Dobbiamo difendere le nostre zanzare
Il sindaco di Cittadella e parlamentare della Lega Nord on. Massimo Bitonci ha emesso un’ordinanza per vietare i Kebab nel suo comune: «non sono alimenti che fanno parte della nostra tradizione e della nostra identità». Vietato aprire locali sia nel centro storico che nelle frazioni. (vedi articolo su Il Mattindo di Padova)
Giusto, giusto, giusto!!!
Ma questo dev’essere solo l’inizio. Bisogna vietare anche l’uso del pomodoro, frutto plurisperme dal caratteristico colore rosso. La data del suo arrivo in Europa è il 1540 quando lo spagnolo Hernán Cortés rientrò in patria e ne portò gli esemplari e basta aprire un banale ricettario per rendersi conto di come abbia invaso le cucina nostrana. E ciò deve valere anche per tutti gli altri prodotti un tempo sconosciuti come il mais, il cacao, i peperoni, le zucche, le patate e i fagioli, in uso dalle popolazioni native americane e importati dagli spagnoli. Basta. Devono essere vietati. Dobbiamo bandire il loro consumo e ci devono essere multe salate per chiunque li detenga illegalmente.
Vanno vietate la mozzarella e con essa tutte le pizzerie “La Bella Napoli” aperte da qualche meridionale in odore di camorra. Ciò deve avvenire a meno che non si scopra (1) che la pizza altro non è che una focaccia, tipico prodotto della pedemontana veneta. In tal caso il locale pizzeria dovrà mutare denominazione da “La Bella Napoli” in “La Bella Montanara”.
Ovviamente ogni sacrosanta norma volta a vietare il Kebab va estesa anche ai famigerati McDonalds, anch’essi espressione di altra cultura e rappresentanti di uno stile alimentare assolutamnte erstraneo alla nostra tradizione culinaria.
Dalla lista nera, sia ben chiaro, non deve mancare neppure l’arrogante piadina, di origine bolscevico-romaglola. Anche per la sua distribuzione non vengono garantite le più comuni norme igieniche, oltre al fatto ovvio – ma non per questo di poco conto – della sua origine subveneta.
Ma se anche riuscissimo nella nobile impresa di far sloggiare dalle nostre terre oltre al Kebab anche il pomodoro, il mais, le melanzane, la mozzarella, gli hamburger e l’odiosa piadina, non potremmo ancora dirci liberi. Il vero male, la vera invasione, il simbolo del venir meno della nostra cultura e delle nostre tradizioni è la zanzara tigre.
Questa è la bataglia di civiltà. Questo è la guerra da combattere. E noi chiediamo al Sindaco e Onorevole Massimo Bitonci di farsi paladino di questa santa crociata. La zanzara tigre va vietata e bandita dalle nostre terre.
Una volta, quando c’erano solo le zanzare nostrane si stava meglio. Il ciclo delle cose era rispettato. Ci si divideva lo spazio della giornata: a noi le ore di sole a loro la notte; nel rispetto delle più banali leggi della natura. Queste zanzare così dette “tigre”, al contrario, si fanno beffa non solo delle leggi naturali, ma anche del buon senso che le vuole insetti notturni. E poi, se è vero che anche le zanzre nostrane pungevano, va ricordato che le loro puntore facevano parte del ciclo dell’estate. Qui invece si sta mettendo in gioco la nostra stessa identità; quelle che erano le nostre tradizioni: la zanzara nelle sere d’estate è un prodotto tipico che va tutelato. Una tradizione lasciataci dai nostri padri che non va dispersa.
Ma queste nuove zanzare non hanno rispetto di niente. Delinquono aggredendo in pieno giorno donne e bambini nell’indifferenza totale delle istituzioni. Quelle che un tempo erano le pozze d’acqua stagnante dove deponevano le zanzare nostrane, ora sono diventate bassifondi albergati da queste nuove venute; e il risultato è che per le nostre zanzare non ci sono più pozzanghere e stagni dove crescere le loro larvette.
Dove andremo a finire di questo passo?
C’è solo una cosa da fare. Vietare i nostri territori alle zanzare tigre. Noi non siamo contro la biodiversità, ma bisogna rispettare la storia. Le zanzare che servono devono poter entrare, quelle che non servono restino nel loro habitat. Non dobbiamo lasciare che ci invadano. Non possiamo permettere che si prendano tutte le pozzanghere. Le pozzanghere devono andare prima alle zanzare nostrane, e poi, se ne avanzano, a quelle straniere.
