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La grammatica del vivere …

31 dicembre 2009 Lorenzo Nessun commento

A poche ore dalla fine di questo strano 2009, l’occhio mi cade su due libri [1, 2] che mi hanno messo in difficoltà in questi mesi.
Parlano di come noi, la nostra società, il nostro modo di pensare, siamo diventati rigidamente attaccati a verbi transitivi, ed abbiamo abbandonato l’uso di verbi intransitivi.
Non si tratta di libri di grammatica, nè di linguistica o logica, ma libri che scavano nel linguaggio, nel senso comune, nelle nostre radici quotidiane, mostrandoci verso dove salgono e quali direzioni prendono i rami della nostra conoscenza e del nostro vivere.

La caratteristica del verbo transitivo è il fatto di descrivere un’azione che “transita” da un soggetto a un oggetto. Cioè, per poter “esistere” in quell’azione, il soggetto necessita un oggetto, altrimenti, non potrebbe fare un bel nulla. Usare verbi transitivi, one wayvivere di verbi transitivi, significa “dipendere” da un oggetto, essere vincolato a un “qualcosa” per poter agire, per poter vivere. Per come ci muoviamo oggi, possiamo dire di vivere transitivamente, di vivere per e con oggetti: “siamo ciò che compriamo”, siamo la società (come direbbe Latouche) del “ben-avere”, piuttosto che del “ben-essere”.

Il verbo intransitivo è il verbo della riflessività, della responsabilità. Non ha oggetti, non si appoggia a “cose” se non al suo stesso esser detto o agito, se non alla stessa persona che compie e incarna quel verbo. Verbi come vivere, morire, pensare, piangere, sorridere, i “grandi verbi” che compongono il nostro essere al mondo, rimangono baluardi dell’intransitività, verbi a cui è ancora difficile accostare un complemento oggetto. Il verbo intransitivo, potremo dire, non ha oggetti, è un verbo di presenza, di “coraggio e responsabilità” (per citare il motto del nostro sito).
E infatti se ci pensiamo, “cambiare qualcosa” significa riversare l’azione e la responsabilità su quel “qualcosa” che deve essere cambiato. E’ quel qualcosa che crea problemi, che non va, è sua la colpa, è a causa sua che si deve realizzare il cambiamento. “Cambiare” in senso intransitivo sollecita invece la nostra responsabilità, la nostra creatività, il nostro essere persone. Cambiare (in senso intransitivo) ci dice della responsabilità che abbiamo di noi stessi e del mondo, ci dice che il cambiamento non è qualcosa da fare, o qualcosa da realizzare, ma il cambiamento “siamo noi”.
Per questo nuovo anno che a breve ci aprirà i suoi giorni, ci auguro di fare esperienza, come direbbe Ivan Illich, in maniera intransitiva.

(1) Ivan Illich. Nemesi Medica. L’espropriazione della salute. 2004. Mondatori Editore
(2) Ivan Illich. La perdita dei sensi. 2009. Libreria Etitrice Fiorentina.

In pensione

8 febbraio 2009 Lorenzo Nessun commento

In questi giorni stavo ripensando alla pensione… Assurdo dite? Può darsi, ma non se questo argomento può funzionare da spunto per alcune riflessioni, che costituiscono il tema di questi ultimi post.

Stavo pensando che ormai la maggior parte di noi giovani ritiene la pensione un miraggio inarrivabile; non solo, il concetto stesso di pensione è ormai qualcosa che, come dire, non ci appartiene più. Se qualcuno di noi (giovani) inizia a parlare di pensione, viene tacciato di follia, con le solite frasi “tanto non l’avremo mai”. L’aspetto peggiore della questione è, dal mio punto di vista, il fatto che ci siamo rassegnati. Ci stiamo abituando, spesso sottilmente, lentamente, all’assenza della pensione, all’idea di questa assenza (e all’assenza di quest’idea!). E io penso invece sia opportuno ragionare su questo argomento, non darlo per perso, se non altro perché dietro questo modo di pensare si nasconde un nostro modo di vedere la vita e l’economia.

L’economia, la finanza, ci sono sopra la testa come lo sono le “leggi di natura”, come lo è il”destino”. Oramai le percepiamo così, immutabili, sovrane, inevitabili. La pensione non potrà mai arrivare, per ovvie ed oggettive ragioni: perché la situazione demografica e quella economica non lo permettono. Ma, a questo punto della discussione, non appena la logica diviene quella di “trovare motivazioni esterne alla nostra situazione”, dovrebbe iniziare in noi a suonare un campanello d’allarme (vedi il post Strategia della tensione). Non stiamo forse delegando ancora a fattori esterni (che riteniamo ovvi ed oggettivi) per metterci al riparo dalla responsabilità?

