Dizionario del cittadino

5 gennaio 2010 Print This Page Print This Page Condividi Lascia un commento Vai ai commenti

Una vignetta di El Roto (pseudonimo  di Andrés Ràbago) mostra un losco figuro che, rivolgendosi al lettore domanda: «Lei pensa ancora o è un cittadino normale?». Questo mini-dizionario ha la pretesa di risolvere l’umoristico dilemma contribuendo a far sì che la norma sia, appunto, che i cittadini pensino: con la loro testa e discutendo fra loro, ma senza mai ostinarsi a fomentare discordie.

Nessuno può pensare al posto di un’altra persona – e l’autore del presente scritto meno di chiunque altri – ma tutti dobbiamo tentare di pensare assieme. E a questo scopo è indispensabile cercare di precisare i termini più importanti che ispirano le nostre scelte politiche: a volte non sono interessi e progetti diversi che ci mettono gli uni contro gli altri, ma la confusa ambiguità delle parole di cui tutti credono di conoscere il significato. Ciascuna delle voci di questo dizionarietto vuole offrire un punto di partenza ragionevole e ragionevolmente chiaro al dibattito pluralista, necessario in seno alla cittadinanza di cui facciamo parte.

La rubrica e il dizionario che la compone sono tratte quasi integralmente da “Politica per un figlio” (titolo originale “Polìtica par Amador”), di Fernando Savater, Editori Laterza.

Cittadinanza

La cittadinanza democratica è la forma di organizzazione fra uguali, in opposizione alle antiche società tribali costituite da identici, o le società gerarchie che impongono «disuguaglianze» naturali fra membri della comunità. Gli uguali sono tali nell’esercizio di diritti e doveri, e non in virtù della razza, del sesso, della cultura, delle capacità fisiche e intellettuali, o delle convinzioni religiose: in altre parole, uguali nella titolarità di garanzie politiche e assistenza sociale, uguali nell’obbligo  di rispettare le leggi che la società si è data mediante i propri rappresentanti. In definitiva, il cittadino è il soggetto della libertà politica e della responsabilità che comporta il suo esercizio. Nella cittadinanza, sono i cittadini che alimentano il senso politico della comunità, e non il contrario. Per dirlo con le parole di Paul Berry Clarke: «essere cittadino a pieno titolo significa partecipare sia alla guida della propria vita sia alla definizione di alcuni suoi parametri generali; significa essere consapevoli del fatto che si agisce in un mondo che condividiamo con gli altri, e che le nostre identità individuali si relazionano e si creano reciprocamente».

La cittadinanza richiede uno spazio pubblico per il confronto e il dibattito delle questioni che riguardano la comunità. Quando i capifamiglia dell’antica Grecia, mettendo per un attimo da parte le questioni e gli affari privati, si riunirono per parlare da pari a pari di cose che interessavano tutti allo stesso modo… incominciarono a diventare cittadini. Ciò che conta, quando si parla di cittadinanza, è ciò che abbiamo in comune con gli altri, non ciò che ci distingue da loro. Oggi è di moda insistere sul fatto che la ricchezza degli uomini risiede nella loro diversità. Falso: la ricchezza degli umani è la nostra somiglianza, che ci permette di comprendere i nostri bisogni, di collaborare gli uni con gli altri e di creare istituzioni che vadano oltre l’individualità e le peculiarità di ciascuno. La diversità è un fatto, ma l’uguaglianza è una conquista sociale, un diritto: cioè, qualcosa di molto più importante, dal punto di vista umano. Lo stato di diritto che consente il gioco democratico, pur ammettendo il pluralismo delle scelte, si fonda sull’universalità di ciò che è umano. Non si progredisce creando differenze, bensì uniformando i diritti: suffragio universale (per ricchi e poveri, per uomini e donne), educazione per tutti, sanità per tutti, pensione per tutti e via dicendo… È piuttosto preoccupante che in paesi come l’Italia parlare di “diversità” suoni progressista (anche se molte diversità potrebbero essere assolutamente reazionarie), mentre invocare l’«unità», senza la quale non esisterebbe lo Stato di diritto né, pertanto, cittadinanza, debba sembrare fascista o giù di lì. Non v’è dubbio che esista un diritto alla «diversità», comune a tutti, ma ciò non equivale a riconoscere una diversità di diritti.

Nella storia sono esistiti grossomodo due modelli di cittadinanza: quello greco e quello romano o, se si preferisce, quello attivo e quello passivo (1). La cittadinanza greca comportava e richiedeva l’attività politica, la collaborazione al momento di prendere le decisioni. Chi non partecipava alla vita politica era considerato un «idiota», ossia, un individuo ridotto unicamente alla sua individualità e dunque incapace di comprendere la sua condizione necessariamente sociale, nonché di viverla come una forma di libertà. Dal canto suo, il modello romano di cittadinanza riconosceva diritti persino a coloro che vi si opponevano (per es., san Paolo, come cittadino romano, rivendicò il diritto di essere decapitato, invece che crocifisso alla maniera infame di un ebreo qualsiasi), ma non consentiva la partecipazione al governo, che era invece riservata ai patrizi, vale a dire alle classi alte. I romani comuni avevano diritto a certe garanzie giuridiche, nonché al pane e ai giochi circensi… ma non a partecipare alla vita politica. Attualmente quasi tutti i governo preferiscono cittadini «alla romana» che non alla «greca». In altre parole, il cittadino viene oggi incoraggiato a rivendicare benefici e tutele da parte dello Stato (nonché spettacolo e divertimento…), ma scoraggiato a voler intervenire nella vita politica. Il cittadino preferito dalle autorità è l’idiota, colui che, fatuo, dichiara: «Io non mi immischi nella politica». Come se una cosa del genere fosse possibile! Come se si potesse vivere in una società politica senza saper nulla di ciò che accade, come se l’atto di rinunciare alla politica non fosse esso stesso un’attività politica, e delle peggiori, perché così si cede ad altri, inconsapevolmente, la facoltà di prendere decisioni su ciò che, prima o poi, busserà anche alla nostra porta!

Due false alternative «attive» vengono oggi offerte al cittadino: in altri termini, due modi di sfalsare la sua libertà o universalità senza limiti. La prima gli offre di essere «consumatore» invece che cittadino. Ma i consumatori non possono, per definizione, essere uguali, hanno un potere d’acquisto diverso, alcuni hanno più «libertà» di altri. La seconda, invece, a essere un «fedele» anziché un cittadino. Ossia, a comportarsi prevalentemente o esclusivamente come un membro di una Chiesa, di un gruppo colturale o etnico, a rinunciare alla propria universalità democratica, anteponendo ad essa la devozione per la setta a cui obbedisce Talvolta gli stessi partiti politici – trasformatisi in Chiese dei tempi dell’Inquisizione – preferiscono avere dei parrocchiani fra le loro file al posto di cittadini (vedi Settarismo). È naturale che un cittadino sia inevitabilmente un consumatore e a volte, eventualmente, anche un parrocchiano: ma nessuna di queste definizioni circostanziali e minori dovrà esaurirne la cittadinanza.

(1) Il concetto di cittadino passivo non è poi così distante dal motivo che giustifica il nome del nostro blog: generazionevaselina, appunto.