Un’ultima cosa: probabilmente qualche cattocomunista ci accuserà di zanzarrismo e di tigrofobia. Ma noi non abbiamo paura di queste menzogne; perché noi stiamo in mezzo al popolo, noi ascoltiamo i bisogni e diamo risposte alla nostra gente.
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(1) Il Comune di CIttadella potrebbe farsi carico di commissionare una ricerca al fine di dimostrare l’originalità padana della pizza e smentire così il volgare pensiero che la crede nata sotto il Vesuvio.
Dal Vangelo secondo Davide
Si narra che un dì l’Inghilterra fiorì | di audaci cavalier; | il buon re morì senza eredi e così | agognaron tutti al poter. | Soltanto un prodigio poté salvar | il regno da guerre e distruzion: | fu la Spada nella Roccia che un bel di’ | laggiù comparì.
Così, come iniziava il film di animazione della Disney, potrebbe iniziare questa storia.
Si racconta che un giorno la nazione fiorisse di nobili e saggi governanti; ma uno dopo l’altro essi furon cacciati da un manipolo di sinistri che si posero a giudici e maestri e che avevano come unico scopo la presa del potere. Soltanto un prodigio potè salvare il regno da guerre e distruzioni, da un futuro incerto, soffocante, illiberale: fu un benefattore che un bel di’ laggiù comparì.
«Descendit de coeli propter nos homines» e venne ad «habitare in nobis propter nostra salutem». Era il 26 gennaio 1994 e le sue parole furono:
«l’Italia è il paese che amo».
Era la dichiarazione sovrana proveniente da uno che, se avesse voluto, avrebbe potuto continuare una vita felice in sé e per sé, oppure avrebbe potuto prescegliere altri luoghi per vivere o per discendere sulla terra. L’Italia, così, è diventata la prediletta che, in virtù di questa predilezione, dovrà ricambiare l’amore che tanto gratuitamente le è stato donato.
Poi egli proseguì:
«Ho sentito una specie di responsabilità che non poteva essere elusa e, forse esagerando, mi sono sentito nella condizione di chi, dovendo partire per un bel viaggio si è trovato improvvisamente davanti qualcuno bisognoso d’aiuto. Ecco, nonostante la prospettiva del viaggio, della vacanza programmata, non sarebbe stato possibile girare la testa dall’altra parte, si sarebbe trattato di una vera e propria omissione di soccorso. È per questo – perché ci sentiamo tutti responsabilmente chiamati a uscire dal nostro egoismo per fare quanto possiamo per il nostro Paese – che noi siamo qui, che abbiamo risposto a questa specie di chiamata alle armi. È per questo che oggi noi siamo qui, con la volontà di cominciare da qui un lungo cammino, un cammino di speranza e di fiducia nel nostro futuro. Credevo di avere finito con i traguardi e con gli obiettivi, credevo che la mia corsa fosse arrivata finalmente alla meta finale, credevo di poter fare il nonno, di leggere i libri che non ho letto, di vedere i film che non ho visto, di ascoltare le musiche che mi piacciono. Ma ecco profilarsi un pericolo grande per il nostro Paese, qualche cosa che poteva cambiare la nostra vita e soprattutto la vita delle persone a cui vogliamo bene: un futuro incerto, soffocante e illiberale. Ecco allora improvvisamente un nuovo irrinunciabile traguardo: garantire al Paese la permanenza nell’occidente, nella libertà, nella democrazia».
(Una storia Italiana)
C’è un popolo intero che ha bisogno di soccorso, che è in balia di briganti senza scrupoli. Non corrispondere a una tale chiamata sarebbe un atto di egoismo. Ci sono scettici, miscredenti e invidiosi, che non sanno apprezzare e pensano che la politica sia il luogo del potere, necessario ma pericoloso. No: è il mezzo per portare soccorso, necessario e benefico, dunque, a condizione che colui che se ne impossessa sia non il politicante, ma il benefattore. I limiti e i controlli entro i quali occorre chiudere i politicanti, che possono sempre abusare del potere, sono semplicemente assurdi impedimenti se messi addosso al benefattore, per impedirgli di bene-fare ai bisognosi di lui.
Chi potrebbe resistere a cotanto amante, a un simile seduttore? Chi potrebbe a sua volta non riamarlo? Ma se non riama? Se l’amore non è corrisposto? Se non c’è corrispondenza ad un amore così grande da comportare il sacrificio della propria vita beata, è perché qualcuno odia.
