicemente cercare di dimostrarne l’infondatezza, significa dare per scontato che non ci possano essere valori assoluti, autorità date, verità inconfutabili.

«L’uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo, ora a quel valore, per poi lasciarlo cadere; il circolo dei valori superati e lasciati cadere è sempre più vasto; si avverte sempre più il vuoto e la povertà di valori; il movimento è inarrestabile – sebbene si sia tentato in grande stile di rallentarlo. Alla fine l’uomo osa una critica dei valori  in generale; ne riconosce l’origine; conosce abbastanza per non credere più in nessun valore; ecco il pathos, il nuovo brivido… Quella che racconto è la storia dei prossimi due secoli…»

F. Nietzsche, 1887-88, frammento VIII, II, 266)

Questo modo di pensare è divenuto parte costitutiva del nostro essere; come ho detto più volte, valori e ideali non possono più contare per noi.

«Nietzsche chiama il nichilismo “il più inquietante (unheimlich) fra tutti gli ospiti”, perché ciò che esso vuole è lo spaesamento (Heimatlosigkeit) come tale. Per questo non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia.»

(M. Heidegger, La questione dell’essere – sopra la linea, 19555-1956, p. 337)

La conseguenza inevitabile di questo processo è, oltre alla svalutazione di tutti i valori, la centralità che assumono la ragione umana e la sua libertà. La conseguenza del nichilismo è necessariamente il relativismo. Se la verità perde il suo valore assoluto, allora ogni cosa diviene relativa, ogni questione è opinabile. In questo senso Nietzsche può annunciare la morte di Dio, “Gott ist tot”.

Quale è il risultato di tutto questo processo? Che ogni singolo uomo è assolutamente libero, arbitro, solo.

Libero perché è sull’emancipazione della ragione umana che egli fonda il proprio ego (1).

Arbitro perché, morto Dio, egli rimane l’unica entità a poter decidere del bene e del male (2).

Solo perché, in questa sconfinata libertà, egli non ha valori, ideali, verità che lo possano guidare, né fedi, né conoscenze, né certezze da poter invocare.

«Allora, quando la trascendenza perde la sua forza vincolante e ammutolisce, l’uomo abbandonato a se stesso reclama la sua libertà. Anzi, non gli resta che prendersela: l’uomo è la libertà stessa poiché ormai non è altro che quello che progetta di essere, e tutto gli è permesso. Che questa libertà finisca poi per essere una libertà disperata, la quale infonde più angoscia che pienezza d’essere, è un fatto con il quale l’esistenzialismo ha cercato di convivere.»

(F. Volpi, Il nichilismo, Editori la Terza, 2005)

L’unica cosa che ci può permettere di dare una definizione dell’uomo di oggi è la libertà, o per essere più precisi, la libertà della ragione umana. Solo il concetto di libertà, nella sua accezione più larga e assoluta, può delineare l’essenza dell’uomo contemporaneo. Essa, però, se da un lato si caratterizza come la più grande conquista  dell’umanità, dall’altro ne rappresenta la più grande angoscia, il pathos, il “nuovo brivido”.

Come già detto in altri articoli questa libertà sembra essere senza scampo, perché, nel momento in cui la si esercita si finisce inevitabilmente per perderla, e con essa la stessa propria umanità. Come uscire, allora, da questo paradosso che ha attanagliato e incatenato le generazioni che ci hanno preceduto e che sembra impedire al mondo di fare il passo che all’inizio chiamavo dal post- all’oltre-?

Se l’unico modo di definirci rimane la libertà, essa non riuscirà mai a dare ragione del nostro essere, resteremo sempre prigionieri della sua indeterminatezza. La vita non fa che chiederci di scegliere, e su queste scelte casca l’asino, su queste scelte scopriamo tutta l’angoscia che la libertà procura. L’angoscia, come dice Kiekegaard, «è la vertigine della libertà». La libertà assoluta provoca vertigine, le scelte pesano tutte sulle spalle del singolo uomo, all’uomo è consegnata la chiave di ogni possibile soluzione; certo l’incertezza può sedurre l’uomo, poiché dietro l’incertezza vi è comunque la libertà assoluta delle sue scelte, ma è proprio qui che Kierkegaard avverte una contraddizione: da un lato la libertà assoluta sembra essere un bene, dall’altro è la stessa fonte dell’angoscia.