Costituzione

La Costituzione è un po’ come il regolamento generale del gioco democratico. Leggendone il testo si dovrebbe sapere, all’incirca, a che cosa attenersi ai fini della convivenza democratica in un determinato paese, nonché quali sono i diritti e i doveri delle persone (naturalmente è sempre bene ridimensionare un poco le promesse più radiose, perché le costituzioni sono un po’ come i depliant delle agenzie di viaggio, dove tutti i paesaggi fotografici appaiono baciati dal sole). Senza dubbio la Costituzione non è un testo intoccabile, una vacca sacra giuridica che non potremo mai scacciare dalla nostra strada, pur avendo dei buoni motivi per farlo: non è una gabbia da cui, una volta dentro, non si può più uscire. Ma non è prudente neppure che ad ogni sommovimento sociale la si sottoponga ad un cambiamento dietro l’altro, seguendo le mode o cedendo alle pressioni del momento: diciamo che le si addice una certa imperturbabilità antiquata, come la parrucca dei giudici britannici, nonostante quel che diceva Jefferon, che proponeva di cambiarla ogni cinque o sei anni per risparmiare alle nuove generazioni il peso degli impegni del passato…

A mio giudizio, la Costituzione più soddisfacente è quella che lascia lievemente insoddisfatti quasi tutti. Se una costituzione soddisfa pienamente una parte della popolazione, anche se è la maggioranza, è perché di certo ha frustrato profondamente varie minoranze. Dopo tutto, si tratta di istituire una convivenza fra interessi sociali contrapposti ed è sano che tutti abbiano dovuto cedere terreno rispetto ai propri obiettivi e alle proprie prerogative, affinché nessuno dimentichi che non viviemo da soli e che l’armonia con gli altri si conquista sempre al prezzo di certa frustrazione dei desideri individuali. Nessun cittadino potrà esimersi dal rispettare la Costituzione, ma tale rispetto deve essere preteso in maggiore misura da coloro che occupano posti di governo, e da quelli che godono di maggiori privilegi sociali o di più riconoscimenti pubblici: se costoro, i beneficiari più diretti della Magna carta, non rispettano in maniera esemplare le regole del gioco, sarà difficile pretenderlo da coloro che subiscono gli aspetti meno rosei della società…

Destra/Sinistra

Talvolta si dice che questa divisione netta non ha più molto senso, al giorno d’oggi: attualmente, in quesi tutti i partiti con un minimo di influenza (lasciamo perdere i pazzi, i puri, gli incontaminati e quelli che fortunatamente non contano), si mescolano reperti ideologici della tradizione liberale, socialista, conservatrice e via dicendo. L’osservazione è parzialmente vera e dimostra che gli obiettivi e le differenze degli elettori sfuggono i dettami di qualunque ortodossia. Fra l’altro, è proprio grazie a questo che il mondo va avanti. Eppure credo che sia tuttora lecito tracciare il profilo politico di ciò che è destra e di ciò che è sinistra. Naturalmente, senza dimenticare che questi termini non sono mai assoluti, ma necessariamente correlati. In altre parole, per comprendere una questione destrorsa rispetto a una determinata questione è necessario far riferimento alla visione di sinistra, e necessariamente contraria dello tesso argomento. Inoltre, le due metà contrapposte hanno le bisogno l’una dell’altra: affinché ci siano una destra e una sinistra valide deve esistere una alternativa. I fautori della destra, che sognano di sopprimere la sinistra, o viceversa non sono politici, piuttosto maniaci, nel migliore dei casi, o serial killer, nel peggiore… Vale a dire fautori di un regime autoritario, che non ammette né rispetta opposizioni. Coloro che ci contraddicono mantengono il nostro equilibrio democratico.

Oggi, i partiti di destra o di sinistra democratici non si differenziano per una maggior o minor conservazione ( che può essere comune ai due orientamenti; vedi Progressista/Reazionario), per un maggior o minor grado di autoritarismo, o per il rispetto delle libertà personali (entrambe le tendenze ne proteggono alcune e ne perseguitano altre, la destra per questioni religiose, la sinistra per questioni igieniche), ma principalmente per le grandi sfumature che riguardano l’economa. Dico «sfumature» perché, in generale il sistema capitalistico è sempre lo stesso, visto il fallimento delle alternative collettivistiche. Ma la destra premia soprattutto l’iniziativa individuale senza troppe limitazioni, la libertà intellettuale e la progressiva sostituzione dei servizi pubblici con quelli privati a carico degli utenti, mentre la sinistra favorisce i diritti dei dipendenti, la loro tutela sociale al di là della redditività e la ridistribuzione della ricchezza mantenendo e migliorando i servizi pubblici e la previdenza sociale. Inoltre, pare che la destra – per la quale il valore del tempo equivale al guadagno immediato di coloro che vivono oggi – si preoccupi meno di conservare le risorse naturali o di preservare forme di convivenza tradizionali, mentre la sinistra, in materia di ecologia, punta sul periodo di lungo termine e sul mantenimento dei vincoli di fratellanza, anche se un approccio del genere può non garantire guadagni immediati.

Un ultimo particolare, non privo di importanza per il cittadino che vuole sapere: mentre tutti i partiti che si dicono di destra di normasono fondamentalmente tali, alcuni di quelli che si dichiarano di sinistra lo sono solo a tratti. Dunque, dovrete giudicarli dalle opere e dai programmi, non dalle sigle dei loro nomi.

Identità

«A che cosa somiglia la luce di una candela quando è spenta?», si domandò un giorno Lewis Carrol. Allo stesso modo, chiunque potrebbe domandarsi: «A che cosa somiglio quando sono solo e nessuno mi vede…, vale a dire, quando mi svesto di tutti i ruoli sociali e delle maschere , utili o prudenti, con cui mi presento agli altri?» In entrambi i casi non si sa come rispondere: la luce di una candela spenta è impossibile da spiegare, esattamente come l’identità della persona che non è in presenza di nessuno né in rapporto con nessuno. Perché la mia identità non è ciò che io sono (nella mia essenza, unica e indecifrabile), ma ciò che sembro agli altri, ciò che rappresento per loro, è indistricabilmente dipendente dal mio essere sociale, tanto che se non ci fossero gli altri, anche la mia identità non ci sarebbe.

Ognuno di noi possiede molteplici identità o, se preferite, molteplici chiavi di identità, secondo le attività che svolgiamo e i rapporti che manteniamo con gli altri. Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, nonché notevole pensatore sociale, ha detto al riguardo: «Si può appartenere a molte categorie contemporaneamente. Io posso essere, nello stesso momento, un asiatico, un cittadino indiano, un bengalese con antenati originari del Bangladesh, un residente americano o britannico, un economista, un amante della filosofia, uno scrittore, un maschio, un femminista, un eterosessuale, un difensore dei diritti dei gay e delle lesbiche, con un genere di vita non religioso, di origine induista, non appartenente alla casta Bramina, non credente alla vita oltre la morte». Ognuno sceglie (il grado di consapevolezza è variabile), secondo il momento e la circostanza, quale delle proprie identità ritiene più importante o quale gli sembra meno significativa o più ingombrante (a prescindere dalle gerarchie identitarie degli altri). Per esempio, Callisto, il protagonista della Celestina di Fernando de Rojas, si autodefinisce provocatoriamente mediante l’obiettivo del suo amore carnale: «Melibeo sono e in Melibea credo…». Entrerà in conflitto, ovviamente, con coloro che pretendono che sia innanzi tutto un buon cristiano o un giovane rispettoso delle convinzioni sociali.

In linea di principio, non c’è nulla da dire contro le identità che scegliamo volontariamente, poiché rappresentano l’aspetto che più di ogni altro desideriamo presentare agli altri, e l’unica cosa che ci si può chiedere  è di assumerci poi la responsabilità delle conseguenze sociali che queste potranno comportare. Be peggio è doversi cuccare l’identità che ci hanno appioppato gli altri come prioritaria, in genere carica di connotazioni negative che non possiamo rifiutare: per esempio, essere ebrei nella Germania nazista o neri nell’Alabama del Ku-Klux-Klan. In linea di massima, però, sono tre i tipi di identità non creative e non emancipatrici per gli umani, anche qualora vengano accettate volontariamente, in grado  di trasformarsi in veri e propri ceppi o gabbie collettive che possono fare degli individui dei monomaniaci pericolosi per i loro simili:

  • Le identità esclusive. Si tratta di quelle che solo noi possiamo avere, solo noi e nessun altro, e che escludono gli altri nonostante vogliano assomigliarci. Sono quelle che fanno delle caratteristiche biologiche (il sesso, per esempio) o etniche (il colore della pelle, l’ascendenza, o persino il gruppo sanguigno) i fattori che determinano l’appartenenza sociale o la posizione occupata nella gerarchia della comunità.
  • Le identità escludenti. Sono quelle che predominano sulle altre possibili, cancellandole tutte. È l’identità di chi dice: «Io sono, innanzi tutto» cristiano o mussulmano, italiano o francese, bianco o nero, omosessuale o eterosessuale e via dicendo… Appartenere veramente a qualunque di queste categorie, per chi è posseduto da questa patologia, significa tralasciare o sottovalutare ogni altro aspetto del gioco sociale.
  • Le identità riduttive. si tratta di quelle che spiegano tutto di tutti: noi di qui siam fatti così, le donne guidano, pensano e scrivono in un determinato modo, questo è tipico dei terroni, quest’altro degli abitanti di Chioggia, I sudtirolesi devono esprimersi in tedesco, tutti gli ebrei sono uguali, il buon cristiano o il buon mussulmano sa quel che deve fare in ognuno sfera della vita: famiglia, politica, estetica, sport e chissà cos’altro. Queste identità sono come scatole cinesi o bambole russe: in quella più grande ci sono quelle più piccole, che l’interessato non può far altro che accettare insieme alla prima.