«Noi non abbiamo in mente una Italia come la loro, che sa solo proibire ed odiare. Noi abbiamo in mente un’altra Italia, onesta, orgogliosa, tenace, giusta, serena, prospera, un’Italia che sa anche e soprattutto amare»
(S. Berlusconi, L’Italia che ho in mente, Mondadori, Milano, 2000, p. 280).
Il Kérygma
Vassalli
Vassallo, nella società feudale, era un uomo libero che si rendeva soggetto ad un signore mediante un contratto di vassallaggio tramite il quale l’uomo libero prometteva fedeltà ricevendone in cambio protezione. È il contrario dell’essere sovrani, significa essere al servizio, sudditi, uomini e donne non liberi.
La nostra Costituzione all’Art.1 recita:
«La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
La Costituzione stabilisce quindi l’origine della sovranità come qualità appartenente ad ognuno di noi. La sovranità è sinonimo di potere, di dominio, di signoria, di autorità; qualità, queste, che stabiliamo essere in tutti gli appartenenti al popolo, ma che, come specifica la Carta stessa, vanno esercitate secondo limiti e regole. Il verbo ‘esercitare’ indica l’atto di fare esercizio, di tenere in attività, di conservare, di migliorare l’efficienza. Diversamente nella carta costituzionale potrebbe essere scritto: “La sovranità appartiene al popolo, che la concede nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Fosse scritta così, cosa cambierebbe? Sovrano sarebbe il popolo e, con le elezioni, il potere passerebbe a chi le vince, che quindi eserciterebbe la sovranità in nome e per conto del popolo.
Ma per la nostra Costituzione la sovranità non viene ceduta, resta una prerogativa del popolo che ne fa uso, la tiene in esercizio secondo regole stabilite; l’elezione è perciò strumento di amministrazione e non di delega.
Ad un primo sguardo la differenza appare sottile. È invece sostanziale. Sancisce la cesura tra l’essere signori e l’essere vassalli. In un caso – se nella Carta c’è scritto ‘esercitare’ – siamo e rimaniamo sovrani, liberi, signori; nel secondo caso – se nella Carta c’è scritto ‘concedere’ – lo siamo solo in principio.
Come dice infatti la definizione di vassallo, un uomo libero (sovrano) tramite un contratto (le elezioni) si assoggetta ad un signore in cambio della sua protezione. Il vassallaggio è atto si sottomissione passiva, non è imposto con atto autoritario, ma è la scelta di un uomo libero che rinuncia alla propria libertà in cambio di protezione. In questo si differenzia dalla schiavitù, dove invece la sudditanza viene imposta con la forza. Va da sé che lo stato finale è il medesimo. Nel periodo di vassallaggio/schiavitù si deve fedeltà al signore/padrone e se ne riceve in cambio il favore. Il ritorno alla libertà è nel caso dello schiavo, concessa dal padrone, nel caso del vassallo stabilita dal contratto.
Come detto la Costituzione italiana esclude il vassallaggio dal nostro ordinamento giuridico; ciò detto, non abbiamo alcuna garanzia che per questo non esistano forme di vassallaggio. Per capirlo dobbiamo prima interrogarci sul perché un uomo che è libero si debba assoggettare ad un signore, se, quindi, nel nostro Paese ciò possa avvenire e, nel caso, come faccia ad avvenire.
Il perché un uomo libero rinunci alla propria sovranità è oggigiorno percepibile in molteplici contesti. Prendiamo a titolo di esempio il tema del lavoro. Si sentono espressioni quali: “Il lavoro prima di tutto”… “Bisogna garantire il lavoro”… “Abbiamo salvato posti di lavoro”. Espressioni come queste si basano su un ricatto mascherato da diritto. Si parte da un sillogismo: se ognuno di noi ha diritto ai mezzi necessari a sostenere se stesso e la propria famiglia e il lavoro permette di avere tali mezzi, allora lavorare significa sostenere se stessi e la propria famiglia. La logica sottesa è un sottile ricatto: avere un lavoro è amare se stessi e la propria famiglia. Ovvio quindi che per amore si deve accettare il lavoro, qualunque esso sia e in qualunque forma sia concesso. Parlo di ‘concesso’ perché: se il lavoro mi può essere dato o tolto da qualcuno esso non è più un diritto, ma un arbitrio. Parlo di ‘sillogismo’ perché: non avere un lavoro significa forse non amare se stessi e la propria famiglia?