Quale soluzione? Abbiamo già visto, Chi siamo noi!? – parte prima“, che la scienza sembra essere una facile tentazione, però inabile nel dare risposte capaci di significato. Anche la conoscenza, come abbiamo visto in “Conoscere la conoscenza obbliga“, sembra non essere la soluzione ai mali dell’uomo, mentre il non decidere tenendosi sempre aperte più possibilità, senza mai diventare adulti, analizzato in “Circondati da bambini?“, ha evidenziato il blocco mostruoso messo in atto dalle generazioni che ci hanno preceduto.

L’unico modo di superare il vincolo che la circolarità della libertà pone a se stessa è la responsabilità.

Ciò significa fare, come dicevo all’inizio del mio scritto, un cambiamento di prospettiva, un cambiamento di weltanschauung, che è anche un cambiamento di termini. Non è nella possibilità di scegliere che forgio il mio essere, perché la possibilità allarga, anziché definire, solo lo scegliere mi definisce. Certo il definire ha a che fare con l’essere finiti, e con la sua finitezza l’uomo deve ritornare a fare i conti (si veda  “La Stanza“). Ma a parte ciò, scegliere significa confrontarsi con l’angoscia, perché arbitri e soli, ma se si è responsabili si può guardare in faccia la propria libertà ed esercitarla, altrimenti la si terrà li, chiusa nella cassaforte, come chi ha un tesoro, ma non lo spende.

Ecco dove sta la novità e, se vogliamo chiamarlo così, il valore del nostro partito: noi non siamo il partito della libertà, siamo il partito della scelta, della responsabilità. Noi chiediamo ai nostri elettori di rappresentarli non perché siamo quelli che più li assomigliano, o cercano di assomigliarli, ma perché in noi trova forma la loro responsabilità. Per questo il nostro partito, più che essere partito democratico deve essere partito della responsabilità. In questo senso dicevo che oggi o si fa politica o non si è.

Per queste ragioni il nostro tratto distintivo dove essere la corresponsabilità, non l’adesione a dei valori o a degli ideali, ma l’adesione al proprio essere uomini.

Non dobbiamo essere un partito supermarket, dove ognuno può trovare ciò che più gli assomiglia, ma diventare strumenti di costruzione della propria e dell’altrui cittadinanza. Non dobbiamo piacere, dobbiamo appartenere.

Non dire alla gente: «tranquilli, adesso arriviamo noi e risolviamo tutto». Questo è sì, ciò che la gente vorrebbe sentirsi dire, ma è il contrario di ciò di cui ha bisogno. Non dobbiamo essere il partito “del fare”, ma del “far fare”. La sfida, me ne rendo conto, è anzitutto culturale, ci sono da aprire milioni di occhi, più facile è vendere anche noi qualche prodotto come fan tutti, ma non è questo il partito che vogliamo nè quello di cui c’è bisogno.

Dobbiamo dare agli uomini e alle donne di oggi l’occasione di esercitare la propria responsabilità. Questa è la speranza che deve saper trasmettere il nostro partito.

«La speranza ha due bellissimi figli: l’indignazione e il coraggio. L’ indignazione per le cose che non vanno. Il coraggio per cercare di cambiarle»

(Agostino di Ippona, noto anche come Sant’Agostino)

(1) Basti il “cogito, ergo sum” di Cartesio, dove il pensare diviene fondamento dell’essere.

(2) Si pensi al semplice fatto che, ciclicamente, siamo chiamati, tramite i referendum, a dire se è bene o male interrompere una gravidanza, interrompere una vecchia vita, modificare i geni, far nascere chi sappiamo sarà disabil, ecc.

Si va in scena

21 giugno 2008 Davide Nessun commento

Ho già sottolineato in precedenti post come io veda necessariamente superata una weltanschauung del mondo basata su un ideale. Ho provato a metter in luce come negli ultimi due secoli vi sia stata una idea, una speranza, una concezione di fondo che ha permeato società e singoli, e che rendeva le persone fiduciose nell’avvento di una società migliore, più giusta, più equa.

È probabile che l’uomo abbia sempre vissuto con questa speranza nel tentativo di migliorare le proprie condizioni. Non critico e non condanno qui la speranza in sé di una visione, direi quasi insita nell’uomo, di una vita migliore, recito solamente il requiem dell’ultima, in termini cronologici e non escatologici, incarnazione di questo anelito nell’occidente.

È esperienza quotidiana che l’uomo di oggi, in special modo se giovane, fatichi sempre più ad immaginare il proprio futuro. Perché? Si tratta semplicemente di una questione di mutate condizioni socio-economiche? È cambiato il mercato del lavoro? È colpa degli immigrati? Dei cinesi?