Naturalmente, il peggio delle identità sono i guardiani o i commissari politici che vegliano sulla loro purezza, controllano chi le esercita per impedire l’eresia, le impongono come cilici a coloro che non le vogliono e si ostinano perversamente a negarle a chi invece pretenderebbe di riconoscersi in esse. Mentre alcuni ottimisti oltranzisti sostengono che le varie identità, per quanto radicali, possano convivere, dialogare, «allearsi» fra loro, altri autori (Amin Maalouf, Amartya Sen) ci hanno messo in guardia contro gli indiscutibili effetti criminologici di alcune di esse. Non v’è dubbio che sarebbe bello che tutte le indentità fossero conciliabili le une con le altre (o che gli uomini si trattassero fraternamente, ecc…), ma non dobbiamo dimenticare che il rifiuto e la condanna di modi di vivere diversi è parte indiscussa di molte identità, soprattutto di quelle più chiuse, nelle tre accezioni menzionate in precedenza. Per questo motivo è indispensabile che gli stati democratici istituiscano regole cui tutte le identità devono sottomettersi, affinchè siano obbligate a rispettarsi, anche se non si amano: e, naturalmente, è altrettanto imperativo che istituiscano regole affinché nessuno debba accettare una identità che non desidera, anche se il gruppo etnicoo la famiglia cercano di imporgliela.

Immigrazione

L’antropologia ci dice che l’uomo è una varietà di scimpanzé che riuscì a diventare molto più intelligente di quanti sia normalmente una scimmia perché imparò a cambiare aria , a cambiare casa e a conoscere il mondo. essere umani significa emigrare: tutti siamo emigranti, o figli di emigranti, nipoti o bisnipoti di emigranti. La nostra specie fece la sua comparsa da qualche parte dell’Africa orientale e da lì emigrò verso i luoghi più remoti del pianeta, dalla Cina alla California, dalla Groenlandia alla Patagonia, senza dimenticare l’intera Europa. Gli autoctoni che vanno orgogliosi di non essersi mai mossi dal loro territorio e di restare lì un secolo dopo l’altro (vedi Nazionalismo), mentre gli altri vanno e vengono, non dimostrano affatto di essere superiori agli altri individui viaggiatori, piuttosto rivelano una nostalgia bestiale del loro passato di antropoidi. Se non fossimo emigranti per natura non saremmo veramente umani e forse non varrebbe la pena quella cosa che chiamiamo «umanità».

Come dobbiamo accogliere, oggi, gli emigranti? Come nostri simili che ci fanno l’immenso favore di ricordarci in che cosa consiste la nostra umanità. Lo storico greco Plutarco scrisse che è grazie a  questi stranieri per caso che la nostra anima comprende ciò che è – essenzialmente e irrimediabilmente forestiera – e ciò che deve aspettarsi, ovvero l’ospitalità, poiché tutti siamo passati per la stessa esperienza di sentirci fragili di fonte all’ignoto: «Nascere è sempre arrivare in un paese straniero». Non c’è dubbio che l’attuale arrivo in massa degli immigrati possa provocare dei nei paesi più fortunati. Visto che i mezzi di comunicazione permettono, inevitabilmente, di sapere come si vive dove si vive meglio, è altrettanto inevitabile che molte persone svantaggiate ad altre latitudini vengano a tentare la sorte da noi. Gli emigranti sono sempre esistiti e il loro numero non diminuirà certo proprio adesso, nel secolo in cui è più facile avere informazioni sulle condizioni sociali che esistono in altri luoghi, e ci sono più mezzi di trasporto a disposizione…

In linea di massima ciò che vogliono coloro che emigrano da noi è sfuggire la miseria, anche quando conoscono appena i vantaggi della nostra prosperità: non sono attirati dalla luce, ma spinti dall’ombra da cui fuggono. Ovviamente, se le condizioni di vita nel loro paese d’origine potessero migliorare, sarebbero in molti a scegliere di restare nella propria terra. Pertanto, per regolare i flussi migratori, una politica senz’altro assennata consiste negli aiuti allo sviluppo: non mi sembra troppo prudente né troppo decente proclamare ai quattro venti la nostra solidarietà nei confronti dei paesi svantaggiati, quando alimentiamo politiche protezionistiche che sottraggono mercato alle materia prime di quelle latitudini, ovvero all’unica risorsa di molte di esse. Ma non è solo un problema economico: il brutto è che in molte nazioni non esiste uno Stato autentico che garantisca una ridistribuzione, minimamente equa delle ricchezze nazionali, né i diritti che ne consentono l’utilizzo con una certa sicurezza nel futuro. Gli emigranti che arrivano nei nostri paesi sono alla ricerca, più che di un sostentamento o di un lavoro, di una opportunità di accesso alla cittadinanza (vedi Cittadinanza). Chi di noi minimizza questa parola, o ne minimizza la portata rivoluzionaria, dovrebbe andarlo a domandare a quegli esiliati, ciò che significa veramente…

È ovvio che il riconoscimento come diritto o la celebrazione umanitaria dell’immigrazione (soprattutto in un paese come il nostro, fatto ben più da emigranti che da conquistatori), non impedisce di preoccuparsi della suo regolarizzazione: bisogna evitare una mancanza di controllo falsamente generosa, che favorisce soltanto i trafficanti di carne umana, coloro che cercano manodopera ad un prezzo da fame e i facinorosi xenofobi ultranazionalisti. È senz’altro un pregiudizio quello di coloro che assimilano l’«emigrante» al «delinquente», tuttavia fondato sul triste destino di molti clandestini che vengono consegnati alle mafie per mancanza di tutele sul lavoro ( altra cosa sono i delinquenti stranieri che vengono a cercare nel mostro paese un terreno fertile per i loro crimini: ce ne sono, certo, e pure in abbondanza, ma non sono in alcun modo immigrati, sono invasori).

È possibile richiedere agli immigrati determinati requisiti per potersi integrare nel nostro paese? Innanzi tutto non certo che rinuncino a tutte le componenti della loro cultura d’origine (da cui fuggono), bensì solo a quelle che contraddicono i princìpi costituzionali e i diritti fondamentali in vigore nel paese d’accoglienza. Hanno  naturalmente diritto – e l’arricchimento che apportano alle nostre società è recisamente questo – a manifestare e condividere il proprio folclore, la propria gastronomia, le proprie usanza religiose, ecc…, vale a dire a ricercare formule di vita comunitarie nella misura in cui siano compatibili con l’ordinamento del nostro Stato di diritto. Ma non hanno diritto a imporle laddove entrino in conflitto con le libertà democratiche. In passato anche i nostri paesi ebbero dei sistemi di vita tradizionali (gerarchici, teocratici…), poi aboliti dai processi rivoluzionari della modernità. Sarebbe assurdo che adesso li accettassimo di nuovo, venerandoli come intoccabili feticci d’importazione. Ha ben espresso questo concetto Tzvetan Todorov:

«Appartenere a una comunità è, certamente, un diritto dell’individuo, ma nient’affatto un dovere; le comunità sono benvenute in seno alla democrazia, ma solo a condizione che non causino disuguaglianza e intolleranza». (vedi Tolleranza).