Il lavoro e la valenza che esso ha nella vita della nostra società è un tema su cui si gioca la sovranità di ognuno di noi. Ma ce ne sono altri: ad esempio la salute, la sicurezza, la casa. Tutti temi che possono e spesso divengono criteri irrinunciabili, quindi vincenti rispetto alla sovranità. Si tratta di cose per le quali è lecito il vassallaggio. Viene prima infatti la salute o la sovranità? La sicurezza o la sovranità? Il lavoro o la sovranità?
Il vassallaggio è un modo di pensare, prima ancora che d’essere. È una forma mentis. Si contrappone al pensiero libero, che ha come fulcro l’idea di diritto, e vi oppone il concetto di favore. Mentre il cittadino si aspetta di ricevere un bene perché gli spetta di diritto, quindi in base ad un criterio di giustizia, il vassallo si aspetta di ricevere quel bene per dono, quindi in base ad un criterio di favore.
Il vassallo è anche portatore di un’idea di società diversa da quella del cittadino: per il vassallo la società è fatta di gerarchie, è quindi verticale, per il cittadino libero la società è fatta di pari ed è quindi orizzontale. Nella società del cittadino la sicurezza – per fare un esempio – discende dal diritto e dalla legge; sono le leggi, la loro neutralità e il loro rispetto a farlo sentire sicuro. Nella società del vassallo la sicurezza è invece determinata dall’ordine gerarchico; è l’essere suddito di un signore a farlo sentire al sicuro. In questo sistema, infatti, più potente è il signore di cui si è sudditi, maggiori garanzie si hanno; nello stato di diritto – un altro nome che assume la società del cittadino – più i cittadini sono eguali davanti alla legge, maggiore è la sicurezza di cui godono. Per il cittadino avere una società migliore significa aumentare il grado di eguaglianza ed equità del sistema; per il vassallo, al contrario, avere una società migliore, significa essere il più possibile vicino alla vetta della struttura. Il vassallo non ha diritti, perché cedendo la sua sovranità vi rinuncia scegliendo la logica della sudditanza; il cittadino, infatti, pretende e confida nel rispetto della legge, il vassallo chiede e confida nella generosità del proprio signore. Nel sistema feudale – un altro nome che assume la società del vassallo – la forza del sistema cresce con l’aumentare dell’arbitrio, al contrario nello stato di diritto la forza del sistema aumenta al crescere della legalità.
È evidente come il sistema clientelare, tanto in voga nelle nostre amministrazioni, sia un buonissimo esempio di vassallaggio, come lo sono il sistema delle visite mediche presso privati, o il contratto imposto a Mirafiori. Ovviamente un altrettanto buon esempio di pratica di vassallaggio è il sistema mafioso.
Quanto in Italia funzioni l’uno o l’altro sistema non saprei dire. Probabilmente essi convivono.
Piuttosto ci si dovrebbe chiedere quale dei due sia migliore. A molti parrà che lo stato di diritto, se pure preferibile, sia utopistico e che quindi ci si debba rassegnare ad un sistema feudale, ma si sbagliano. Entrambi i sistemi infatti si reggono su regole e quindi entrambi possono essere messi in crisi.
La regola principale del sistema feudale è l’immutabilità delle posizioni sociali., ossia la diversità per diritto di nascita. Per questo nel sistema feudale il potere è ereditario. Quand’è che il sistema viene messo in crisi e salta? Quando un vassallo decide di liberarsi del proprio signore. È il caso della borghesia ottocentesca o del picciotto che decide di fare le scarpe al camorrista.
La regola principale del sistema di diritto è che tutti – Stato compreso – siano tenuti al rispetto delle leggi. Per questo nelle aule dei tribunali italiani sta scritto «La legge è uguale per tutti». Quand’è, in questo caso, che il sistema viene messo in crisi e salta? Quando un cittadino prende a ritenersi diverso dagli altri e quindi non soggetto come tutti alla legge. È il caso di Gaio Giulio Cesare, di Napoleone e di… avete capito.
È interessante notare in conclusione come la regola che regge un sistema coincida con il virus che mette in crisi l’altro. Il sistema feudale cade sotto i colpi del principio di uguaglianza; lo stato di diritto sotto i colpi del vassallaggio.
