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Quando Gesù scelse gli ultimi

28 agosto 2010 Davide Nessun commento

Torno a scrivere dopo alcuni mesi e provo a riallacciarmi al tema lasciato in sospeso, appunto quello degli ultimi e del che cosa significa stare da quella parte. Nel post precedente (vedi) abbiamo visto la sostanziale diversità di vedute tra Enrico Berlinguer e Piero Fassino, tra il vecchio Partito Comunista Italiano e i Democratici di Sinistra, ora PD.

Il tema dell’attenzione agli “ultimi” è centrale nella costituzione di una società che vuole dirsi giusta. L’argomento non è frutto dell’albero marxista, ma è profondamente radicato nella coltura cristiana. Gesù nel vangelo è molto chiaro sugli ultimi, affermando che essi sarebbero stati la sua presenza viva e continuativa. «Signore, quando ti abbiamo visto? … ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt. 25, 31-46). Sembra proprio che Gesù suggerisca di stare con gli ultimi (gli affamati, gli assetati, i nudi, i forestieri, i carcerati, ecc.) se si vuol essere certi di stare con lui. Ne consegue una cosa molto semplice, cioè che il cristiano è, o dovrebbe essere, colui che sta con l’ultimo, che si accompagna ad esso. Non solo, Gesù in più occasioni ha esplicitamente frequentato prostitute, esattori, lebbrosi, ecc. tutte frequentazioni che al suo tempo erano considerate riprovevoli e scandalose.

Siccome il vangelo viene letto in Chiesa tutti i giorni (quasi ognuno di noi ne possiede almeno una copia in casa; gli argomenti di catechismo sono diventati parte del bagaglio culturale di ciascuno di noi), diventa facile rimanere perplessi difronte ai comportamenti e alle affermazioni di certi prelati. Ve ne riporto due, una di un vescovo italiano, l’altra di uno austriaco.

L’italiano è vescovo emerito di Otranto, mons. Vincenzo Franco e dice: «Non darei la comunione a Vendola perché ostenta la sua condizione perversa e malata di omosessuale praticante. A questa gente come lui, un gran furbacchione che specula sulla sua presunta vicinanza alla Chiesa, i vescovi e i sacerdoti sappiano dare un bel calcio nel sedere. Se muore un gay certamente me ne dolgo e prego per lui, ma non posso celebrare una messa funebre per la semplicissima ragione che è morto senza pentimento, senza cambio di vita e da pubblico peccatore, pietra di scandalo. Il Vaticano spesso tace su questioni importanti dando un’idea di indulgenza a buon mercato (vedi anche).

Il secondo è Vescovo ausiliario di Salisburgo, Andreas Laun, che in una pubblicazione recente scrive: «La Love Parade e la partecipazione ad essa, a prescindere dalla sua immagine ripugnante, costituiscono una sorta di ribellione contro la Creazione e contro l’ordine divino, sono un peccato e un invito al peccato [...] ci si rifiuta di ammettere che la Love Parade potrebbe anche avere a che fare con il peccato e, di conseguenza, anche con un Dio che giudica e punisce (vedi qui.)». A provare a cogliere quel che scrive, si direbbe che il Vescovo pensa che chi ha partecipato alla manifestazione, poi trasformatasi in tragedia, di Duisburg stesse commettendo peccato e che Dio abbia voluto punirlo spingendolo sotto il tunnel. Lo so, è aberrante!

Non provo neppure ad accennare alla questione dei preti pedofili e dell’omertà che alcuni Vescovi hanno praticato, sarebbe troppo facile, e poi non è attinente all’argomento che trattiamo, cioè gli ultimi e chi se ne fa portavoce. Mi viene da fare una battuta, che da poi il titolo a questo post: a sentire certi ecclesiastici vien proprio da pensare che Gesù abbia scelto gli ultimi, ma nel senso dei “peggiori”.

Dagli uomini di Chiesa purtroppo (1) ci aspettiamo sempre parole di misericordia, e soprattutto atti di perdono. Affido a don Milani la critica a questa spiccata voglia di dire la loro che i vescovi e i cardinali sovente manifestano. È un po’ lungo, ma ne vale la pena!

[...] Criticheremo i nostri vescovi perché vogliamo loro bene. Vogliamo il loro bene, cioè che diventino migliori, più informati, più seri, più umili. Nessun vescovo può vantarsi di non aver nulla da imparare. Ne ha bisogno come tutti noi. Forse più di tutti noi per la responsabilità maggiore che porta e per l’isolamento in cui la carica stessa lo costringe. E non è superbia voler insegnare al vescovo perché cercheremo ognuno di parlargli di quelle cose di cui noi abbiamo esperienza diretta e lui nessuna. L’ultimo parroco di montagna conosce il proprio popolo, il vescovo quel popolo non lo conosce. L’ultimo garzone di pecoraio può dar notizie sulla condizione operaia rabbrividire dieci vescovi non uno. L’ultimo converso della Certosa può aver più rapporto con Dio che non il vescovo indaffaratissimo. E il vescovo, a sua volta, ha un campo dove può trattarci tutti come scolaretti. Ed è il Sacramento che porta e quelli che può dare. In  questo campo non possiamo che presentarci a lui che in ginocchio. In tutti gli altri ci presenteremo in piedi. Talvolta anche seduti su cattedre più alte della sua. Quelle in cui Dio ha posto noi e non lui. L’ultimo di noi ne ha almeno una di queste cattedre e il vescovo davanti a lui come uno scolaretto. E qualche volta, credimi, c’è proprio bisogno di trattarlo così! Non è forse come un bambino un cardinale che ci propone ad esempio edificante un regime come quello spagnolo (2)? Non c’è neanche da arrabbiarsi con lui. Diciamogli piuttosto bonariamente che non esca dal suo campo specifico, che non pretenda di insegnarci cose su cui non ha nessuna competenza. Non l’ha di fatto e non l’ha di diritto. Ne riparli quando avrà studiato meglio la storia, visto più cose, meditato più a fondo, quando Dio stesso gliene avrà dato grazia di stato. Oppure non ne parli mai. Non è da lui che vogliamo sapere quale sia il tenore di vita degli operai spagnoli. Sono notizie che chiederemo ai tecnici. DI lui in questo campo non abbiamo stima. Lo abbiamo anzi sperimentato uomo poco informato e poco serio.

Leggiamo ora un altro episodio. L’ho trovato su una rivista seria, è circostanziato e firmato, non ho dunque motivo di ritenere che sia inventato:

«In uno scopartimento di prima classe del direttissimo Roma-Ancona in partenza da Roma alle 16,37 del 3 ottobre 1958 sedevano un vescovo e due altri religiosi al suo seguito. Il posto accanto al vescovo era occupato da una cartella. Un viaggiatore rimasto in piedi ben per due volte ha chiesto garbatamente se il posto era occupato e i religiosi hanno risposto di sì. Non era vero. Era un’occupazione abusiva fatta col solo scopo di lasciare il vescovo più comodo. Il controllore avrebbe voluto verbalizzare, ma il viaggiatore rimasto in piedi, pro bono pacis, ha pregato di lasciar correre e la cosa è finita così» (“Il Ponte” 1958 pag. 1350).

Ti pare inverosimile? A me no. Siamo di nuovo davanti ad un ragazzo. L’altro pretendeva di insegnare cose che ancora non conosce. Questo ruba 3450 lire e poi rimedia con una bugia e con tutto questo non s’accorge d’aver peccato. Gli pare anzi, con un alone di 50 centesimi di rispettabilità a destra e a manca del suo sedere, d’aver reso omaggio al Carattere Sacro della sua persona. Ha vissuto mezzo secolo di storia ed è già giunto a votare Democrazia Cristiana ma non sa ancora che democrazia è uguaglianza di diritti. È nato cento anni dopo la Rivoluzione Francese e non sì è ancor accorto che quel germe è fiorito, che ha mutato le nostre ex pecorelle, le ha rese non più pecorelle soltanto, ma cittadini: gente che si vuol rendere conto e che vuol essere convinta.