Laicismo

Il laicismo no è, in modo alcuno, un atteggiamento antireligioso, bensì rigorosamente evangelico: dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare. Consiste nel proteggere le istituzioni e le leggi civili dall’autorità religiosa. Vivere in una società laica significa che a nessuno si può impedire di praticare una religione, né a nessuno se ne può imporre alcuna. In altre parole, che la religione (incluso l’atteggiamento religioso che nega e combatte le dottrine religiose in nome della verità, la scienza e la storia…) è un diritto di tutti, ma mai un dovere per nessuno e tanto meno per la collettività. La gerarchie ecclesiastiche – nessuna, mai – non hanno diritto a ergersi a corte suprema che decide ciò che è morale e ciò che è immorale in una società, ciò che deve essere lecito e ciò che deve essere proibito, chi è degno di governare e chi deve essere moralmente ripudiato. Le autorità religiose non sono autorità morali né legali: possono stabilire ciò che è peccato per i loro fedeli, ma non ciò che deve essere considerato reato per tutti i cittadini, o indecente per la maggioranza delle persone.

La religione è una questione privata che talvolta può essere esternata pubblicamente (con processioni, messe…), ma sempre a titolo personale. In sintesi: nella società democratica ci sono i cattolici, i protestanti, i mussulmani e gli ebrei, ma la società in se stessa non aderisce a nessuna di queste confessioni, né alla loro negazione. E se questo è il laicismo… che cos’è la laicità? Dunque, la laicità, che talvolta viene chiamata in modo un po’ grottesco, «la sana laicità», quasi che chi dissente dai dogmi fosse ammalato, non è altro che il nome che certi uomini di chiesa hanno deciso di attribuire alla massima dose di laicismo che sono disposti a sopportare… e che di norma è notevolmente al di sotto di quanto richiede la società democratica.

Il laicismo non è una delle tante opzioni istituzionali: è inscindibile dalla democrazia come il suffragio universale.

Nazionalismo

In campo politico, ci sono idee che sono sempre state malsane, ieri e oggi, come il razzismo, la xenofobia, la teocrazia e la schiavitù (esplicita o nascosta); altre, invece, che erano nate accettabili, sono andate peggiorando nel corso del tempo, come il nazionalismo. All’inizio, nel diciottesimo secolo, il nazionalismo volle sostituire la sacra genealogia dei monarchi con la genealogia non meno sacra del popolo sovrano: anche questa era un mito, ma voleva rimediare a uno ancora più negativo. Più tardi in contesti coloniali, l’ideologia nazionalista servì ad alimentare i movimento indipendentisti in America e in altri continenti. Tuttavia, già alla fine del diciannovesimo secolo e, naturalmente, nel ventesimo, il nazionalismo si trasformò nello strumento delle oligarchie reazionarie che si sentivano minacciate dall’immigrazione di manodopera imposta dall’industrializzazione (come nel caso del primo nazionalismo leghista, legato al mito della nazione padana), o di movimenti totalitari aggressivi e di estrema destra (in Italia e in Germania, nella Spagna di Franco…). Attualmente, i nazionalismi statali ostacolano seriamente la possibilità di una unione europea effettiva, mentre i nazionalismi separatisti impegnano gli stati di diritto rivendicando una presunta identità etnica che deve prevalere sugli inevitabili meticciati della modernità. Entrambi i tipi sembrano decisi a confermare quanto disse Christian J. Jäggi, nell’opera che scrisse su questo argomento: «Una nazione è un gruppo di uomini che si sono uniti per un errore comune rispetto alla propria origine e per una predisposizione genetica contro i propri vicini».

Quest’ultimo tipo di nazionalismo disgregante è quello che nella Spagna democratica di oggi preoccupa di più. Le idee che propugna, basate su una storia che è stata trasformata in agiografia,tentano di «naturalizzare» la sempre artificiale comunità umana. Ciò che conta per questo nazionalismo è l’essere autoctoni, non l’essere cittadini: ciò che importa sono «le cose di qui» – definite secondo il criterio di qualche esperto semplificatore – come fonte di diritti e di doveri. Di solito confonde, per i propri interessi, cultura e politica: per esempio, vorrebbe fare di una lingua regionale la base di un nuovo soggetto politico (esistono alcune migliaia di lingue nel mondo e poco più di duecento Stati), ignorando che tutti gli Stati moderni sono stati forgiati a partire da tradizioni culturali diverse unite da un progetto politico comune. In democrazia, ciò che conta non è da dove vieni (tutti noi democratici siamo fondamentalmente degli immigrati, appena giunti alla comunità degli sradicati che vogliono un futuro condiviso), pensì il rispetto delle leggi egualitarie in base alle quali si vuole progredire insieme agli altri. I nazionalisti fanno si che gran parte dei propri concittadini siano stranieri in patria, poiché non li riconoscono come «autentici» secondo la definizione di «bravo siciliano», «bravo padano», «bravo italiano» che essi vogliono imporre. Infine, tale atteggiamento comporta la negazione del concetto stesso di cittadinanza (vedi Cittadinanza). Come ha detto bene Jürgen Habermas: «La nazione di cittadini trova la propria identità non nella comunità etnico-culturale, bensì nella pratica dei cittadini che esercitano attivamente i propri diritti di comunicazione e di partecipazione».

Naturalmente, quel che desidera la maggior parte dei nazionalisti non è tanto intraprendere una volta per tutte, la difficile strada dell’indipendenza, bensì tenere costantemente sotto scacco il paese con la minaccia di rendersi indipendente, per ottenere benefici a spese degli altri contribuenti. In realtà, si tratta di un movimento politico profondamente, e inequivocabilmente reazionario, che pretende di sovrapporre i diritti eterni dei territori a quelli di coloro che li abitano…, soprattutto se sono arrivati dopo. Di qui il fatto che ci sia ancora chi considera i partiti nazionalisti – di qualunque segno – movimenti politici di sinistra (o almeno più di sinistra di coloro che vi si oppongono in nome dell’unità dello Stato di diritto). Certo, un individuo di sinistra può essere un simpatizzante del nazionalismo, ma solo come un prete può essere ateo: contraddicendosi.

Opinione pubblica/opinione personale

I mezzi di informazione sono un fattore indispensabile nell’esercizio della cittadinanza democratica. Configurano lo spazio pubblico in cui i cittadini si incontrano virtualmente, ricevono (e danno) le informazioni, captano chiacchiere e pettegolezzi, presenziano a polemiche e sono al corrente delle proposte dei leader politici. Ciò che nella democrazia ateniese fu l’agorà, la pubblica piazza dove si andava per incontrare e ascoltare gli altri, oggi sono la carta stampata, le televisioni, la radio, i blog e tutto il variegato panorama di internet.

Non esistono mezzi di comunicazione perfettamente neutrali e obiettivi. Può non essere impossibile informare sulla realtà, o commentarla, senza prendere posizione, ma è ovviamente impossibile farlo senza assumere un punto di vista fra i molti possibili. Se varie persone riunite nella stessa stanza devono raccontare agli altri ciò che vedono dalla finestra, è quasi sicuro che ognuna di esse darà risalto a degli eventi o dei tratti del paesaggio omettendone altri, secondo i propri interessi, i propri gusti o i propri valori morali. Per rendere conto (agli altri) di ciò che accade o di ciò che si vede, bisogna innanzi tutto rendersi conto (individualmente) di come stanno le cose: e ci rendiamo conto soltanto di ciò che preferiamo, di ciò che è importante per noi secondo ciò che siamo o che cerchiamo. Molte volte, quando informiamo gli altri di ciò che consideriamo importante, diamo più notizie di noi stessi che non della realtà. Per non parlare della volontà di ingannare o di manipolare il prossimo (o anche di «orientarlo» per il suo bene), quasi mai del tutto assente nei grandi media.

