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Dizionario del cittadino: “tolleranza”

19 dicembre 2009 Davide Nessun commento

La tolleranza è la predisposizione civica a convivere armoniosamente insieme a persone di credo diverso o pensiero opposto al nostro, nonché con abitudini sociali o costumi che non condividiamo. La tolleranza non è mera indifferenza, ma comporta spesso anche sopportare ciò che non ci piace: naturalmente, essere tolleranti non impedisce di formulare critiche ragionate, né obbliga a tacitare il nostro modo di pensare per non «ferire» coloro che la pensano diversamente. La tolleranza è bidirezionale: in altre parole, il prezzo che si paga a non vietare o impedire il comportamento del prossimo prevede, come contropartita, che questi si rassegni alle obiezioni o alle burle di chi ha preferenze diverse. Ovviamente, in molti casi la cortesia suggerisce la moderazione, ma è una scelta volontaria, non un obbligo di legge. Essere tolleranti non richiede di essere universalmente acquiescenti… Inoltre, ciò che si deve rispettare sono sempre le persone, non le loro opinioni o i loro comportamenti.

E naturale che la tolleranza richieda un contesto istituzionale condiviso che deve essere rispettato da tutti: chi lo nega o lo ostacola, sta negando anche il proprio diritto ad essere tollerato. Uno dei pilastri della tolleranza è limitare ciò che la compromette – cioè denunciare sia l’intolleranza che l’intollerabile – e lottare democraticamente contro di esso. Lo scrittore svedese Lars Gustafsson ha ben sintetizzato il concetto: «la tolleranza dell’intolleranza produce intolleranza». E d’altro canto, anche godere dei vantaggi della  tolleranza pubblica impone a ciascuno di rinunciare a esercitare forme di intolleranza privata. L’eccesso di suscettibilità di certi gruppi organizzati in vere e proprie lobbies è una nuova forma di intolleranza in nome di una «tolleranza» che non ammette critiche, per esempio, quando trasformano in «fobie» (islamofobia, cristianofobia, omofobia, catalanofobia e via dicendo), ovvero in una specie di malattia, qualunque commento di disapprovazione rivolto a loro. Decretare che chi non è d’accordo è una specie di malato sociale è una delle pratiche totalitarie più antiche.

Essere tolleranti non significa essere deboli, ma, al contrario, abbastanza forti e abbastanza sicuri delle proprie scelte per convivere senza scandali né timori con la diversità, purché questa rispetti la legge. Ciò che è veramente l’opposto della tolleranza è il fanatismo, spesso tipico non già dei più convinti, ma di coloro che pretendono di far tacere i propri dubbi imbavagliando e ammanettando gli altri. Come disse bene Nietzsche, «il fanatismo è l’unica forza di volontà di cui sono capaci i deboli». Il generale, le società più intolleranti sono quelle che si sgretolano più facilmente non appena, al loro interno, si autorizza l’espressione della dissidenza, che rompe con l’uniformità precostituita.