Eppure tutta questa lezione della storia che egli non ha preso è lezione di Dio, perché  è Dio che disegna la storia per nostro ravvedimento e affinamento. E l’hanno inteso perfino tanti laici cattolici. Quelli per esempio che sono stati tredici anni al potere in Italia e non si sono sognati di includere nel regolamento ferroviario privilegi per i vescovi. Non l’hanno fatto perché erano oramai abituati a un sentimento più alto e interiore della dignità vescovile. Qualcosa che è tanto più alta quanto più è vicina, tanto più piccina quanto più pretende un piedistallo che la storia ormai le ha negato. E quello di Bologna che mette a lutto per un mese tutte le chiese della diocesi per un fatto come quello di Prato (3)? E quello stesso di Prato che confronta se stesso con i martiri cinesi? Non sono forse tutti uomini che hanno perso il senso delle proporzioni? E a chi mai può succedere questa disgrazia immensa se non a chi non ha più accanto la mamma che sappia, quando è l’ora, dargli uno scapaccione oppure a chi non ha più intorno dei figlioli coraggiosi che sappiano raccontargli in faccia ciò che dice la gente?

Vedi dunque che non e’ sdegno per i vescovi che occorre, ma per noi stessi, figlioli vili e egoisti che abbiamo amato più la nostra pace che il bene del nostro padre e della nostra Chiesa.

Fermiamoci dunque un poco in esame di coscienza. Potevano quegli infelici saper qualcosa sul mondo che li circonda e su se stessi? C’è qualcuno che li corregge? Abbiamo mai provato a parlar loro francamente così come si parlerebbe al nostro figliolo colto in fallo? No, via, bisogna confessarlo, nessuno di noi si è curato di educare il suo vescovo. E se tanti vescovi vengon su come li vediamo, sicuri di sè, saputelli, superbi, ignoranti, enfants gâtés, come potremo volerne male a loro noi che non abbiamo fatto nulla per tendere loro una mano e riportarli al mondo d’oggi e all’umiltà cristiana e alla giusta gerarchia dei valori? E questo lor essere così non è per la Chiesa un male molto più grande di quanto non lo potrà essere quel turbamento che in qualche animo debole potran fare le critiche? È meglio conservare il piedistallo alto nell’illusione di coprire un po’ alla meglio la vuotezza dei vescovi o è meglio buttar giù il piedistallo e ottenere, per mezzo di un po’ di critica, vescovi capaci di non dire sciocchezze e in più splendenti di quell’umiltà che è virtù cristiana e quindi in nessun modo disdicevole in un vescovo?

La vita di un vescovo! Io ne so poco, ma me la posso immaginare perché conosco qualche sacerdote importante e anche qualche grosso militare e qualche grosso primario di ospedale. Parallelo al crescendo di importanza un crescendo di isolamento. In presenza a lui i giudizi andavano diventando ogni giorno più prudenti e più chiusi. Per esempio, chi pensava che il Papa facesse a mezzo con la Confindustria, lo diceva con scherno impertinente al povero seminarista indifeso. Lo diceva in forma già più attenuata e indiretta al giovane cappellano. Lo diceva solo di lontano al parroco di campagna, padre ancora abbordabile, ma già autorevole personaggio. Non lo diceva per nulla a monsignore parroco di città, amico di un mucchio di persone influenti e molto più potente egli stesso che non il collocatore comunale. Non lo dirà mai al suo vescovo che viene in visita una volta ogni cinque anni e che si può vedere solo dopo molta anticamera in una sala imponente, imponente lui stesso per età, per carica, per grazia. E allora, quando quel vescovo passando per le strade vede sui muri scritte irrispettose per il papa (ma le vede?), non ha elementi per giudicare se siano opera di mestatori estranei senza rispondenza nel cuore degli operai o se siano invece intima convinzione di tanti e che ha avuto esca in errori nostri di cui bisogna correggersi.

Il vescovo che organizza una manifestazione mariana con elicotteri, non ha modo di valutare se questa forma di devozione sdegna o commuove.

Va in visita e non incontra che cattolici o comunisti travestiti da cattolici. Gente comunque che non lo critica, che non si permette di insegnargli nulla. Lo dico senza malanimo. Siamo tutti eguali. Anch’io faccio così nove volte su dieci. Non vien voglia di dire al vescovo ciò che si pensa. È più comodo trattarlo coi soliti dorati guanti di menzogna che danno il modo a lui e a noi di vivere senza seccature. Ed egli intanto cresce e matura e invecchia senza crescere né maturare né invecchiare.

Passa per il mondo senza toccarlo. Non abbastanza alto per essere illuminato dal Cielo. Non abbastanza basso per insozzarsi la veste o per imparare qualcosa. Fa errori puerili, s’intende di tutto, giudica la storia, la politica, l’economia, le vertenze sindacali, il popolo con la beata incoscienza di un infante, con l’innocente pretenziosità del generale di armata o del contadino di montagna. È appunto come il generale di armata e come il contadino di montagna un uomo cui nessuno fa scuola. Un infelice. E tanto più è un infelice per il fatto che nel frattempo perfino i laici cattolici hanno aperto un po’ di occhi. Loro che il muro di incenso non proteggeva dai morsi della storia.

E come è tragico e ingiusto che il Pastore sia rimasto indietro alle pecore! E come potremo non reagire a questo fatto assurdo? Il rispetto? Tacere non è rispetto. È dare una spallucciata dopo aver visto degli infelici che non sanno vivere, gente in mare che non sa nuotare. Disinteressarsi del prossimo è egoismo. Disinteressarsi dell’educazione di fratelli che hanno in mano tanta parte della Chiesa è disinteressarsi della Chiesa! Meglio essere irrispettosi che indifferenti davanti a un fatto così serio. Dunque quel viaggiatore ha fatto bene a provocare quell’incidente e a pubblicarlo. Povero untorello che diffonde la peste dell’anticlericalismo, (quando dice il vero) serve più la nostra Chiesa che la sua. E bisognerebbe ringraziarlo o meglio passargli innanzi ed essere capaci noi dell’esame della nostra coscienza più di lui che ce l’esamina malevolmente. E come vorrei saper dare a questo mio articolo un accento così accorato che nessun malintenzionato potesse dire di me che calco le orme dei nemici della Chiesa! E come vorrei far capire che la stessa notiziola identica, scritta con le identiche parole, quand’è sul Ponte è cattiveria distruttrice, quand’è in bocca nostra è amore appassionato per una Chiesa in cui viviamo, da cui non ci siamo mai staccati neppure in prove durissime, una Chiesa che vogliamo migliore e non distrutta. E quale mai interesse se non di paradiso ci può far stare con lei dopo le figure che ci ha fatto fare? E come dunque si può sospettare i nostri atti?

Ma torniamo all’educazione dei vescovi. Dopo la critica la miglior forma di educazione che possiamo dar loro è di informarli. Le informazioni a un vescovo da dove credi che arrivino? Credi che abbia un apposito servizio di telescriventi che lo colleghi col Vaticano e in Vaticano a sua volta col mondo intero? Non l’ha. Oppure credi che abbia un filo di comunicazione diretta con lo Spirito Santo? Non l’ha neanche il Papa. Lo Spirito lo assiste, ma non lo informa. Te lo immagini lo Spirito in concorrenza con l’ANSA?