È per tutti questi motivi che bisogna imparare a cercare e a verificare criticamente le informazioni di cui abbiamo bisogno (dovrebbe esserci una materia scolastica che insegna a leggere i giornali, guardare la televisione, ascoltare la radio e maneggiare le fonti delle informazioni sul web). Non è mai sufficiente una sola agenzia stampa o una sola emittente audiovisiva, per quanto possa sembrarci affidabile. Dobbiamo imparare anche ad analizzare i motivi per cui accettiamo più facilmente o meno criticamente certi dati o punti di vista rispetto ad altri (è inevitabile avere dei pregiudizi, ma non guasta farsi un esame di coscienza, di tento in tanto). L’obiettivo non è e non deve essere – avere un’«opinione pubblica» solida, piuttosto un’«opinione personale» abbastanza fondata e informata. Hannah Arendt fece una distinzione netta fra le due cose: la così detta «opinione pubblica» ha sempre qualcosa di prevaricante, perfino di totalizzante (una volta decretata, i cittadini hanno paura di dissentire da essa e la accettano come uno dei tanti automatismi della loro vita); invece, l’«opinione personale» è il segno distintivo del cittadino maturo, vale a dire, di chi lotta contro l’ignoranza (vedi progressista) che limita la nostra libertà. È evidente che l’opinione personale non deve per forza allontanarsi da quella generale, od opporsi necessariamente ad essa (quelli che pensano sempre il contrario rispetto alla maggioranza sono in errore quanto i conformisti): ciò che conta è come le persone arrivano a formarsi una opinione personale, non l’«originalità» di quest’ultima. In altre parole, è importante tentare di arrivare da soli alle informazioni per poter pensare meglio, e non accumulare saperi altrui, acriticamente accettati, che ci dispensino dal compito di pensare con la nostra testa.

Vediamo allora cosa dice sempre a riguardo Giovanni Sartori:

Se la democrazia è governo del popolo sul popolo, sarà in parte governata e in parte governante. Quando sarà governante? Ovviamente quando ci sono le elezioni, quando si vota. E le elezioni esprimono, nel loro complesso, l’opinione pubblica.

Si dice che le elezioni devono essere libere. Certo, ma anche le opinioni devono essere libere, e cioè liberamente formate. Se le opinioni sono imposte, le elezioni non possono essere libere. Un popolo sovrano che non ha nulla di suo da dire, senza opinioni proprie, conta come il due di coppe.

Dunque, tutto l’edificio della democrazia poggia sull’opinione pubblica e su una opinione che nasca dal seno dei pubblici che la esprimono. Il che significa che le opinioni nel pubblico devono anche essere opinioni del pubblico, opinioni che in qualche modo e misura il pubblico si fa da sé.

La dizione «opinione pubblica» risale ai decenni che precedettero la Rivoluzione francese. E non è un caso. Non solo perché in quegli anni gli illuministi si assegnarono il compito di «illuminare», di diffondere i lumi, e pertanto di formare le opinioni di un più ampio pubblico, ma anche perché la Rivoluzione francese preparava una democrazia in grande che, a sua volta, presupponeva e generava un pubblico che manifesta opinioni. Il fatto che l’opinione pubblica emerga, sia come dizione operante, in concomitanza con il 1789 sta anch ad indicare che l’associazione primaria del concetto è una associazione politica.

Sia chiaro, un’opinione diffusa tra il largo pubblico può esistere e di fatto esiste in qualsiasi materia. Per esempio, l’opinione sul calcio, sul bello, sul buono sono anch’esse opinioni pubbliche, ma quando si dice opinione pubblica tout court, si deve intendere che ha per oggetto la res publica, l’interesse collettivo, il bene pubblico.

Quando la dizione venne coniata, i dotti del tempo conoscevano il greco e il latino, e sapevano che l’obiezione di sempre contro la democrazia è che il popolo «non sa». Così a Platone che invoca il filosofo-re, perché il governare richiede episteme, vero sapere, si finì con l’opporre che alla democrazia è sufficiente la doxa, e cioè che basta che il pubblico abbia opinioni. Dunque non cruda e cieca «volontà», e nemmeno «vero sapere», ma doxa, opinione: la democrazia è governo di opinione.

Va da sé che i processi di formazione di un’opinione che sia veramente del pubblico, e cioè relativamente autonoma, sono molto complessi. Karl Deutsch ci ha fornito, per intenderci, il «modello cascata», di una cascata d’acqua con molte vasche successive nelle quali ogni volta le opinioni che scendono dall’alto si rimescolano e ricevono nuovi e diversi apporti.

Resta vero che, anche quando otteniamo una opinione pubblica relativamente autonoma, anche così il contributo è fragile e relativamente incompleto. Fino a che punto questa fragilità e incompletezza ci devono preoccupare? La risposta è che finché restiamo nel contesto della democrazia elettorale, del demos che si limita ad eleggere i suoi rappresentanti, questo stato di cose non pone problemi seri. È vero che il pubblico, il pubblico in generale, non è mai molto informato, non sa granché di politica, e non se ne interessa più di tanto. Però la democrazia elettorale non decide le questioni, ma decide chi deciderà le questioni. La patata bollente passa così dall’elettorato agli elettori, dal demos ai suoi rappresentanti.

(Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori – 2008)

Pace

La pace è la rinuncia dei cittadini e dei paesi a far uso della violenza gli uni contro gli altri, nonché la decisione esplicita di sottomettersi a leggi comuni. Naturalmente si tratta di un bene sociale molto prezioso, perché permette di approfondire l’umanizzazione creativa della società. Noi uomini cerchiamo la pace perché in essa ci sentiamo più liberi, cioè più autonomi perché meno minacciati. Per questo motivo non è possibile comprare la pace al prezzo della libertà: vogliamo quella per garantire questa, non come valore alternativo. Se le nostre libertà si vedono compromesse dai violenti, l’amore per la libertà si esprimerà lottando contro di loro fino a sottometterli alla legge comune, non già cedendo alle loro imposizioni. Non è vero che la pace peggiore sia preferibile alla migliore delle guerre: ci sono guerre piene di speranza e paci disperate…

Non bisogna confondere la pace con la tranquillità. Durante la dittatura fascista, la maggior parte degli italiani – non li chiamiamo «cittadini» perché allora non gli era permesso esserlo – vivevano abbastanza tranquilli, ma non in pace, perché erano privi delle libertà pubbliche, e ciò per quasi vent’anni, non solo nei quattro del secondo conflitto mondiale. I nemici della pace, di solito, offrono al suo posto la tranquillità, pensando di poter spacciare lucciole per lanterne. In tono pacato consigliano che ognuno si dedichi alla sua vita privata, concluda buoni affari e si pieghi ai capricci dei più forti. Insomma, gente, che ve ne importa? Nel Paradiso perduto, il poeta John Milton fa dire qualcosa di simile al peggiore dei demoni:

I questo modo Belial/ con parole abbigliate dalle vesti della ragione/ sugeriva un’ignobile accidia/ pacifico torpore, non pace.

(Paradiso perduto, a cura di Roberto Sanesi, Einaudi, Torino 1992, Libro II.)

Parlamento

Più di una volta si è detto che il parlamento democratico è qualcosa di simile ad una rappresentazione teatrale, e dunque incruenta, di una guerra civile. Tipici del parlamento sono il dibattito, la polemica, la critica dura, il sarcasmo, e in certi casi anche le brutte maniere, perché lì si scontrano interessi sociali di segno opposto, nonché idee diverse su ciò che è meglio per la comunità. L’unanimità, in quel foro, fa sospettare la mancanza di libertà, a mano che non riguardi questioni essenziali attinenti alla conservazione del sistema democratico (rispetto alle quali, in effetti, il margine di libertà è piuttosto limitato). Ovviamente, dovrebbe anche essere lo spazio pubblico dove dimostrare nobilmente la predisposizione essenzialmente democratica della persona educata alla convivenza, ossia la predisposizione a lasciarsi persuadere degli altri e a persuaderli. Che bello sarebbe ascoltare un parlamentare che, rivolgendosi al suo avversario, dicesse: «Lei mi ha convinto. Voterò in un altro modo»! Ma immagino che la civiltà (e la disciplina di partito, detestabile specchio del manicheismo) non sia ancora arrivata a tanto…

Talvolta, dai mezzi di comunicazione o dalla bocca dei politici, si sentono raccomandazioni al «dialogo» (in generale, da mantenere con organizzazioni terroristiche che intendono il dialogo come una risposta cortese alle loro minacce), o assicurazioni sul fatto che con il dialogo è possibile risolvere tutti i problemi. Naturalmente, elogiare il dialogo in un regime parlamentare è come tessere le lodi del nuoto ai pesci. Ed è altrettanto naturale che il dialogo no possa affatto risolvere tutte le difficoltà politiche perché alcune sono causate proprio da chi no vuole dialogare, ma piuttosto imporre e intimidire. Il generale «dialogare» viene confuso con «negoziare». Ma il dialogo è egualitario e amichevole, basato sullo scambio di idee e sulla persuasione; invece, il negoziato avviene fra avversari, concorrenti o nemici, e si fonda sul «che cosa vuoi in cambio?» e sul «se non mi farai del male, io non ne farò a te». Mi pare che le due cose abbiano ben poco in comune. Lo Stato di diritto non può «dialogare» con i terroristi, perché non sono sul suo stesso piano politico e morale; né può «negoziare» con loro, a meno che non accettino di rinunciare definitivamente alla violenza, nonché di smettere il ricatto alla cittadinanza (vedi Terrorismo). Il contrario sarebbe una parodia del parlamentarismo e il rifiutarla implica restare fedeli a ciò che significa libertà d’espressione del parlamento.