Nel prossimo post il racconto della salvezza: dal Vangelo secondo Davide.
Le storie del mondo
Quando nacque generazionevaselina.it qualcuno ricorderà che scrivevamo di weltanschoung, di zeitgeist, di rivoluzioni copernicane, di cambiamento di sguardo sulla realtà. E dicevamo che questi cambiamenti erano nell’aria, che ci sarebbero capitati addosso che noi l’avessimo voluto o meno. Che un certo modo di vedere il mondo stava esaurendo il suo ciclo e che un’altra “realtà” stava facendosi strada.
I giovani magrebini si ribellano a tiranni che per decenni hanno oppresso le vite loro e dei loro padri. Si ribellano a regimi che noi occidentali abbiamo appoggiato per ragioni economiche ma soprattutto culturali. Ci comportiamo da secoli come civiltà superiore; abbiamo considerato e continuiamo a considerare l’Asia, il mondo Islamico, il mondo Africano come tappe intermedie e ancora a venire di un cammino di civiltà di cui la nostra, quella occidentale, rappresenta l’avanguardia. Da quattrocento anni, dall’inizio di quella che, non a caso, chiamiamo l’età moderna, abbiamo guardato al resto del mondo dall’alto in basso. Non ci avvediamo di trovarci al cospetto di civiltà millenarie, in alcuni casi più antiche della nostra. La storia che impariamo a scuole gira attorno al bacino del mediterraneo e ci spinge a credere che la civiltà sia sempre stata tutta lì.
Ma pensiamo davvero che i Cinesi quando rileggono la storia del mondo partano dalla Mesopotamia per poi passare per greci, romani, papi, regine e Napoleoni vari?
Mentre l’Occidente annaspava nel medioevo, il califfato arabo si estendeva dall’Europa all’Asia, comprendendo da un lato la penisola Ispanica e la Sicilia, fino ad arrivare nella sua estremità orientale alla penisola Indiana. Le loro città avevano ospedali, scuole pubbliche (la prima università d’Europa, a Cordova in Spagna, la fecero loro), e se non invasero e conquistarono il resto d’Europa è perché la ritenevano una regione boscosa abitata da popoli barbari e incivili. Si limitavano a venire con le loro navi nel sud dell’Italia o nei Balcani; rapivano decine e centinaia di bambini, li portavano nelle loro città e li facevano crescere in accademie militari, dove diventavano il nerbo del loro imponente esercito. Questo eravamo per loro: una riserva per l’esercito.
Il fatto che in seguito la storia abbia portato alcune nazioni europee a dominare i mari e poi il mondo non è letta dall’Islam come l’arrivo di una civiltà superiore, ma come tragica conseguenza del decadimento della loro civiltà. Cosa pensereste se un giorno, all’improvviso, quelli che considerate dei barbari incivili, si trovassero a regnare sulle vostre terre? Bé, l’unica spiegazione sarebbe che la vostra civiltà è decaduta e si è indebolita al punto da cadere nelle mani degli Occidentali.

- Immagine del 01 febbrario 2011 tratta da www.ilmessaggero.it
Quanto ho scritto potrebbe anche divenire motivo per giustificare allarmismi come la retorica dello scontro di civiltà. Ma in tal caso ne rappresenterebbe una lettura distorta. Ciò che intendo comunicare è proprio il contrario. È il leggere la storia del mondo come se fosse una storia solo nostra che ci fa appartenere ad un mondo di primi e di secondi, di vincitori e di vinti. E sarebbe non capire niente della storia del mondo. Raccontare la storia di quel che ha portato a noi e credere che la storia del mondo coincida sostanzialmente con questo racconto, significa ignorare storie altrettanto grandi e altrettanto potenti. Non ci sono storie che meritano di essere raccontate prima e più di altre. Perché una storia è per definizione un qualcosa che è, solo se viene raccontato. E se il raccontarlo significa restituirlo alla realtà, significa anche affermare chi siamo, da dove veniamo e perché siamo finiti qui; e ciò non può essere negato a nessuno, perché ha a che fare con l’esistere, con l’esserci. Raccontare solo una storia non significa semplicemente dimenticarsi di qualche aneddoto, ma è un atto criminale, perché nega all’altro il tempo dell’esistere, non gli permette di essere.