I fatti dunque di cronaca e di storia il vescovo li sente raccontare, li legge sui giornali, li ascolta alla radio. Creature sono, creature fallibili, spesso creature maliziose quelle che giorno per giorno hanno l’onore di formare il pensiero del vescovo. Che orrore! E noi bisogna star zitti? Perché noi zitti? Son più bellini quegli altri? Per rispetto anche questo? E che rispetto è mai questo di vedere il nostro padre ingannato ogni giorno, menato per il naso dai padroni della stampa e del mondo e star lì in umile silenzio a lasciar fare?

Quando si sente il cardinal Ruffini lodare il regime spagnolo, verrebbe voglia di dirgli che un dittatore sanguinario o un governante incapace fa più male alla Chiesa quando la protegge che quando la combatte. Ma invece non ci deve essere bisogno di dire queste cose al cardinale. I princìpi li sa, il Vangelo lo conosce. Non è di idee giuste che occorre rifornirlo. Le avrebbe inventate da sé senza che nessuno gliele avesse suggerite se solo avesse visto certi fatti. Oppure se li avesse saputi con tanta precisione e insistenza da esser come se li avesse visti. Di fronte al bisogno ogni uomo diventa inventore come Robinson nell’isola. E il bisogno di una soluzione ideologica soddisfacente lo crea il cuore quando ha visto la sofferenza.

Un cardinale (fino a prova contraria) lo presumi in buona fede, onesto, buono e inorridito del sangue. Se la sua mente non cerca quali siano gli errori di fondo del regime spagnolo è segno che i suoi occhi non erano presenti a qualcuno di quei fatti disumani che visti da vicino bastano a schierare un cuore per sempre. Nell’austero silenzio della biblioteca di un convento domenicano dove non entra né pianto di spose né allegria di bambini, si può ben disquisire sulla liceità della pena di morte, sui diritti del principe e sulla preminenza del bene comune. Ma nel cortile di un carcere spagnolo quando il forte il vincitore uccide il debole il vinto, quando solo a guardarla in viso la vittima si rivela non un comune delinquente, ma creatura alta che ha preposto il bene del suo prossimo al proprio tornaconto. Oppure fuori dei cancelli dove l’urlio di madri, spose, figlioli trasforma anche il comune delinquente in figlio, marito, babbo, in qualche cosa cioè che vorremmo far vivere e non morire, allora le conclusioni di biblioteca si vorrebbe tornassero in altro modo, allora si ritorna sui testi con un altro desiderio in cuore e nel giro di un’ora il meccanismo dei sillogismi ha bell’e sfornato la soluzione giusta.

Questo saprebbe fare anzi correrebbe a fare anche il cardinal Ruffini, ne son sicuro. Ma il cardinale, nel cortile del carcere di Barcellona nel giorno del Congresso Eucaristico non c’era. E non c’era neanche l’inviato speciale del muro di carta che lo circonda. L’inviato era pochi passi più in là in quella stessa Barcellona in quello stesso giorno. Era a fotografare il generale Franco genuflesso su un faldistorio di velluto rosso dinanzi a centomila fedeli sudditi, mentre leggeva la consacrazione della Spagna al Sacro Cuore. Il generale Franco non ha ascoltato neanche il telegramma del Papa per gli undici sindacalisti di Barcellona e li ha uccisi a sfida nel giorno stesso del Congresso.

Sono abbonato al ‘Giornale del Mattino’. Sono abbonato anche a un settimanale cattolico francese. Se non avessi avuto il secondo non mi sarei mai accorto sul primo di quel che fa la polizia francese. Non che la notizia non ci fosse, ma era riportata di rado e non in vista, e in forma dubitativa e senza particolari. Quanto basta per non accorgersene. Oppure accorgersene ma non dargli il suo posto. Accorgersene ma non schierarsi. Sul giornale cattolico francese la stessa notizia è martellata a tutta pagina e spesso si sente anche la testimonianza diretta dei torturati. E non solo le cose dolorose, ma anche quelle volgari: “Enculer il torturato, pisciargli in faccia, fargli assaggiare la merde francaise, passargli l’alta tensione pei coglioni etc” (Temoignage Chretien 26.6.59 pag.3 e pag.5).

Quattro frasi che non leggeremo mai su un giornale cattolico italiano. C’è chi se ne rallegra perché le trova sconce. Io invece sento una gran tristezza nell’appartenere a una Chiesa sui cui giornali le cose non hanno mai un nome.

Il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo, chi non lo dice ma non persegue i polizziotti che si macchiano di queste atrocità e persegue invece il libro che testimonia queste cose (La Gangrene, Editions de Minuit 1959) viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso. Il presidente Leone ha rimproverato un deputato: “Non mi sembra opportuno dir male di uno Stato proprio quando il suo capo si trova in questa stessa citta’” (seduta del 25.6.59). E a me invece non sembra opportuno stringere la mano a De Gaulle senza avergli detto queste cose in faccia. Avrei paura che il figlio di un torturato vedesse sui giornali la mia fotografia accanto a De Gaulle magari nell’atto di stringergli la mano col sorriso ebete e beato delle fotografie ufficiali. Avrei il terrore che egli si stampasse il mio viso negli occhi per riconoscermi il giorno in cui per caso mi vedesse sul pulpito in una chiesa missionaria d’Africa.

Il galateo dei giornali cattolici italiani in un articolo come questo toglierebbe i nomi di cardinali e vescovi, toglierebbe i dati esatti del treno Roma-Ancona, toglierebbe i particolari sulla tortura parigina, toglierebbe tutto ciò che convince e si imprime. E ci defrauderebbe anche della frase di quel mussulmano torturato: «Avevo sentito dire che quel genere di tortura rende impotenti e il pensiero che avevo gia’ un bambino mi riconfortava».

Che irresistibile moto di solidarietà nasce quando s’è letto queste parole! Che uomo grande è quello! Che grande civiltà e che civiltà spirituale deve avere dietro di sé per poter esprimere questo pensiero durante la tortura invece che i pensieri di odio. E come questa civiltà non avrà diritto a autogovernarsi? E come son piccini quegli altri. Piccoli e volgari oltre che feroci. E che terrore che essi siano non l’eccezione casuale, ma il segno di una società in disfacimento. E come fa paura il pensiero che essi non sono soli dato che il governo “cattolico” si rifiuta di indagare, dato che ha anzi espressamente abolito nella nuova Costituzione il limite di tempo entro il quale la polizia deve consegnare un prigioniero al magistrato. Il cuore si schiera irresistibilmente.

Ecco cosa puo’ fare la stampa con il solo scegliere le cose da raccontare oppure col solo modo di raccontarle. E bada che non si tratta di uno schierarsi sentimentale che debba per forza concretarsi in uno schieramento politico con l’Algeria contro la Francia,.Non e’ trovare subito una soluzione o ignorare alcune ragioni che possono avere anche i francesi in Algeria. È solo un aver presente al cuore la realtà nella sua interezza e concretezza. Questa è l’anticamera necessaria di uno schieramento razionale ed onesto. Ed è questo che i nostri giornali defraudano a noi e al nostro vescovo. E il danno è immenso perché la maggior parte di noi (vescovi compresi) siamo abituati come le donne a ragionare più col cuore che col cervello. E le informazioni vanno sì alla memoria, ma passando per il cuore, e passando lo formano se sono equilibrate, lo deformano se sono unilaterali, in mille modi che la mente non sa più controllare. Passano e ripassano per il canale del cuore del cardinal Ruffini le informazioni sulle torture ungheresi e il cuore batte. Il cuore del cardinale è generoso, batte e si allarga da quella parte. Perfino uno scomunicatissimo capo comunista (Nagy, Beria ecc.) a un teleordine dell’United Press diventa a un tratto acceleratore di battiti di cuore episcopale. E le notizie di Partigi e di Barcellona non passano. Oppure le une passano con particolari che scuotono, le altre passano in volo senza fermarsi.