Si tratta, senza dubbio, di motivazioni valide, spiegazioni oggettive che, certo, non aiutano ad avere una visione chiara del proprio futuro; direi, estremizzando, che non aiutano nemmeno a pensare un futuro. Ovvio che, se su di esse addossiamo la colpa, allora sembriamo essere vittime di una sorta di sfiga generazionale. Viviamo una serie di contingenze che ci impediscono di vedere oltre, ma, se passeranno, se le cose cambieranno, se troverò il ‘lavoro giusto’, se troverà ‘l’amore vero’, se avrò ‘abbastanza soldi per’, allora tutto tornerà a posto. Vivendo tutto ciò come una sorta di sfiga temporanea, di momento negativo, finiamo necessariamente per subire tutte queste realtà, di accettarle come inevitabili, di essere ancora una volta generazione vaselina.

La questione a parer mio è ben più profonda. Certamente il mondo di oggi è ben diverso da quello di cinquant’anni fa. Sono cambiate le prospettive lavorative; non si può più sperare in un lavoro che duri tutta la vita, ma non è tutto qui. Con il venir meno del potere predittivo degli ideali sono andate in crisi tutte quelle istituzioni, o meglio l’uso che di queste istituzioni si faceva, come la famiglia, lo stato, le comunità, che di questi ideali rappresentavano il veicolo e la cornice entro cui realizzarli. Nel momento in cui si è dileguato l’ideale di una società giusta, senza povertà e discriminazioni, è andata in crisi l’istituzione Stato che di questo ideale si era fatta interprete; nel momento in cui vacilla l’ideale di un amore eterno, va in crisi con esso quell’idea di famiglia che ne rappresenta il contenitore; nel momento in cui decade l’ideale di appartenenza ad un territorio, cadono i confini, gli spazzi si accorciano, scompaiono e nasce il villaggio globale, decade la struttura della comunità con il suo senso di mutualità e di appartenenza.

Si badi bene che non intendo dire che ci si deve rassegnare ad una società ingiusta, che l’amore non esiste o che l’uomo non ha bisogno di far parte di una famiglia o di una comunità. Semplicemente sono caduti gli ideali che su di essi l’uomo si era fatto e con essi gli strumenti che di queste visioni idealtipiche dovevano essere i media, le cornici, la forma.

Allora, per me non è sufficiente dire che viviamo un periodo un po’ sfigato, perché vedo annidarsi in ciò la rassegnazione ad una esistenza senza significato che io voglio combattere. Non è questione di sfiga, ma, come ho già avuto modo di dire, la questione è inerente alla nostra volontà di leggere il cambiamento e di saperlo interpretare. Come diceva il Lò nel suo post responsabili di tutto, la questione è se essere protagonisti del nostro tempo; se essere i tedofori del presente, o lasciare che il testimone passi nelle mani di altri e restare semplici spettatori. Nessuno vuole offendere la dignità dello spettatore, in fondo lo spettacolo è messo in scena per lui. È solo che qui stiamo parlando dello spettacolo della vita, e la propria vita non la si può vedere dal di fuori, non la si può osservare, non è una cosa da farsi in terza persona. La vita è lo spettacolo degli spettacoli. È l’evento per eccellenza; va in scena una sola volta, senza repliche. L’esserci può essere solo in quanto interpreti, non c’è alternativa. È una becera illusione quella di poter fare da spettatori. Qui, come minimo si può essere comparse, ma ciò significa essere in scena, conoscere il canovaccio, fare la propria parte.

Frequentare generazionevaselina.it significa, a dir poco, sapere di essere sul palco, perlomeno esserne consapevoli; ma questo è il minimo, poi, se lo chiedete a me, io penso che chi frequenta questo spazio può e deve essere tra i protagonisti dello spettacolo.

Di questo spettacolo, che è la vita di ciascuno di noi, che si esprime in una unica grande prima (per un approfondimento sul tema si veda “La stanza“), non conosciamo che un vago canovaccio. Nel tempo degli ideali (o del capitalismo pesante di cui parla Z. Bauman) si credeva di avere un copione tra le mani, una sceneggiatura ben chiara, un finale ben stabilito. Ma non è così! Noi sappiamo, oggi più che mai, che il finale non è scritto. Abbiamo solo qualche stralcio di un canovaccio, anche abbastanza sommario, e con quello ci dobbiamo arrangiare a mettere in piedi lo show. E la regia?

