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Posts Tagged ‘di sinistra’

Dalla parte di chi?

9 gennaio 2010 Davide Nessun commento

In questi mesi mi sono più volte interrogato – ed in alcuni post la cosa è probabilmente emersa – su cosa spinga gli italiani a preferire la destra alla sinistra, su cosa vogliano dire oggi questi due termini, su cosa significhi essere di destra o di sinistra in Italia. La parola partito deriva il suo significato dalla radice “parte”. Esso indica cioè la presunzione di rappresentare una parte, di stare da una parte piottosto che da un’altra. Da che parte sta oggi la sinistra? E la destra? Da che parte il PD? E il PDL o la Lega e l’UDC? Difficile dirlo. Credo che a molti italiani farebbe piacere avere dei partiti che stanno “dalla parte di-” come vorrebbe la “P” che spesso caratterizza le loro sigle. Invece si tratta di organizzazioni di potere volte a prendere voti ovunque e da chiunque, senza prender le parti di nessuno. A vedere da che parte sta il PD e in genere la sinistra italiana può aiutarci un testo che vi propongo di seguito. Per la destra non lo so, non sono neppure sicuro che esista la destra in Italia dopo vent’anni di berlusconismo.

«Così provo ad immaginare che cosa, nella lunghissima e tormentata disputa sulla linea di confine fra socialismo e comunismo, tenesse separate le due identità. Ancora fino agli anni Ottanta, c’erano infatti tre regole auree che spiegavano queste differenze.

La prima. Tutti i  comunisti, da Ingrao a Napolitano, hanno condiviso un’idea della storia: la rivoluzione d’Ottobre, con tutti i suoi limiti, ben chiari dagli anni Trenta ad oggi, doveva essere considerata in ogni caso l’evento che rompe il dominio dei vecchi poteri sul mondo, un punto di ripartenza dell’idea di liberazione nella storia del secolo, la condizione necessaria per rompere il dominio del colonialismo nel terzo mondo.

La seconda. Tutti i comunisti, da Ingrao a Napolitano, da quelli di sinistra a quelli di destra, dai proletari agli ultraborghesi, avevano fatto una scelta di classe: la ragione sociale che il partito difendeva non era quella delle aristocrazie dominanti.

La terza. Tutti i comunisti, da Ingrao a Napolitano, dai plebeisti ai più aristocratici, avevano scelto la “causa degli ultimi”. Non il tradizionale (e spesso nobile) pietismo che i cattolici avevano costruito nei secoli per gli ultimi, e nemmeno il compassionevole sentimento di assistenza che la cultura liberale aveva loro riservato a partire dall’Ottocento. Non era l’idea che gli ultimi avrebbero potuto diventare i primi, magari in uno scenario ultraterreno. Era l’idea che gli ultimi avrebbero dovuto essere i primi. Che gli ultimi erano addirittura meglio dei primi, che il mondo nuovo avrebbe ribaltato la piramide sociale, e che avrebbe funzionato meglio. Brecht scriveva:

“Anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia fa la voce roca.
Ma noi, che avremmo voluto approntare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.”
.

Diceva Berlinguer: “Noi siamo convinti che questo mondo, anche questo terribile e intricato mondo di oggi, possa essere letto, interpretato, messo al servizio dell’uomo e del suo benessere. La lotta per questo obiettivo, è un obiettivo che può riempire degnamente una vita”. Da quanto tempo i leader della sinistra non riescono ad adombrare l’afflato di questa speranza, nei loro farraginosi e politicistici formulari? La scrittrice Clara Sereni,  comunista e figlia di un prestigioso dirigente del PCI, ha addirittura coniato una bella parola, “ultimismo”, per descrivere in modo esatto questa passione radicale e ideologica.

Diventato segretario dei DS qualche anno fa, invece, Piero Fassino si fece scappare una frase a suo avviso spiritpsa, e a mio parere rivelatrice: “Guardate che il PCI non stava mica con gli sfigati!” Ecco, in quella parola, che nessun comunista avrebbe mai potuto pronunciare – gli sfigati – c’è tutto il senso di un terremoto culturale e di una vistosa perdita di lucidità. Declassare gli ultimi, per farli ritornare dei poveretti, cancellarli dalla prospettiva delle proprie battaglie, non ha nobilitato le sinistre postcomuniste, ma le ha come svuotate di senso. Le ha riportate indietro nel tempo, le ha poste su un piano più arretrato di quello della narrativa dickenseiana o deamicisiana. Le ha disancorate dalla loro ragione sociale, esposte alla concorrenza micidiale dei populismi di destra; le ha appiattite sullo stereotipo venefico della cultura radical-chic, quello che rende i democratici di oggi odiosi e invotabili, agli occhi di grandi strati popolari. Li ha esposti al virus da cui quella geniale invenzione che fu la lotta di classe sembrava averli vaccinati. Eppure nel mondo di oggi le barriere di classe sono tornate a sollevarsi, altissime, all’interno e al di fuori degli antichi recinti. Gli ultimi da riscattare, invece che ridursi, si sono moltiplicati: neopoveri, extracomunitari, lavoratori esclusi dalle posizioni di sicurezza sociale conquistate in generazioni di battaglie. Sarebbe facile che la sinistra quando parla di sfigati diventi sfigata. Di sicuro, senza gli ultimi, malgrado l’euforia presuntuosa dei suoi leader, non va da nessuna parte».