E se invece di Barcellona e Parigi avessi pescato esempi in campo sindacale italiano, quanto poco mi ci sarebbe voluto a dimostrare che i giornali cattolici ignorano quel mondo e lo relegano nell’ultimo cantuccio o addirittura ne sfalzano maliziosamente i valori? Un volgare matrimonio di principi ha avuto tutta pagina per settimane (e senza critiche), erano le stesse settimane in cui i giornali cattolici ignoravano la gravità delle vertenze che erano accese in quel momento o peggio si univano incoscienti al coro della stampa “indipendente” per mettere in evidenza solo qualche disagio contingente che quegli scioperi provocavano invece di studiarne la sostanza. Sostanza di gran peso se aveva posto in agitazione due milioni di lavoratori italiani apparteneti a tutte le organizzazioni sindacali con la CISL in testa. Il fatto che due milioni di lavoratrori (cattolici compresi e non ultimi) hanno sacrificato generosamente settimane di salari e rischiato e subito rappresaglie per avere esercitato un loro preciso diritto costituzionale non è fatto talmente serio da meritare la prima pagina nel giornale cattolico e quindi nel cuore del vescovo? Ma non l’ha avuta e se il vescovo non va a cercarla apposta relegata nel cantuccio sindacale non trova la documentata risposta di Storti alle banali accuse della grande stampa contro la CISL.

Gli succede quello che è successo a Barcellona e Parigi.

Per le notizie di lontano spesso siamo stati ingannati anche noi come lui. Per le notizie di vicino (per es. queste ultime) spesso, troppo spesso, s’è visto ciò che lui non poteva vedere e siamo stati zitti. E ora è colpa nostra se il cuore del nostro vescovo è guidato coi fili dai giornalisti. Dai giornalisti il cui cuore è guidato a sua volta da chi? Lo sappiamo purtroppo e vien fatto di rabbrividire. È una catena di responsabilita’ “irresponsabili”, che aggroviglia tutto, e disonora in conclusione noi, la nostra gerarchia, la nostra Chiesa. E poi c’è la figura patetica di quell’uomo prigioniero dell’informazione reticente e dell’ossequio vile. E fa pietà non solo per i cristiani e per i lontani che egli ha ingiustamente disorientato, ma anche per lui stesso.

Un prigioniero bisogna aiutarlo e liberarlo, e tanto più quando è prigioniero il nostro padre. Se non gli sbraneremo il muro di carta e non gli dissolveremo il muro di incenso Dio non ne chiederà conto a lui ma a noi. Ci toccherà rispondergli di sequestro di persona. Dopo tutto quel che abbiamo patito in questo mondo ci ritroveremo nell’altro becchi e bastonati.

(Lettera “A Nicola Pistelli direttore di ‘Politica’ – Firenza. Scritta a Barbiana l’8 agosto 1959)

Forse dovremmo, come suggerisce don Milani, prenderci a cuore la figura di qualche vescovo (credo anche di qualche politico o in genere di qualche persona di potere). Dovremmo dargli qualche simbolico scapaccione, di quelli che fanno tornare il senso delle cose, di quelli che restituiscono equilibrio. Dovremmo esser li a ricordar loro quando cagano fuori dal vaso. Invece troppo spesso ci facciamo intimorire dal ruolo, dalle possibili ripercossioni e lasciamo che chi dovrebbe vedere non veda. Fino a che punto allora possiamo indignarci dei nostri vescovi, dei nostri politici, dei nostri “capi”? Fino a che punto possiamo far finta di non c’entrare? Anche questo credo abbia a che fare con l’essere generazionevaselina, con l’omissione, con il tacere. Credo anche che tutto ciò c’entri molto con la nostra personale dignità.

Molti sanno dove lavoro. Spesso al lavoro mi chiedo dove sta la mia dignità!

Per chi volesse farsi una cultura su certe uscite “da bambini” si sfogli questo sito www.pontifex.roma.it.

(1) Dico purtroppo, perché, trovo che si sia troppo indulgenti nei loro confronti. Chi sceglie di farsi prete, monaco, frate, suora, consacrato, certamente si impegna a condurre una vita che si richiama ad ideali ammirevoli, ma il fatto di averla scelta una volta non significa che la si sappia scegliere di nuovo tutti i giorni.

(2) Il riferimento è al regime Franchista della Spagna di quegli anni, e alle lodi che ne cantava il cardinale Ruffini in una intervista rilasciata alla “Stampa” di Torino il 22 maggio 1959. Il cardinale, che era appena rientrato dal Congresso Eucaristico di Barcellona. aveva detto fra l’altro: «Voi giornalisti parlate pochissimo della Spagna, direi che vogliate ignorarla di proposito. Eppure averla amica potrebbe esserci di validissimo aiuto contro il comunismo… Durante il viaggio in Spagna ho chiesto di essere presentato al generale Franco per ringraziarlo di quanto ha fatto…»

(3) Il vescovo di Prato mons. Fiordelli fu condannato dal Tribunale di Firenze  a 40000 lire di multa per diffamazione nei confronti di due coniugi pratesi da lui definiti “pubblici concubini” perché si erano sposati con il solo rito civile. Per protesta contro la sentenza l’arcivescovo di Bologna card. Lercaro ordinò un mese di lutto nella sua diocesi.

Dalla parte di chi?

9 gennaio 2010 Davide Nessun commento

In questi mesi mi sono più volte interrogato – ed in alcuni post la cosa è probabilmente emersa – su cosa spinga gli italiani a preferire la destra alla sinistra, su cosa vogliano dire oggi questi due termini, su cosa significhi essere di destra o di sinistra in Italia. La parola partito deriva il suo significato dalla radice “parte”. Esso indica cioè la presunzione di rappresentare una parte, di stare da una parte piottosto che da un’altra. Da che parte sta oggi la sinistra? E la destra? Da che parte il PD? E il PDL o la Lega e l’UDC? Difficile dirlo. Credo che a molti italiani farebbe piacere avere dei partiti che stanno “dalla parte di-” come vorrebbe la “P” che spesso caratterizza le loro sigle. Invece si tratta di organizzazioni di potere volte a prendere voti ovunque e da chiunque, senza prender le parti di nessuno. A vedere da che parte sta il PD e in genere la sinistra italiana può aiutarci un testo che vi propongo di seguito. Per la destra non lo so, non sono neppure sicuro che esista la destra in Italia dopo vent’anni di berlusconismo.

«Così provo ad immaginare che cosa, nella lunghissima e tormentata disputa sulla linea di confine fra socialismo e comunismo, tenesse separate le due identità. Ancora fino agli anni Ottanta, c’erano infatti tre regole auree che spiegavano queste differenze.

La prima. Tutti i  comunisti, da Ingrao a Napolitano, hanno condiviso un’idea della storia: la rivoluzione d’Ottobre, con tutti i suoi limiti, ben chiari dagli anni Trenta ad oggi, doveva essere considerata in ogni caso l’evento che rompe il dominio dei vecchi poteri sul mondo, un punto di ripartenza dell’idea di liberazione nella storia del secolo, la condizione necessaria per rompere il dominio del colonialismo nel terzo mondo.

La seconda. Tutti i comunisti, da Ingrao a Napolitano, da quelli di sinistra a quelli di destra, dai proletari agli ultraborghesi, avevano fatto una scelta di classe: la ragione sociale che il partito difendeva non era quella delle aristocrazie dominanti.

La terza. Tutti i comunisti, da Ingrao a Napolitano, dai plebeisti ai più aristocratici, avevano scelto la “causa degli ultimi”. Non il tradizionale (e spesso nobile) pietismo che i cattolici avevano costruito nei secoli per gli ultimi, e nemmeno il compassionevole sentimento di assistenza che la cultura liberale aveva loro riservato a partire dall’Ottocento. Non era l’idea che gli ultimi avrebbero potuto diventare i primi, magari in uno scenario ultraterreno. Era l’idea che gli ultimi avrebbero dovuto essere i primi. Che gli ultimi erano addirittura meglio dei primi, che il mondo nuovo avrebbe ribaltato la piramide sociale, e che avrebbe funzionato meglio. Brecht scriveva:

“Anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia fa la voce roca.
Ma noi, che avremmo voluto approntare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.”
.