Io penso, in parte ingenuamente, che sia opportuno chiedersi “chi è nato prima“, se l’uomo o l’economia, e quale sia la finalità, la giustificazione dell’esistenza dell’economia. Io credo che l’economia sia necessaria nella misura in cui aiuta le relazioni tra gli uomini e la reciproca convivenza. Credo che l’economia non sostituisca l’uomo, in nessun modo e in nessun caso, e – quando lo sostituisce – diventa fonte di violenza, nel senso più ampio del termine. Nel momento in cui l’economia cessa di svolgere (come in molti casi oggi sembra) la sua funzione di supporto nelle relazioni umane, la sua funzione di utile strumento in mano all’uomo, essa soffoca il nostro essere persona e deve essere messa in discussione.

Credo che troppo spesso ci ritroviamo a pensare che viene prima il “contesto”, le “cause di forza maggiore”; credo che dobbiamo recuperare, oltre alla responsabilità, un sano uso del verbo “pretendere”. Per quanto mi riguarda, continuo a “pretendere” (se non altro nei miei pensieri) la pensione, e penso che questo sia un mio diritto. Se non altro, mi arrogo il diritto di pensare che all’interno delle nostre comunità la vita umana, il sostegno reciproco e attento all’altro, a chi ha bisogno, vengano prima di leggi presunte come esterne, oggettive ed immutabili, come troppo spesso pensiamo siano le leggi dell’economia.

Conoscere la conoscenza obbliga

11 luglio 2008 Lorenzo 4 commenti

Fino a poche settimane fa, pensavo – da buon amante delle humanitates – che nella conoscenza risiedesse la salvezza dell’uomo. Il sapere, il conoscere il mondo e se stessi, conteneva – pensavo – la chiave di volta dell’etica, del comportamento, della vita. E questa, lo vedevo bene, non era solo una convinzione mia, ma – mi pare di poter dire – una convinzione presente in molti di noi, nella nostra cultura, che ci aEdipo e la Sfingemmonisce “fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

Ma la conoscenza, come la tragedia di Sofocle “Edipo Re” dimostra crudamente, non solo non è tutto, ma porta – da sola – persino alla cecità, alla catastrofe, alla tragedia appunto.

Dov’è quindi quella sapienza, quel retto agire portato dalla conoscenza? Queste domande sono quanto mai attuali, specie se consideriamo non solo la situazione italiana, ma quella – se mi è lecito allargarmi – mondiale: sappiamo, abbiamo sotto gli occhi le falle del sistema, da quelle economiche, di comunità, a quelle energetiche, sociali. Eppure nulla sembra cambiare. Davanti a queste voragini non cambiamo di nulla, pur vedendole. Ci chiediamo come mai sappiamo, abbiamo davanti tutte queste informazioni, viviamo nella società della comunicazione e delle informazioni, eppure nulla cambia.

Mi sono trascinato molti di questi dubbi sino alla lettura del testo “L’albero della conoscenza”, di Maturana e Varela, che mi ha aperto squarci inaspettati… Gli autori affermano che:

«alla base delle difficoltà dell’uomo attuale sta il mancato riconoscimento della conoscenza»

(Maturana e Varela, L’albero della conoscenza. Ed. Garzanti. Pag 205)

Non la mancata conoscenza, ma proprio il mancato riconoscimento di questa conoscenza. Nell’epoca di internet, mi viene da dire, abbiamo illimitato accesso alla conoscenza, ma nullo è il riconoscimento della conoscenza nella società della comunicazione… Proseguono:

«Non è la conoscenza, ma la conoscenza della conoscenza ciò che obbliga. Quello che determina se noi facciamo esplodere una bomba o no non è sapere che la bomba uccide, ma è sapere ciò che vogliamo fare con la bomba»

(Maturana e Varela, L’albero della conoscenza. Ed. Garzanti. Pag 205)

Non serve quindi conoscere, se non facciamo un passo ulteriore, se non passiamo da una conoscenza delle informazioni alla conoscenza della conoscenza, ad una conoscenza cioè di secondo ordine. Fino a che siamo ciechi davanti a ciò che trascende le nostre azioni (e trascendendole, ne stabilisce il senso etico), possiamo compiere tutto pur sapendo tutto, ma senza coscienza di quanto facciamo. Se cerchiamo, se conosciamo, se rendiamo esplicita la conoscenza salendo ad un secondo livello di conoscenza, esplicitiamo la nostra responsabilità, la consapevolezza della nostra responsabilità. E a quel punto, conoscere significa essere, cambiare. Ecco perché conoscere la conoscenza obbliga. Perchè, “sapendo di sapere, non possiamo negare ciò che sappiamo“.

Ecco la via tracciata, ecco l’urgenza di cercare di conoscere la conoscenza, perchè attraverso questo processo costruiamo l’etica, che è lo stare con l’altro, e l’altro – come direbbe Sartre – è quello che in fin dei conti ci permette di essere noi stessi. Perchè, come dicono Maturana e Varela, “abbiamo a disposizione solo il mondo che creiamo con gli altri“.