Naturalmente, è chiaro che in un parlamento non possono sedere i rappresdentanti di alcun partito che sostenga la lotta armata e non la ripudi nettamente, cioè persone che possano beneficiare della prappresentazione incruenta della guerra civile a bassa intensità contro i propri avversari ideologici. In Spagna è questo il senso della «Ley de Partidos», che alcuni si ostinano a non considerare democratica sostendendo che, dal momento che le idee non delinquono, tutte dovrebbero essere rappresentate nelle Cortes. Falso. Certe idee (quelle che sostengono l’inferiorità di una razza o di un sesso, per esempio, o la liceità del falso in atto pubblico o la «comprensione» della lotta armata come forma di difesa di progetti politici che, senza tale coazione, riscuoterebbero poco sostegno da parte del pubblico) non sono né legali né accettabili nel dibattito costituzionale democratico. Chi non capisce questo, non capisce assolutamente nulla del gioco parlamentare, o capisce soltanto ciò che gli conviene… e poco importa che si tratti di un docente universitario di diritto costiruzionale. I cittadini con autonomia di pensiero faranno bene a nonlasciarsi ammaliare da questo canto stonato di sirena quando cercano un avvallo alle proprie scelte politiche.

Paternalismo

Che cos’è il paternalismo? Il vizio dei governi e delle autorità pubbliche di ostinarsi a salvare i cittadini dal pericolo che costituiscono per se stessi. Essere autonomi dal punto di vista politico, sociale e umano – cioè cittadini a pieno titolo – significa avere l’autonomia per fare ciò che altri disapprovano o condannano, talvolta con molta ragione, purché ciò non danneggi l’integrità fisica, la proprietà o le libertà degli altri. Implica anche comportarsi in un modo che poi si dovrà rimpiangere amaramente, certo. Ma gli Stati, solleciti, tendono a voler dispensare i cittadini dall’onere gravoso della loro autonomia. Il loro motto è: «Io ti guiderò: fidati di me e ti dirò quel che devi mangiare e bere, ciò che devi leggere, i programmi televisivi o i film che devi vedere, quanto devi spendere al gioco, che cosa devi fare con il tuo corpo e via dicendo». Naturalmente tale sollecitudine non è del tutto disinteressata. Per esempio, la persecuzione di certe abitudini, il cui abuso è dannoso per la salute (droghe, fumo…) deriva principalmente dal fatto che lo Stato vuole risparmiare le spese mediche per coloro che si fanno del male volontariamente. E talvolta questi divieti causano danni maggiori di quelli che vorrebbero prevenire: la crociata contro le droghe, per esempio, non è riuscita a sradicarle, ottenendo soltanto di trasformarla in un enorme giro di affari a livello internazionale – come accadde durante il proibizionismo negli Stati Uniti con il traffico di alcolici – con l’aggravante dei danni causati dall’adulterazione, la bande criminali, la corruzione dei minori per adescare nuovi clienti eccetera…

Certamente i ragazzi hanno bisogno di essere tutelati dagli adulti mediante l’educazione, poiché non sono liberi dalla nascita e lo diventano solo imparando a esserlo in maniera responsabile. Ma i cittadini non devono mai essere trattati come minorenni, incapaci di orientare le proprie vita da soli, né devono essere considerati delle marionette nelle mani della pubblicità o alla mercé di tentazioni irresistibili. È meglio sbagliare da soli che fare la cosa giusta comportandosi secondo un modello forzoso, stabilito da coloro che pretendono di sapere, meglio di noi, ciò che è meglio per noi. Lo stato (vedi Stato) deve aiutare, informare ed educare, naturalmente, ma sempre con l’obiettivo di garantire le libertà pubbliche e private, non per cortocircuitare, in nome di «ciò che è meglio per tutti», secondo un criterio stabilito da pochi. Non è vero che chi persegue realmente il nostro bene ci farà piangere, perché chi ci vuole davvero bene rispetta la nostra libertà e non ci impedisce nulla, perfino quelle cose di cui poi ci pentiremo, anche se poi ci aiuterà, se noi glielo chiederemo, a emendare i nostri errori volontari e a correggere i nostri passi. I cittadini non sono pulcini e lo Stato non è una chioccia: il primo dovere dell’educazione alla cittadinanza è stabilire  questo assunto e spiegarlo gradualmente nel miglior modo possibile.

«Quale che sia la teoria che adottiamo rispetto al fondamento dell’unione sociale e quali che siano le istituzioni politiche sotto cui viviamo, vi è un cerchio intorno ad ogni individuo che non si può oltrepassare da alcun governo, sia esso di un uomo solo, di pochi o di molti; vi è una parte della vita di ogni individuo, giunto all’età della discrezione entro cui quell’individuo deve regnare senza freni impostigli o da altre persone o dal pubblico collettivamente. Niuno che rispetti la libertà o la dignità umana metterà in questione che non vi sia, o vi debba essere, uno strato dell’esperienza umana sacro da ogni intrusione dell’autorità; il punto da determinarsi è dove si debba porre tal limite; quanto vasto debba essere lo spazio riservato così alla vita umana. Io credo che debba abbracciare tutta quella parte che concerne soltanto la vita dell’individuo, o interiore o esteriore, e non si estende agli interessi degli altri, o si fa sentire soltanto con l’influenza morale dell’esempio. Rispetto al dominio della coscienza interna, ai pensieri e ai sentimenti, e a quella parte della condotta esteriore che è soltanto personale, che non produce conseguenze, o nessuna almeno di un genere dannoso per gli altri, io ritengo che debba essere permesso a tutti, e che sia anche un dovere per gli uomini più illuminati, il dichiarare e il promulgare, con tutta la forza di cui sono capaci, la loro opinione di quel che è buono o cattivo, da ammirarsi o da disprezzarsi, ma non di costringere gli altri a conformarsi a quell’opinione; sia che la forza usata abbia il carattere di una coazione illegale, o che si dispieghi col mezzo della legge»

(John Stuart Mill, Princìpi di economia politica, Biblioteca dell’Economista, Editori Liberi, Torino 1851, Libro IV, cap. XI, p. 1062)

Popolo

Questo termine si usa come sinonimo per indicare l’insieme dei cittadini di un paese, quasi sempre con intenzione encomiastica (il popolo è sempre nobile, non sbaglia mai e via dicendo) e spesso ha un che di pacchiano (un po’ come dire «destriero» invece di cavallo). Però a volte lo utilizzano anche i nazionalisti e i fautori del collettivismo di vario colore per indicare una entità superiore ed eterna, opposta ai singoli individui in carne ed ossa, una specie di divinità politica che ha sempre ragione, al di sopra e contro di essi: ciò che conta è quel che vuole il popolo (cioè, quel che dicono coloro che parlano in suo nome), al di la di quel che ognuno vuole individualmente. In generale, questo tipo di «popolo» fonda sempre le proprie ragioni nelle radici del passato: invece, i cittadini sono degli sradicati (dalla tradizione e dalle sue genealogie leggendarie), in cerca di un futuro nuovo e comune.

Progressista/Reazionario

Progresso, dice il dizionario Devoto-Oli, significa andare avanti. In politica, dico io, significa avanzare verso qualcosa di meglio di quel che c’è. E in una società, ciò che è meglio è ciò che permette più libertà e più giustizia. In altre parole, ciò che rafforza la capacità di scegliere delle persone, nonché la possibilità di orientare la propria vita come meglio credono… anche a rischio di sbagliare. Non dimentichiamo che la libertà di poter sbagliare è il più rischioso dei nostri privilegi, pur restando a pieno titolo un privilegio.