Diceva Berlinguer: “Noi siamo convinti che questo mondo, anche questo terribile e intricato mondo di oggi, possa essere letto, interpretato, messo al servizio dell’uomo e del suo benessere. La lotta per questo obiettivo, è un obiettivo che può riempire degnamente una vita”. Da quanto tempo i leader della sinistra non riescono ad adombrare l’afflato di questa speranza, nei loro farraginosi e politicistici formulari? La scrittrice Clara Sereni,  comunista e figlia di un prestigioso dirigente del PCI, ha addirittura coniato una bella parola, “ultimismo”, per descrivere in modo esatto questa passione radicale e ideologica.

Diventato segretario dei DS qualche anno fa, invece, Piero Fassino si fece scappare una frase a suo avviso spiritpsa, e a mio parere rivelatrice: “Guardate che il PCI non stava mica con gli sfigati!” Ecco, in quella parola, che nessun comunista avrebbe mai potuto pronunciare – gli sfigati – c’è tutto il senso di un terremoto culturale e di una vistosa perdita di lucidità. Declassare gli ultimi, per farli ritornare dei poveretti, cancellarli dalla prospettiva delle proprie battaglie, non ha nobilitato le sinistre postcomuniste, ma le ha come svuotate di senso. Le ha riportate indietro nel tempo, le ha poste su un piano più arretrato di quello della narrativa dickenseiana o deamicisiana. Le ha disancorate dalla loro ragione sociale, esposte alla concorrenza micidiale dei populismi di destra; le ha appiattite sullo stereotipo venefico della cultura radical-chic, quello che rende i democratici di oggi odiosi e invotabili, agli occhi di grandi strati popolari. Li ha esposti al virus da cui quella geniale invenzione che fu la lotta di classe sembrava averli vaccinati. Eppure nel mondo di oggi le barriere di classe sono tornate a sollevarsi, altissime, all’interno e al di fuori degli antichi recinti. Gli ultimi da riscattare, invece che ridursi, si sono moltiplicati: neopoveri, extracomunitari, lavoratori esclusi dalle posizioni di sicurezza sociale conquistate in generazioni di battaglie. Sarebbe facile che la sinistra quando parla di sfigati diventi sfigata. Di sicuro, senza gli ultimi, malgrado l’euforia presuntuosa dei suoi leader, non va da nessuna parte».

Qualcuno era comunista, Luca Telese, Sperling & Kupfer, 2009.

Rotatoria

26 dicembre 2009 Davide Nessun commento

Negli ultimi tempi mi sono trovato a girare per il Veneto e per i suoi paesini un po’ più di frequente. Nel farlo mi sono portato appresso un navigatore satellitare nuovo e aggiornato.

Nessuno si stupirà nel leggere che ho attraversato centinaia di rotatorie e che decine di queste non erano ancora nelle mappe del navigatore. A stupirmi non è stato il fatto che ce ne fossero tante (da tempo sono divenute una presenza abituale), ma il fatto che ce ne fossero di continuamente nuove. Forse che ogni incrocio che conosciamo, un giorno diverrà una rotatoria? Sta di fatto che le rotatorie fioriscono come funghi.

Ma passiamo alle metafore. Di cosa è metafora la rotatoria?

La prima volta che ho sentito parlare di rotatoria come simbolo del nostro tempo è stato alcuni anni fa. Ad usarla fu un professore di Padova, psichiatra, in occasione della presentazione di un libro sui suicidi a Rovigo. Non so essere più preciso, dato che vado a memoria, né ricordo il contesto specifico in cui stava ciò che il professore disse, ma ricordo le esatte parole: «le rotatorie sono la meridionalizzazione del nord!». La metafora era calzante anche se di sapore veteroleghista. Il professore sosteneva che stiamo prendendo l’abitudine a non avere più regole e a farci ognuno le proprie. Come nelle rotatorie, che sono la versione nordica degli incroci di Napoli. La rotatoria è il luogo dove la non regola è diventata regola; passa il più scaltro, il più veloce, il più furbo… per legge.

Qualche settimana fa, scrivendo il post Il bivio, cercavo sul web una immagine che facesse da contorno allo scritto. Mentre navigavo mi sono chiesto se anziché un bivio non fosse stato meglio mettere l’immagine di una rotatoria. Perché? Credo che la rotatoria possa essere metafora anche di quel che oggi è la politica italiana, o meglio di come si è evoluta la proposta politica italiana. Un tempo, come sulle strade, arrivavi ad un bivio e dovevi scegliere con chi stare, che parte (1) prendere. C’erano strade principali, con precedenza sulle altre; c’erano semafori ai quali fermarsi; c’era il tempo in cui attraversavi tu e il tempo in cui a passare erano gli altri. Una inversione a U era una manovra azzardata, specie su una strada principale. Poi sono arrivate le rotatorie. Perché? Perché snelliscono il traffico, lo rendono più scorrevole, ti danno gli incentivi… Anche l’impegno politico è divenuto una grande rotatoria. Arrivi nei pressi di questa grande rotonda e non sai bene quale uscita sia la tua; sai che intanto entri, perché il primo obiettivo è quello, poi si vedrà. E così nella gara degli sguardi, delle accelerate e frenate repentine, qualcuno riesce a farsi largo, ad entrare. Quando sei dentro poi inizi a girare, girare, e rigirare. Qualcuno prova anche ad uscire, ma non si sa bene se abbia preso la strada giusta, dato che ci sono ancora i vecchi cartelli, quelli di quando c’era il  semaforo. I nuovi, con le indicazioni delle uscite, non sono ancora stati installati. La rotatoria è stata costruita in fretta e furia… c’era bisogno di far presto, non si può fermare il traffico.

Oggi le rotatorie sembrano essere divenute la soluzione al dilemma di ogni incrocio. Che sia proprio così?

(1) La parola partito è composta proprio dalla radice “parte”.

Buone feste a te e ai tuoi cari

24 dicembre 2009 Davide Nessun commento

In occasione delle festività natalizie, il team di generazionevaselia.it desidera farvi giungere i più sentiti auguri per un felice Natale e un prosperoso 2010.

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Dizionario del cittadino: “tolleranza”

19 dicembre 2009 Davide Nessun commento

La tolleranza è la predisposizione civica a convivere armoniosamente insieme a persone di credo diverso o pensiero opposto al nostro, nonché con abitudini sociali o costumi che non condividiamo. La tolleranza non è mera indifferenza, ma comporta spesso anche sopportare ciò che non ci piace: naturalmente, essere tolleranti non impedisce di formulare critiche ragionate, né obbliga a tacitare il nostro modo di pensare per non «ferire» coloro che la pensano diversamente. La tolleranza è bidirezionale: in altre parole, il prezzo che si paga a non vietare o impedire il comportamento del prossimo prevede, come contropartita, che questi si rassegni alle obiezioni o alle burle di chi ha preferenze diverse. Ovviamente, in molti casi la cortesia suggerisce la moderazione, ma è una scelta volontaria, non un obbligo di legge. Essere tolleranti non richiede di essere universalmente acquiescenti… Inoltre, ciò che si deve rispettare sono sempre le persone, non le loro opinioni o i loro comportamenti.