Qualcuno era comunista, Luca Telese, Sperling & Kupfer, 2009.

Destra e sinistra

3 ottobre 2009 Davide Nessun commento

Abbiamo già dato uno sguardo a queste due parole nella nostra rubrica “il dizionario del cittadino che non ha paura di sapere” (qui). Non possiamo esimerci, però, dal leggere come ne tratta il nostro politologo di fiducia.

Se in qualche misura sono finite le ideologie, non è certo finito l’uso delle parole «destra» e «sinistra». Che anzi è riesploso con la cosiddetta rivoluzione studentesca del 1968. Allora si favoleggiò addirittura di una matematica di sinistra, di un nuovo modo (di sinistra) di fare l’automobile, e così via. Queste e consimili sciocchezze sono state presto dimenticate. Il che non toglie che in chiave teoretica i due contenitori in questione si spiegano e si giustificano male. Perché l’arabofilo è di sinistra? Mah. Perché il pacifismo è, oggi, di sinistra (mentre con Marx certo non lo era)?

Ma se questi due costrutti sono difficili da difendere in teoria, in pratica fino alla caduta del Muro di Berlino è andata così: che spettava a Mosca e al marxismo decidere che cosa fosse sinistra e che cosa no. Dal che risultava che tutto quel che avveniva nell’URSS, o che conveniva alla politica sovietica, era «di sinistra» (per definizione), mentre tutto quel che avveniva nel mondo capitalistico era di «destra» (per definizione).

Da allora la sinistra per definirsi «di sinistra» è in difficoltà e sbanda parecchio. Il che non toglie che le etichette sinistra e destra siano difficili da ammazzare (anche se molti intellettuali le dichiarano superate). In verità, superate mica tanto. A livello di politica di massa sono vive e vegete. Perché sono ancora una bussola. Ci orientano. E costituiscono anche un’identificazione che ci àncora a qualcosa.

D’altra parte la caduta della madrepatria ha stimolato la ricerca di un significato profondo di «sinistra». What is left of left? Cosa rimane della sinistra? In questo dibattito la mia tesi è stata che «sinistra» è (era, o dovrebbe essere) la politica che si richiama all’etica e che rifiuta l’ingiusto. Negli intenti di fondo e nella sua autenticità, sinistra è altruismo, è fare il bene altrui, mentre destra è egoismo, è attendere al bene proprio. Ma poi a complicare il tutto intervengono le «conseguenze non previste» dei nostri intenti. Quella che Hegel chiamava «eterogenesi dei fini» e «astuzia della ragione» stravolge le intenzioni: l’egoismo può ottenere risultati di interesse collettivo e, alla stressa stregua, l’altruismo può degenerare in un danno generalizzato. È quel che ci ha spiegato Adam Smith con la sua teoria del mercato come «mano invisibile».

In partenza la sinistra ha credenziali vincenti: è virtuosa e persegue il bene. E, sempre in partenza, la destra si difende male: non si interessa di virtù e si fa soltanto i fatti propri. Ma anche a questo effetto troviamo una controindicazione. Siccome «destra» non si appella a nessuna moralità, non è esposta al fallimento morale. Al contrario, chi si fa vanto di moralità, di moralità perisce. Le credenziali etiche della sinistra sono anche il suo tallone di Achille. Robespierre praticava una virtù nella quale credeva. I sui discendenti predicano una virtù nella quale credono poco e praticano ancor meno. Al giorno d’oggi la sinistra rimane moralmente genuina nei suoi credenti e attivisti di base, ma è per lo più moralmente ipocrita ai suoi vertici. Mettiamola così: se il potere corrompe un poco tutti, corrompe più di tutti la sinistra al potere.

Una sinistra senza più l’ancoraggio al marxismo può essere una sinistra che ce lo fa rimpiangere. Per quanto sbagliato, il marxismo era pur sempre un armamentario dottrinario di rispetto. Certo il marxismo si poteva discutere, contro il nulla o l’ipocrisia si discute male.

(Giovanni Sartori, La Democrazia in trenta lezioni, 2008 – Mondadori)