I due più grandi ostacoli al progresso sono la miseria e l’ignoranza. Nessuno può essere libero nella miseria, che è l’ingiustizia più grande che possa esistere in seno a società ragionevolmente prospere. In natura le nostre carenze sono dovute di norma al caso, ma nella società nessuna povertà è casuale o inevitabile. Forse non tutti possono essere ricchi – perché non tutti apprezzano lo stesso tipo di ricchezze, fortunatamente – ma nessuno può essere costretto ad essere povero, neppure se ciò dipende dai suoi molti peccati. Quanto all’ignoranza, basti dire che nessuno sarà capace di avanzare verso il meglio se non sa che cosa è meglio per sé e per gli altri. Le grandi disuguaglianze del nostro secolo sono quelle che separano coloro che possono formarsi accedendo alle fonti della conoscenza da quelli che per tutta la vita dipendono dalle informazioni che ricevono da altri.

Cosicché sono progressisti colori che si battono contro la miseria e l’ignoranza e reazionari quelli che le favoriscono per qualche motivo. È una questione che ha poco a che fare con la tradizionale divisione fra destra e sinistra. Si può essere reazionari di destra, quando si ritiene che la miseria sia conseguenza diretta del mercato -  che premia i migliori e punisci i pigri e gli imbranati – e che l’ignoranza derivi dal fatto che certe persone non meritano di essere educate come le altre. Ma si può essere anche reazionari di sinistra, quando si arriva a credere che la lotta alla miseria consista nell’eliminare i ricchi, invece che i poveri, o che evitare l’ignoranza significhi insegnare a pensare all’umanità piuttosto che individualmente, uniformandosi al pensiero collettivo e rinunciando al dissenso. Non dimentichiamoci che in Italia ci sono ancora ammiratori del regime di Fidel Castro o dei tiranni della Corea del Nord, che danno lezioni gratuite di «progressismo» ai fessi che li stanno ad ascoltare… La cosa più importante di tutte è mettere in chiaro che il progresso non dipende da nessun meccanismo provvidenziale della storia, come credevano alcuni illuministi un po’ troppo ottimisti (Condorcet fu il più illustre di loro), ma che richiede il nostro sforzo consapevole, la nostra capacità di opporci al peggio per fare spazio al meglio. E che in qualunque momento c’è il pericolo di tornare indietro o di smarrirsi: nessuna conquista della civiltà è inamovibile, tutte possono essere annullate da nuove tirannie o cadere nell’oblio dell’incuria. Essere progressisti non significa farsi guidare dal presunto pilota automatico del progresso – non tutto il nuovo è progressista, nient’affatto – bensì essere disposti a combattere le novità negative e perfino a recuperare ricchezze sociali perdute, mentre si cerca la strada verso il futuro. Progredire significa innovare, ma anche conservare ciò che si è ottenuto.

Separazione dei poteri

Il vantaggio politico della democrazia rispetto agli altri sistemi di governo non consiste nel fatto che i rappresentanti eletti democraticamente sono sempre meglio degli altri, ma che comandano meno. Vale a dire che non comandano da soli o senza alcun tipo di restrizioni, poiché il loro potere è limitato da altri poteri meno legittimi, ma in grado di ostacolare o perfino frenare le loro decisioni. La democrazia è il sistema politico che istituzionalizza la sfiducia nei capi e il controllo su di essi mediante l’uso di strumenti diversi. Il più importante di tutti è la separazione dei poteri: quello esecutivo (il governo), quello legislativo (il parlamento) e quello giudiziario, teorizzato per la prima volta da Montesquieu nel diciottesimo secolo. Ognuno di questi organi ha una sua funzione, ma gli ultimi due possono, e molto spesso devono limitare le attività del primo. E in teoria, il terzo, il potere giudiziario, non ha la funzione di decidere il percorso che dovrà intraprendere la comunità, o quello di decretare le norme che tutti dovranno rispettare, bensì di far applicare, in modo imparziale, le regole del gioco democratico. Vale a dire, funge da arbitro.

Taluni – ma in Italia non serve fare nomi – sono molto critici nei confronti dei giudici, dicendo che il loro è l’unico dei tre poteri non soggetto a elezione democratica, bensì a cooptazione per titoli professionali. Ma è altrettanto vero che i giudici sono gli unici che devono essere in possesso di una preparazione specifica per il loro incarico, cosa che non vale per i governanti e i parlamentari. In altre parole, chiunque può fare il ministro o essere membro del parlamento (o elettore nelle amministrative, se vogliamo), mentre per diventare giudici sono necessari studi ed esami specifici. Naturalmente, tale sistema basato sul criterio professionale non è garanzia di imparzialità, ma in linea di principio dovrebbe assicurare una carriera diversa da quella puramente ideologica, per arrivare a ricoprire l’incarico. È ovvio che ogni giudice la penserà a modo suo e avrà una sua personalità, con tutti i vizi tipici degli uomini: vanità, venalità, ambizione e tutto il resto. Sono esseri umani, i giudici: non migliori degli altri, ma neppure peggiori. E dobbiamo ricordare che noi uomini siamo sempre nelle mani dei nostri simili, nel bene e nel male.

Uno dei mali incontrovertibili di molte democrazie – fra le quali quella Italiana – è che gli incarichi degli organismi giudiziari più elevati dipendono, in fin dei conti, da imposizioni e patti derivanti dalla spartizione dei seggi in parlamento: in virtù di questo vizio, i membri del CSM o della Corte costituzionale sono stati proposti dai diversi partiti e in generale si dimostrano docili nei loro confronti; in altre parole, coloro che sono stati proposti dalla sinistra appoggiano le volontà della sinistra, mentre coloro che in debito con la destra si comportano come questa comanda. Uno scandalo… accettato come la cosa più normale del mondo! L’indipendenza dei giudici è tale che si sa già che cosa decideranno prima ancora che si pronuncino!

Se il nostro paese ha bisogno di una riforma istituzionale, questa è senza dubbio la modifica, nei limiti del possibile, della schiavitù del potere giudiziario nei confronti del potere esecutivo. E ciò a prescindere dal fatto che i politici continuino a ripetere che i giudici non devono immischiarsi nella politica…, soprattutto quando ne ostacolano qualcuna proposta da loro.

In una parola: senza arbitri, non vi è gioco possibile.  E nel gioco democratico, per gran parte delle questioni fondamentali, i giudici sono arbitri necessari. La difficoltà sta nell’approntare le misure opportune affinché sia difficilissimo «comprarli» ideologicamente…

Ora dove sta l’anomalia Italiana?  Nel fatto che a volere una riforma è la destra, padroneggiata da un personaggio che ha, senza dubbio, accumulato pendenze con la giustizia e che fa nascere legittimo il dubbio che tale riforma abbia la funzione di liberarlo dal suo passato e da chi si frappone tra lui e l’assoluto potere; e da una sinistra che ha avuto accesso al potere solo dopo il repulisti di tangentopoli, facendo nascere il legittimo dubbio che i giudici, al tempo di mani puliti, abbiano scelto dove indagare e dove no.

Ora, come abbiamo visto una democrazia si regge non solo su regole, ma anche, e forse soprattutto su simboli. Perché le regole stabiliscono il funzionamento del gioco, ma i simboli ci dicono se val la pena di giocare, o se sappiamo già che la partita è truccata. I simboli, per quanto è possibile, devono essere limpidi, cristallini; se legittimano dubbi, sono più nocivi di una legge sbagliata. In altre parole: per la nostra democrazia, il fatto che Berlusconi sia sospettabile di comportamenti e atti illegali, o il sospetto che i giudici siano più propensi a cercare le magagne della destra piuttosto che quelle della sinistra, è peggio di qualunque legge ad personam o sentenza sbagliata, perché toglie la fiducia.

In una democrazia è più importante che i cittadini ci credano – cosa molto difficile guardando il popolo italiano – piuttosto che avere la migliore fra le costituzioni.