E naturale che la tolleranza richieda un contesto istituzionale condiviso che deve essere rispettato da tutti: chi lo nega o lo ostacola, sta negando anche il proprio diritto ad essere tollerato. Uno dei pilastri della tolleranza è limitare ciò che la compromette – cioè denunciare sia l’intolleranza che l’intollerabile – e lottare democraticamente contro di esso. Lo scrittore svedese Lars Gustafsson ha ben sintetizzato il concetto: «la tolleranza dell’intolleranza produce intolleranza». E d’altro canto, anche godere dei vantaggi della  tolleranza pubblica impone a ciascuno di rinunciare a esercitare forme di intolleranza privata. L’eccesso di suscettibilità di certi gruppi organizzati in vere e proprie lobbies è una nuova forma di intolleranza in nome di una «tolleranza» che non ammette critiche, per esempio, quando trasformano in «fobie» (islamofobia, cristianofobia, omofobia, catalanofobia e via dicendo), ovvero in una specie di malattia, qualunque commento di disapprovazione rivolto a loro. Decretare che chi non è d’accordo è una specie di malato sociale è una delle pratiche totalitarie più antiche.

Essere tolleranti non significa essere deboli, ma, al contrario, abbastanza forti e abbastanza sicuri delle proprie scelte per convivere senza scandali né timori con la diversità, purché questa rispetti la legge. Ciò che è veramente l’opposto della tolleranza è il fanatismo, spesso tipico non già dei più convinti, ma di coloro che pretendono di far tacere i propri dubbi imbavagliando e ammanettando gli altri. Come disse bene Nietzsche, «il fanatismo è l’unica forza di volontà di cui sono capaci i deboli». Il generale, le società più intolleranti sono quelle che si sgretolano più facilmente non appena, al loro interno, si autorizza l’espressione della dissidenza, che rompe con l’uniformità precostituita.

Ignoranti gerontologici o assoluti imbecilli?

17 dicembre 2009 Davide 3 commenti

Sono stato tentato e ritentato di scrivere qualcosa su ciò che è avvenuto domenica scorsa al Presidente del Consiglio. Avrei voluto dire che chi semina vento raccoglie tempesta, che sia a destra che a sinistra non si fa che scialacquare la nostra democrazia.

Sono indignato da quel che ha detto l’On. Fabrizio Cicchitto; cioè del fatto che ad “armare la mano” (1) del mitomane sarebbero state testate come Repubblica, di cui sono stato lettore e finanziatore per anni, o come Il Fatto, di cui sono attualmente abbonato. Insomma, per il capogruppo alla Camera del Pdl è probabile che io, come centinaia di italiani che acquistano il giornale a cui danno più credito, e quindi ne sono in parte i finanziatori, siamo i mandanti occulti del “vile attentato”.

In questi giorni ho sentito amici di destra e di sinistra accusare la controparte di essere la principale causa di questo clima e contemporaneamente ammettere che anche la propria aveva esagerato. Ne ho dedotto che nel gioco del ‘chi ha iniziato per primo’ non vince nessuno. Per questo preferisco non giocarci (i giochi senza fine non mi appassionano).

Berlusconi o lo si ammira o lo si disprezza. Non c’è via di mezzo, e su questa cosa, credo di poterlo dire a ragione, egli ha costruito la sua figura di leader indiscusso del centrodestra. Non si è mai posto come il mediatore, ma come l’oggetto del contendere. Sia a destra che a sinistra, tutto da 15 anni gira attorno a lui e alla sua figura. E ripeto, su questa immagine, corrispondente o meno alla realtà della sua persona, Berlusconi è l’ombelico della politica italiana. La sua figura divide in due l’Italia, e una delle due parti, anche se con diversi gradi di intensità, lo disprezza.

Io questa non la definisco una “campagna d’odio”, ma la realtà di un paese diviso e mantenuto intenzionalmente tale, perché da entrambe le parti politiche c’era da guadagnarci. Non ne faccio una tragedia, perché Berlusconi era già stato fatto oggetto del lancio di un treppiedi, Bush di un paio di scarpe, e soprattutto perché ognuno di noi ha imparato da anni a riconoscere i volti degli uomini della sua scorta. Il presidente del Consiglio Italiano, come altre cariche dello Stato girano scortate, perché? Ovvio! Ciò non significa che debba accadere qualcosa, ma che va messo in conto. Dato che era già successo, dato che io un anno fa, solo perché impugnavo una reflex, ero entrato ad una conferenza stampa di cui lui era l’ospite senza alcuna perquisizione e senza che qualcuno mi chiedesse chi ero, e trovandomici a un metro, la domanda che tutti ci dovremmo porre è: «perché, quando è ovvio che un Presidente del Consiglio è facilmente vittima di azioni e atti mitomani, non viene adeguatamente protetto?»

E invece, di fronte ad una cosa di una tale gravità – e non mi riferisco al gesto, ma al fatto che è stato possibile – si discute sui mandanti, sui colpevoli di un clima, su chi ha “armato la mano”… e non sul fatto che chiunque può avvicinarsi al Primo Ministro. E questo ha anche a che fare con le escort e con tutto ciò che gira attorno al Berlusconi, e su cui ci si dovrebbe interrogare.

È come se io andassi alla Casa Bianca, suonassi il campanello, venisse ad aprirmi Obama e io gli tirassi uno schiaffo ben assestato, perché non sono d’accordo con il suo Nobel per la pace. Secondo voi chi andrebbe sotto accusa? L’apparato di sicurezza del Presidente, o l’Accademia Reale di Stoccolma?

In Italia sotto accusa sono alcuni gruppi editoriali, alcuni giornalisti, alcuni politici, alcuni comici, insomma chi avrebbe creato il clima. Il rapimento e l’assassinio dell’On. Aldo Moro sono stati certamente fatti più gravi e avvenuti in un clima e in un periodo ben più cupo e tetro del nostro, ma nessuno al tempo si sognò di chiamare in causa né il PCI, né gli italiani che non potevano sopportare il Presidente della Democrazia Cristiana (ed erano tanti), né Carl Marx per aver scritto Il Capitale.

Invece oggi si chiede la chiusura di certi siti, l’oscuramento delle pagine di facebook, di twitter, youtube e qualunque altra cosa ospiti il non consono, il non gradito, il non accettabile. E a paventare queste minacce tramite decreto è proprio il Ministro che di sicurezza si dovrebbe occupare. Siamo in presenza di persone che hanno perso il lume della ragione e fanno i ministri o i parlamentari.

Esagero? No. Perché chiudere internet per quello che la gente ci scrive su è come abbattere il palazzo, il monumento, il ponte, per risolvere il problema degli incivili che fanno le scritte sui muri. È da assoluti imbecilli!

(1) Vedi: Corriere della Sera, Avvenire, La Repubblica, Il Fatto.
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Il bivio

12 dicembre 2009 Davide Nessun commento

Da un po’ provavo a mettere su “carta” una ragionata spiegazione della mia disaffezione, non alla politica, ma ai partiti italiani. Qualche giorno fa, sollecitato ancora una volta sul tema da una giovane amica le ho risposto, e ne è uscita questa missiva che vi riporto integralmente.