“… responsabili di tutto …”

5 aprile 2008 Lorenzo Nessun commento

Tre aspetti mi colpiscono particolarmente del concetto di Weltanschauung, che – come sta ben chiarendo Davide – è l’elemento base e la parola chiave di questo movimento di idee e di questo sito. Il primo aspetto è quello di ingenuità, lì dove con ingenuità intendo il nascere da dentro, l’essere qualcosa che ci permea. La nostra visione del mondo, il nostro dare senso al mondo, il nostro essere “portatori ed attributori” di significati, è l’elemento costitutivo del nostro essere, ci sta dentro, è connaturato con il nostro essere e racchiude ogni singolo pensiero, movimento, aspettativa. Per questo, dal mio punto di vista, non si possiede una Weltanschauung, ma la si è.

Per secondo, il concetto di necessità di possedere/essere una Weltanschauung, nel senso che è impossibile osservare un fatto ed agire se non inquadrando il fatto e la propria azione in un sistema di significati. È impossibile muoversi senza una direzione/senso. È impossibile persino stare immobili senza una direzione/senso.

Terzo, il concetto responsabilità. Non ci troviamo davanti a una realtà oggettiva, che è data di per sé, ma siamo alle prese con una realtà che siamo noi a costruire e sentire nella nostra esperienza soggettiva, nella nostra interpretazione personale e nella nostra attribuzione di senso. Quello che facciamo nella nostra esperienza soggettiva, non è adattarci ad un mondo oggettivo, ma attribuirgli un significato e leggerlo secondo la nostra visione del mondo. Ecco come il concetto di Weltanschauung ci renda attivi interpreti e costruttori del mondo innanzi a noi, e quindi ci carichi allo stesso tempo della responsabilità del nostro modo di intendere il mondo e dell’eticità del nostro agire.

Le cose restano le stesse, ma vengono interpretate (fornite di senso) in maniera estremamente differente. Ho concluso da poco una lettura sull’anoressia (W. Vandereycken, R. van Deth, 1995. Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche. Cortina Editore) illuminante in tal senso: nel testo si mostra come la stessa “costellazione di comportamenti” (astinenza dal cibo, iperattività, insonnia e così via) venga etichettato, nei secoli, in maniere completamente differenti. Prima sante ascetiche, mistiche (Medioevo), in seguito indemionate e streghe (tardo Medioevo), quindi (nell’ottocento, col passaggio da una visione del mondo dominata dalla Chiesa ad un mondo dominato dalla Scienza) isteriche e nevrotiche, infine, ai giorni nostri, anoressiche. Questo l’iter delle donne che rifiutano il cibo. A seconda del sistema di significati in cui inseriamo questa costellazione di comportamenti, definiamo automaticamente il nostro modo di approcciare alla questione, e ci vincoliamo automaticamente a delle possibili soluzioni. Non esiste un “significato oggettivo” (espressione che suona come un ossimoro) per queste donne che rifiutano il cibo: passano dall’esser demoni in terra a mistiche vicine a Dio, da succubi della moda e persone neuroendocrinologicamente malate. La sofferenza o l’aiuto che possiamo portare loro dipende da come attribuiamo un senso, un significato a ciò che ci sta davanti, e in tal senso è evidente che la responsabilità di come “va il mondo” rientra nella mia responsabilità. Ecco forse che non andiamo molto distanti da quanto intendeva Don Milani quando scriveva “ognuno deve sentirsi responsabile di tutto” (http://www.fhtino.it/MilaniDoc/lettera.html).

Gli esercizi del pianista

12 marzo 2008 Lorenzo 1 commento

Negli anni ho maturato una certa riluttanza verso i semplici dibattiti, mentre ho scoperto (forse dovrei dire riscoperto) il valore della pratica, della azione quotidiana e dell’etica che da essa traspare e da cui è costituita. Per cui – in linea di principio – potrei anche essere contrario a un sito internet, come puro luogo di scrittura e discussione.

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È pur vero, come diversi studi evidenziano, che pensare ed agire sono tanto sovrapponibili da poter essere considerati la medesima cosa: in alcuni lavori si dimostra come un pianista che alleni le sue dita con il pensiero produca miglioramenti simili a chi trascorra le stesse ore direttamente sul pianoforte.

E così mi auguro sia anche per questo sito. Il mio auspicio è che questo luogo di confronto e pensiero non si stacchi mai dalla pratica, e che le idee qui maturate abbiano il fine esclusivo di cambiare e re-indirizzare le nostre “azioni concrete”, o quantomeno le nostre intenzioni. Spero che sia quindi una sorta di “cartina tornasole”, un taccuino di viaggio utile a raccogliere le azioni fatte, e a suggerirne di nuove.

Un sito è costituito di parole, ma spero che queste parole siano come gli esercizi mentali del pianista, profondamente collegati alla pratica e rivolti esclusivamente ad essa.

Ringrazio infine Davide, perché con questo sito è riuscito a raggiungere una prima concretizzazione dei discorsi fatti in questi anni.

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