A questo serve il partito che vogliamo fare. Deve cercare di mettere assieme questi stralci, tentare di assemblare il canovaccio. Per questo i discorsi di generazionevaselina.it sembrano, a volte, campati in aria, senza concretezza. Essi rappresentano il rozzo tentativo di ordinare e dare significato a queste pagine che ci paiono confuse. Pagine che parlano di uno Stato che non sa più quale società ha da offrire ai propri cittadini; di cittadini e singoli ‘fai da te’, che si trovano sempre più a cavarsela da soli perché lo Stato non ha più nulla di sicuro da garantire loro. Pagine che parlano di comunità a cui nessuno più appartiene, o di parole come famiglia che tutti usano, ma che più nessuno sa cosa vogliano dire.

So che sembrerò banale e dire le stesse, solite cose che dicono gli altri partiti, ma questi tre ambiti penso possano rappresentare la materia da modellare per costruire il nostro progetto politico:

  • ripensare il ruolo dell’istituzione Stato per il cittadino del nostro tempo;
  • ripensare il ruolo dell’istituzione Comunità per il singolo del nostro tempo;
  • ripensare il ruolo dell’istituzione Famiglia per l’uomo del nostro tempo.

Esse sono sempre state istituzioni che hanno caratterizzato la vita dell’uomo, ma basta leggere qualche libro di antropologia per scoprire che hanno assunto forme e strutture diverse, e sarebbe da miopi credere che le forme che hanno assunto in occidente e nella nostra storia siano le migliori. Come ho già detto, Stato, Comunità e Famiglia sono in crisi perché in crisi è andato il modello e l’ideale a cui il loro adattamento rispondeva. Non sono, quindi, in crisi in quanto tali, è in crisi la forma che hanno assunto. Stato, comunità e famiglia non vanno abolite, vanno riplasmate per poter nuovamente essere per l’uomo lo spazio entro cui mettere in scena il proprio grande spettacolo.

Cosa abbiamo di diverso dagli altri partiti? Semplice: anche loro vedono i segni della crisi, ma non sanno da dove venga; parlano di famiglia, di società, di comunità, ma stanno ancora parlando di quei vecchi contenitori ammuffiti e che non dicono più nulla all’uomo di oggi.

A noi, allora, il compito di narrare  nel mentre diamo forma a questi nuovi contenitori, a un nuovo stato, a nuove comunità, a nuove famiglie.

Giovedì 12 giugno 2008 – bis

20 giugno 2008 Davide Nessun commento

Molti si chiederanno come è andata la prima riunione del partito. Presto detto: ci dovremo trovare ancora e la prossima volta dovremo coinvolgere anche chi non era presente.

Decisioni non ne sono state prese, ma le idee si sono moltiplicate; nel prossimo post “Si va in scena” potete già dare un occhio ad alcune.

Per ora, quindi, auguro ancora una volta buona lettura.

Giovedì 12 giugno 2008

1 giugno 2008 Davide Nessun commento

Annuntio vobis gaudium magnum!

Per venire incontro al desiderio di concretezza che emerge da più parti, ho pensato di convocare la prima, informale, gogliardica riunione di V-Generation. Chi violesse parteciparvi può farsi trovare a casa mia la sera di giovedì 12 giugno alle ore 21:00 (chi viene magari mi avvisa, basta anche un commento al post).

Mi rendo conto che così facendo escludo in partenza i non polesani, ma sottolineo che si tratta di una cosa informale e che ha il solo scopo di ‘iniziare’. La riunione non vuole avere il carattede dell’esclusività, nè dell’assolutezza; semplicemente sarà una occasione per mettere giù alcune idee. L’ordine del giorno è il seguente:

  1. statuto del partito;
  2. nome del partito;
  3. cazzatine varie ed eventuali (scorrerà del vino, quindi quest’ultimo punto sarà molto discusso).

Ripeto che non verrà presa alcuna decisione; le proposte verranno poi pubblicate di modo che chi non sarà presente potrà comunque portare il suo contributo tramite il blog.

Una cosa che con la riunione non c’entra: per i fans dei miei post socio-psyco-filosofici annuncio che sto leggendo alcuni libri che stanno enormemente contribuendo ad arrichire il mio pensiero rispetto agli argomenti di cui ho discusso fino ad ora, ma che necessariemente richiedono un certo periodo di decantazione. So che siete impazienti e attendete con ansia di proseguire il cammino intrapreso. Attendete ancora un poco, giuro che stanno per arrivare interessanti novità.

Colgo l’occasione anche per ricordare a chiunque abbia da dir la sua che, oltre a lasciare commenti, è possibile scrivere su generazionevaselina.it. So che richiede del tempo e che tutti ne abbiamo poco, ma se vi viene qualche idea e la volete condividere basta registrarsi e dirmi che volete divenrtare autori; il tempo di abilitarvi ed è fatta.