La tua è una bella domanda… È da un po’ che mi accingo a scrivere un post su www.generazionevaselina.it che parla proprio di questo, ma l’articolo non esce. Inizio a scriverlo, ma poi non lo finisco mai. Non so ben dirti cosa sia: se la mancanza di chiarezza, se l’incapacità di esprimere quel che penso.
Ora provo a spiegarlo a te, ma non prometto di riuscirci.
Tutto nasce dal fatto che sono sempre più persuaso della mancanza di una identità chiara nei partiti. Con identità non intendo parole come “destra”, “sinistra”, “fascisti”, “comunisti”, “ordine e disciplina”, “padania” e tutto quel che vuoi. Intendo che in nessun partito so identificare un barlume di indirizzo, di prospettiva lungimirante, qualcosa che mi faccia intuire dove vogliono andare. Sai bene come la strada che un uomo sceglie di percorrere dice molto sia delle sue aspirazioni, che della sua persona.
Per farti un esempio: un tempo il Partito Comunista Italiano veicolava, al di là di tutte le possibili scempiaggini, l’idea che si potesse realizzare un mondo più giusto; il modo in cui esso perseguiva questo suo ideale ci parlava sia del fine che perseguiva, sia di chi il PCI era.
Oggi nel PD non c’è nulla di ciò. Si parla di tutto e del contrario di tutto. Il PDL? Tanto peggio. Nel PD la parola “democratico” dice della apertura indiscriminata, ma che diviene indefinita, ad ogni prospettiva; nel PDL la parola “Libertà” significa la possibilità di parlare di qualunque tema, ma senza affrontarne alcuno. Prova ne è il fatto che sostanzialmente il dibattito politico degli anni di governo di Berlusconi è stato incentrato esclusivamente sui suoi problemi. Ciò non accade solo perché Berlusconi ne è capo e demiurgo, ma perché effettivamente non hanno una idea organica di come affrontare alcuno dei nostri problemi, per risolvere i quali si sono candidati. E non credere che nel PD le cose siano diverse. Non hanno un progetto, una idea, una prospettiva. Cambiano opinione praticamente dalla mattina alla sera al solo scopo di esistere. Sono delle macchine da voto, dei catalizzatori di consenso, ma di identità, di idee, di prospettive, di futuro…nulla! Sondano le nostre opinioni per poi provare a dirci che quel che in quel momento ci sembra utile è sempre stato il loro particolare (vedi la Lega e le questioni immigrazione e sicurezza). L’unica cosa che distingue PDL e, come ironicamente dice Grillo, il PD meno L, è che almeno nel PDL a vender fumo sono bravi.
Stante in questi termini la mia visione dei partiti (ha parlato di due principali, ma gli altri non li ritengo diversi), capisci come non posso che rinunciare al credere nei partiti che oggi ci sono.
Io voglio fare politica, perché so che con essa posso dare significato alla mia esistenza e potrò un giorno provare a rileggerla secondo un senso. Voglio fare politica, perché so che non farla è da idioti. Voglio fare politica perché può essere l’espressione più alta dell’esperienza umana, che è esperienza di comunione, di socialità, di reciprocità, di servizio e di ricerca della verità; te lo dico anche con le parole di papa Paolo VI: “Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità. La politica è una maniera esigente – ma non è la sola – di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri” (cfr. Octogesima adveninens, n. 46)  o come molti hanno tradotto questa espressione: la politica è la più alta forma di carità.
Ciò che conta è quindi iniziare a farla, non importa con chi. Mi piacerebbe avesse importanza il ‘con chi’; vorrei poter scegliere, ma la scelta richiede che esistano almeno due alternative. Nel caso italiano esistono due facce della stessa medaglia, ma la moneta che ti ritrovi in mano è la medesima. Se così è, e purtroppo ne sono convinto, ciò che resta da fare è entrarci e portarvi, per quando difficile e per quando indefinita possa apparire la cosa, una visione di futuro, di prospettiva, una identità. Se ho ragione, sarà facile riempire di senso dei meccanismi che sono solo contenitori vuoti; se mi sbaglio, tanto meglio, significherebbe che invece abbiamo dei veri partiti.

Davide

Multiculturalismo non è pluralismo

12 dicembre 2009 Davide Nessun commento

La teoria in voga è che il multiculturalismo è la prosecuzione, l’ampliamento e il superamento del pluralismo. Niente di più falso. Andrò infatti a sostenere che il multiculturalismo è la negazione e il rovesciamento del pluralismo.

Si è già visto come il pluralismo trovi le sue origini nella tolleranza, un principio che si fonda su tre criteri. Primo: rifiuto di ogni dogma e verità unica. Io devo sempre argomentare, dare ragioni per sostenere quel che sostengo. Secondo: rispetto del così detto harm principle. Harm vuol dire «farmi male», «farmi danno». Il principio è allora che la tolleranza non comporta e non deve accettare che un altro mi danneggi. E viceversa, s’intende. Terzo: il criterio della reciprocità: Se io concedo a te, tu devi concedere a me: do ut des. Se non c’è reciprocità, allora non c’è tolleranza.

Da questi tre principi discende che così come la tolleranza è il rifiuto di ogni dogma, il pluralismo è, correlativamente, rifiuto di ogni potere monocratico e uniformante.

La città antica temeva il dissenso. La città moderna, invece, pregia il dissenso e, nel pregiarlo, lo civilizza, lo moderna, lo trasforma in un lievito beneficio o anche in una discordia che si trasforma, alla fine, in accordo o concordia. Concordia discors. La «buona città» del pluralismo punta, allora, su una diversità che produce integrazione, non disintegrazione.

Il multiculturalismo batte la via opposta. Invece di promuovere una «diversità integrata», propone l’identità «separata» di ogni gruppo e spesso la crea, la inventa, la fomenta. Il risultato è una società a compartimenti stagni e anche ostili, i cui gruppi sono molto identificati in se stessi, e quindi non hanno né desiderio né capacità di integrazione. Come dicevo, il multicultoralismo non supera il pluralismo, lo distrugge.

(Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori – 2008)

Dizionario del cittadino: “terrorismo”

5 dicembre 2009 Davide Nessun commento

Il terrorismo è un fenomeno antico (forse inventato dai veneziani del Rinascimento, che erano capaci di affidare a un sicario il compito di liquidare pericolosi concorrenti commerciali, mandandolo in luoghi allora assai remoti come l’Olanda). Tuttavia oggi ha acquisito uno spessore e una pericolosità inauditi. Il metodo del terrorismo consiste nell’attaccare i cittadini privatamente, senza dichiarare guerra alla nazione o dover rendere conto ad autorità internazionali – con l’obiettivo di intimidire la popolazione e imporre cambiamenti nel suo orientamento politico, economico, religioso e sociale. Insisto su questo punto: il terrorismo è un metodo per costringere e punire la cittadinanza, non un’ideologia. Il terrorismo può essere al servizio delle cause più diverse, di destra e di sinistra, religiose o laiche… Insomma, non si tratta di un modo di pensare, ma di un modo di agire. Per questo è inutile e ridicolo combatterlo come se fosse una ideologia unica, omogenea, localizzata in un determinato territorio (1).

I terroristi hanno in comune la pratica di prendere in ostaggio i cittadini, giustiziarli individualmente o in modo indiscriminato, ricattando così il resto della comunità. Ogni terrorismo comporta un ricatto:dammi quello che ti chiedo o attento alle conseguenze. È ovvio che talvolta le rivendicazioni sono talmente assurde o grandiose che è quasi impossibile considerarle comprensibili («convertitevi tutti all’Islam!», per esempio), ma la vocazione al ricatto è sempre presente ed è per questo che è molto importante sapere che le concessioni fatte al terrorismo non sono mai prudenti, perché non fanno che confermare il metodo, incoraggiandolo come strumento di coazione…

Il rande stratagemma dei terroristi è di nascondersi fra quella stessa popolazione civile che vogliono minacciare. Cosicché la repressione poliziesca o militare operata contro di loro, qualora non sia prudente, può causare danni a persone innocenti provocando la reazione di molti contro le stesse autorità che tentano di proteggerli, con l’incoraggiamento insidioso degli amici dei terroristi o di volenterosi imbecilli, che non mancano mai. In questo caso, il governo può essere tentato di ricorrere a a metodi illegali o persino di ricorrere ad azioni terroristiche contro il terrorismo… il che è già un primo trionfo, demoralizzante, dei criminali. D’altro canto, se l’intimidazione terroristica si prolunga nel tempo, finirà che ci saranno delle persone che inizieranno a ritenere ragionevole cedere alla sua pressione per evitare «altre vittime». La sequenza è descritta da Garcìa Màrquez nel suo reportage su un sequestro realizzato dai terroristi colombiani: alla prima bomba che scoppia, uccidono cittadini comuni, la cittadinanza indignata chiede il pugno di ferro, pena di morte per i colpevoli, o almeno l’ergastolo…; alla seconda e alla terza la gente si rivolta contro il governo, lo accusa di inettitudine e via dicendo…; alla quarta, iniziano a circolare voci che invocano il dialogo con gli assassini  che gli si conceda una volta per tutte ciò che vogliono, in modo che smettano di uccidere. In fondo, i movimento terroristici cercano di provocare una specie di guerra civile irregolare, che faccia dubitare i cittadini dei loro governanti e schieri i politici gli uni contro gli altri per motivi d’interesse. Le democrazie, con le loro garanzie giuridiche e libertà pubbliche necessarie, sono particolarmente vulnerabili a questi metodi sovversivi ed è per questo e l’unità con cui devono reagire i cittadini consapevoli è particolarmente importante.