Settarismo

Il settario vuole che i suoi prevalgano ad ogni costo, anche se dovesse risentirne l’armonia del paese o quest’ultimo corresse il rischio di cadere in rovina. Nella sua emiplagia partitica, valuta le istituzioni non come garanzie affinché tutti possano giocare pulito, ma soltanto nella misura in cui si prestano ad essere utilizzate al servizio della sua ideologia: ciò che non mi serve per vincere, deve essere screditato e inutilizzato. Fa parte della democrazia che ci siano diversi atteggiamenti o partiti in lizza, e che ciascuno collabori con quelli che difendono meglio ciò che considera giusto: ma non che si perda di vista che nessuno ha la ragione assoluta e che di fronte a certe questioni essenziali è indispensabile ricercare la collaborazione con l’avversario prima di imporsi ad ogni costo. Dunque è importante insegnare sin dalla scuola, a coloro che presto saranno cittadini a tutti gli effetti, per il bene comune e prima che la loro capacità di giudizio sia corrotta dai manicheismi degli adulti – e a questo punto è bene  che a scuola ci vadano sia il nostro Primo Ministro, che il Ministro stesso dell’istruzione -  il vero significato dei meccanismi democratici, nonché il senso della separazione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario.

Stato

«Dicono, infatti, che non è il fine dello Stato di trasformare gli uomini, da esseri ragionevoli, in bruti o in macchine, ma al contrario, di far si che la loro mente e il loro corpo possano esplicare in sicurezza le loro funzioni; che possano fare libero uso della ragione, e che non contendano con odio, ira, né con frode, né si comportino nei loro vicendevoli rapporti, con animo perverso. Quindi, il vero fine dello Stato è, soltanto, la libertà»

Baruch Spinoza, Trattato teologico-politico, La nuova Italiana Editrice, Firenze 1985, cap. XX p. 351

Terrorismo

Il terrorismo è un fenomeno antico (forse inventato dai veneziani del Rinascimento, che erano capaci di affidare a un sicario il compito di liquidare pericolosi concorrenti commerciali, mandandolo in luoghi allora assai remoti come l’Olanda). Tuttavia oggi ha acquisito uno spessore e una pericolosità inauditi. Il metodo del terrorismo consiste nell’attaccare i cittadini privatamente, senza dichiarare guerra alla nazione o dover rendere conto ad autorità internazionali – con l’obiettivo di intimidire la popolazione e imporre cambiamenti nel suo orientamento politico, economico, religioso e sociale. Insisto su questo punto: il terrorismo è un metodo per costringere e punire la cittadinanza, non un’ideologia. Il terrorismo può essere al servizio delle cause più diverse, di destra e di sinistra, religiose o laiche… Insomma, non si tratta di un modo di pensare, ma di un modo di agire. Per questo è inutile e ridicolo combatterlo come se fosse una ideologia unica, omogenea, localizzata in un determinato territorio (1).

I terroristi hanno in comune la pratica di prendere in ostaggio i cittadini, giustiziarli individualmente o in modo indiscriminato, ricattando così il resto della comunità. Ogni terrorismo comporta un ricatto:dammi quello che ti chiedo o attento alle conseguenze. È ovvio che talvolta le rivendicazioni sono talmente assurde o grandiose che è quasi impossibile considerarle comprensibili («convertitevi tutti all’Islam!», per esempio), ma la vocazione al ricatto è sempre presente ed è per questo che è molto importante sapere che le concessioni fatte al terrorismo non sono mai prudenti, perché non fanno che confermare il metodo, incoraggiandolo come strumento di coazione…

Il rande stratagemma dei terroristi è di nascondersi fra quella stessa popolazione civile che vogliono minacciare. Cosicché la repressione poliziesca o militare operata contro di loro, qualora non sia prudente, può causare danni a persone innocenti provocando la reazione di molti contro le stesse autorità che tentano di proteggerli, con l’incoraggiamento insidioso degli amici dei terroristi o di volenterosi imbecilli, che non mancano mai. In questo caso, il governo può essere tentato di ricorrere a a metodi illegali o persino di ricorrere ad azioni terroristiche contro il terrorismo… il che è già un primo trionfo, demoralizzante, dei criminali. D’altro canto, se l’intimidazione terroristica si prolunga nel tempo, finirà che ci saranno delle persone che inizieranno a ritenere ragionevole cedere alla sua pressione per evitare «altre vittime». La sequenza è descritta da Garcìa Màrquez nel suo reportage su un sequestro realizzato dai terroristi colombiani: alla prima bomba che scoppia, uccidono cittadini comuni, la cittadinanza indignata chiede il pugno di ferro, pena di morte per i colpevoli, o almeno l’ergastolo…; alla seconda e alla terza la gente si rivolta contro il governo, lo accusa di inettitudine e via dicendo…; alla quarta, iniziano a circolare voci che invocano il dialogo con gli assassini  che gli si conceda una volta per tutte ciò che vogliono, in modo che smettano di uccidere. In fondo, i movimento terroristici cercano di provocare una specie di guerra civile irregolare, che faccia dubitare i cittadini dei loro governanti e schieri i politici gli uni contro gli altri per motivi d’interesse. Le democrazie, con le loro garanzie giuridiche e libertà pubbliche necessarie, sono particolarmente vulnerabili a questi metodi sovversivi ed è per questo e l’unità con cui devono reagire i cittadini consapevoli è particolarmente importante.

(1) Basti ad esempio ricordare la dottrina dell’”asse del Male” proclamata dall’ex presidente degli USA J.W. Busch, dove il terrorismo veniva considerato un male mondiale da combattere, indipendentemente dalla matrice ideologica di riferimento.

Tolleranza

La tolleranza è la predisposizione civica a convivere armoniosamente insieme a persone di credo diverso o pensiero opposto al nostro, nonché con abitudini sociali o costumi che non condividiamo. La tolleranza non è mera indifferenza, ma comporta spesso anche sopportare ciò che non ci piace: naturalmente, essere tolleranti non impedisce di formulare critiche ragionate, né obbliga a tacitare il nostro modo di pensare per non «ferire» coloro che la pensano diversamente. La tolleranza è bidirezionale: in altre parole, il prezzo che si paga a non vietare o impedire il comportamento del prossimo prevede, come contropartita, che questi si rassegni alle obiezioni o alle burle di chi ha preferenze diverse. Ovviamente, in molti casi la cortesia suggerisce la moderazione, ma è una scelta volontaria, non un obbligo di legge. Essere tolleranti non richiede di essere universalmente acquiescenti… Inoltre, ciò che si deve rispettare sono sempre le persone, non le loro opinioni o i loro comportamenti.

E naturale che la tolleranza richieda un contesto istituzionale condiviso che deve essere rispettato da tutti: chi lo nega o lo ostacola, sta negando anche il proprio diritto ad essere tollerato. Uno dei pilastri della tolleranza è limitare ciò che la compromette – cioè denunciare sia l’intolleranza che l’intollerabile – e lottare democraticamente contro di esso. Lo scrittore svedese Lars Gustafsson ha ben sintetizzato il concetto: «la tolleranza dell’intolleranza produce intolleranza». E d’altro canto, anche godere dei vantaggi della  tolleranza pubblica impone a ciascuno di rinunciare a esercitare forme di intolleranza privata. L’eccesso di suscettibilità di certi gruppi organizzati in vere e proprie lobbies è una nuova forma di intolleranza in nome di una «tolleranza» che non ammette critiche, per esempio, quando trasformano in «fobie» (islamofobia, cristianofobia, omofobia, catalanofobia e via dicendo), ovvero in una specie di malattia, qualunque commento di disapprovazione rivolto a loro. Decretare che chi non è d’accordo è una specie di malato sociale è una delle pratiche totalitarie più antiche.

Essere tolleranti non significa essere deboli, ma, al contrario, abbastanza forti e abbastanza sicuri delle proprie scelte per convivere senza scandali né timori con la diversità, purché questa rispetti la legge. Ciò che è veramente l’opposto della tolleranza è il fanatismo, spesso tipico non già dei più convinti, ma di coloro che pretendono di far tacere i propri dubbi imbavagliando e ammanettando gli altri. Come disse bene Nietzsche, «il fanatismo è l’unica forza di volontà di cui sono capaci i deboli». Il generale, le società più intolleranti sono quelle che si sgretolano più facilmente non appena, al loro interno, si autorizza l’espressione della dissidenza, che rompe con l’uniformità precostituita.