(1) Basti ad esempio ricordare la dottrina dell’”asse del Male” proclamata dall’ex presidente degli USA J.W. Busch, dove il terrorismo veniva considerato un male mondiale da combattere, indipendentemente dalla matrice ideologica di riferimento.

Non so e non ne capisco niente.

28 novembre 2009 Davide Nessun commento

A che età si diventa adulti? A quale si diventa vecchi?

I più mi rispondono sparando cifre e riflessioni para-sociologiche che provano a riempire l’etere, quasi si avesse paura di dire: «non so e non ne capisco niente».

“Non so di cosa stai parlando, o meglio non lo so più. Un tempo mi sembrava tutto più chiaro, scontato, ovvio. Adesso non mi torna più nulla. Non so e non ne capisco niente”. Così mi si dovrebbe rispondere, credo, e invece sento parole e frasi come: “la vita si è allungata… gli anziani di oggi sono persone che ancora possono dare tanto alla società… è scorretto parlare di terza età… i bambini di oggi maturano prima… maturità corporea contrapposta a maturità sociale… l’adolescenza ha ormai una durata indefinibile, ecc”. Un coacervo, insomma, di congetture da luogo ad una congerie di spiegazioni che tendono a sorreggersi piuttosto che a contraddirsi l’una con l’altra.

Vi prego di aver pazienza, se ancora una volta, mi faccio filosofo, ma ormai, lo avrete intuito, è da me.

Penso di poter dire che fintanto la morte ha rappresentato un nemico invincibile, l’uomo ha definito di conseguenza le età della vita tarandole su questa ineluttabile certezza. Data questa misura, ogni cosa andava affrontata il prima possibile per poter essere fatta, e al meglio. Esisteva un brevissimo periodo dedicato alla formazione e alla crescita che finiva ovviamente con la pubertà, segno anche fisico del fatto che si era pronti per una discendenza e per la vita nell’età degli adulti; quello era già il momento delle scelte, delle decisioni e delle responsabilità più grandi, quali il mantenimento della prole; se era il tempo delle responsabilità nel privato, non poteva che esserlo anche nel pubblico e quindi nella politica. L’avvenuta maturità dei figli rendeva necessariamente liberi dalle responsabilità sia sul privato che di conseguenza nell’ambito pubblico. L’età dell’anziano diveniva quindi l’età dell’abdicazione del potere, della memoria e della saggezza, che non aveva quindi a che vedere con il sapere cosa fare, ma piuttosto con l’essere chi ha saputo, a suo tempo, fare.

Si potrebbe pensare che la differenza tra il passato e il presente stia semplicemente in un allungamento dell’aspettativa di vita che ha conseguentemente reso “più lunghe” le varie età. La formazione è più lunga, l’adolescenza indefinita, la maturità posticipata, la vecchiaia prorogabile. Se così fosse le cose starebbero semplicemente come un tempo; solo durerebbero a lungo. Ma non è così.

La formazione più lunga supera addirittura i limiti biologici della pubertà, fino a giungere agli estremi stessi della fertilità. Una ragazza che oggi si laurea a 25-26 anni è ormai quasi troppo vecchia (biologicamente) per avere dei figli; un ragazzo rischia di scontrarsi per la prima volta con le responsabilità della vita solo a quell’età. A 18 anni si è reputati, per legge, maturi per le responsabilità pubbliche, ma non lo si è considerati, nemmeno lontanamente, per quelle private. Perché? Forse è corretto dire che un tempo si maturava prima? Forse la vita era più facile, semplice? Forse non erano in grado di capire a cosa andavano incontro, cosa stavano facendo? Sciocchezze. Piuttosto di ripetere banalità congetturali, preferirei di gran lunga sentire ancora la semplice risposta: «non so e non ne capisco niente».

Vi propongo allora una lettura, un approccio al problema. Dicevo all’inizio della riflessione che all’origine del modo di concepire le diverse età dei nostri antenati, vi fosse una precisa idea di morte. O meglio una concezione della morte come qualcosa di ineluttabile, di improcrastinabile, di inevitabile. Non esisteva via di fuga. Essa sarebbe giunta nel momento prestabilito da sempre. La cosa più saggia e ovvia era quindi farsi trovare pronti all’appuntamento, senza rimorsi, avendo compiuto ogni cosa.

Ciò che per il nostro antenato doveva apparire come certo, a noi non appare più come tale. Per noi la morte ha assunto le sembianze di un male, di una fine ingloriosa, di un castigo, di una sorta di nemesi. È l’esito di una malattia, la vita, e che come tale va guarita, procrastinata il più possibile, va medicalizzata. Di fatto cerchiamo medicamenti per la vecchiaia come se di una malattia si trattasse; ricerchiamo rimedi per le rughe, l’artrosi, l’osteoporosi. Il vocabolario stesso la definisce: «La fase più avanzata del ciclo biologico, nella quale si manifestano vistosi fenomeni di decadimento fisico e un generale indebolimento dell’organismo» (Devoto-Oli 2008). Siamo certi che per il nostro antenato fosse la stessa cosa?

È l’approccio alla morte ad essere mutato. Se per il nostro antenato era una sorta di compagna di viaggio che un giorno si sarebbe presentata, per noi diviene una compagna indesiderata, da tenere lontana, da non incontrare mai.  Ovvio, nessuno oggi pensa di non dover morire, come non lo si pensava un tempo. Ad essere cambiato è un particolare, piccolo, ma di sostanza. Per il nostro antenato la morte è improcrastinabile, per noi lo è. Per lui la morte sarebbe stata un giorno ben preciso, per noi quel giorno può cambiare, può essere posticipato. Ciò significa che la morte, da attesa, non nel senso di desiderata, ma di aspettata, di accolta, diviene respinta, ripudiata, rifiutata, allontanata. Si è insinuata l’idea, supportata poi dal progresso della tecnica, della possibilità che un giorno essa possa essere sconfitta.

Diventa ovvio che questa prospettiva sulla morte rivoluziona la stessa visione delle età della vita. Rovescia completamente la visuale. La vecchiaia non è più il tempo della memoria, ma dell’ancora possibile. La giovinezza non è più il minimo tempo indispensabile al prepararsi all’assunzione delle proprie responsabilità, ma l’infinita formazione alla stagione dell’impegno. Essendo la vecchiaia divenuta indefinita, lascia liberi di non essere mai pronti, come di non essere mai soddisfatti, quindi eterni giovani.

Verrà mai, per noi che ancora ci facciamo chiamare giovani, il giorno in cui ci sentiremo pronti a diventare adulti? A prenderci le nostre, personali e collettive, responsabilità? Quando verrà il tempo delle decisioni irrevocabili, delle decisioni che vedono un “fine!”?