Allora sarebbe supponente leggere solo da Lampedusa quanto sta avvenendo nei Paesi a sud del Mediterraneo. Sarebbe dai idioti – abbiamo già chiarito il significato di questo termine in “Uguali e diversi” – non vedere come nel resto del mondo stia crescendo la democrazia, e soprattutto sapere che non ce l’abbiamo portata noi con la guerra. Dobbiamo farci il regalo di permettere a questi popoli di raccontarci, mentre accade, la storia della loro democrazia, della loro libertà. Perché è solo nell’ascolto della storia degli altri che possiamo capire in profondità i grandi nodi della nostra. Perché quanto vi è di più personale ed unico in ciascuno di noi è l’elemento che, se partecipato e narrato, parla agli altri nel modo più profondo.
E se il Cavaliere uscisse di scena
Ritorno proponendovi una ulteriore citazione. Si tratta di un articolo di Ilvo Diamanti, sociologo, uscito su Repubblicac.it il 24 gennaio 2011, che offre, a mio parere, una interessante lettura di cosa accadrebbe alla politica nel nostro Paese il giorno che Berlusconi dovesse ritirarsi.
E se domani Berlusconi uscisse di scena, travolto dagli scandali e dalle inchieste giudiziarie, più che dall’opposizione politica. Lasciato solo dagli alleati. Dalla Lega, che ha già annunciato l’intenzione di andare subito al voto, se il federalismo si arenasse in Parlamento. Da Umberto Bossi, sempre più infastidito dallo stile di vita del Premier (a cui consiglia di “darsi una calmata”).
Criticato dagli industriali, che considerano l’azione economica del governo insufficiente contro la crisi. (Lo ha ribadito anche ieri Emma Marcegaglia.) Dalla stessa Chiesa vaticana, fino a ieri indulgente seppure imbarazzata. Danneggiato dall’immagine internazionale, a dir poco logora. Infine, elemento definitivo e determinante, sfiduciato dagli italiani, dai suoi stessi elettori. (Nonostante i sondaggi degli ultimi giorni non suggeriscano grandi spostamenti elettorali. Segno di un’assuefazione etica molto elevata).
Anche in queste condizioni, Berlusconi, probabilmente, resisterebbe fino in fondo. (“Non mi piego, non mi dimetto, reagirò”, ha ripetuto due giorni fa.) D’altronde, ha sempre dato il meglio (o forse il peggio) di sé di fronte alle emergenze. Sull’orlo dell’abisso. Come il barone di Münchausen, che riesce a sollevare se stesso e il proprio cavallo, tirandosi su per il codino.
Eppure “se” - e sottolineo “se” - all’improvviso Berlusconi uscisse di scena, messo all’angolo da coloro che hanno, da tempo, atteso (e preparato) questo momento. Ma anche da molti “amici” e cortigiani, come avviene sempre al potente, quando cade in disgrazia. Allora: cosa accadrebbe? In primo luogo, si sfalderebbe la maggioranza. Quel patto tra partiti e gruppi raccolti intorno a lui - e da lui - dal 1994 fino ad oggi. La Lega, An, i gruppi post e neodemocristiani che ancora non si sono allontanati da lui, confluendo nel Terzo Polo.
Per ragioni di Copyrigth non ci è consentito riportare l’articolo integralmente. Continua la lettura su Repubblica.it
A chi piace marrone?
Avevo intenzione di scrivere qualcosa su quanto sta accadendo fra lavoratori, sindacati, FIAT, confindustria, governo e, non ultimi, fra gli altri cittadini. La spinta maggiore m’era venuta dopo aver letto queste affermazioni: «l’accordo per Mirafiori dà diritto a “posti di lavoro, prospettiva, più salario. L’azienda stava chiudendo, che ci sia stato un manager come Marchionne che ha voluto saper ricostruire le condizioni di base dell’azienda e ha avuto la capacità di allearsi con la Chrysler e darsi un piano che incoraggia i mercati a finanziare un piano industriale per noi importante”» (La Repubblica e Mattino Cinque).
Di chi sarà mai questa affermazione? Della Marcegaglia? Del ministro Sacconi? Di un qualche altro esponente del governo? Una frase così, che mette il lavoro al di sopra di tutto senza più interessarsi della qualità di quest’ultimo; che ignora la fatica di stare 8 ore in catena di montaggio (il nuovo accordo ne prevede anche 10) e il fatto di poterci passare quarant’anni della propria vita; che dimentica che a dare il lavoro è il lavoratore e che al massimo un’impresa dà occupazione; che sembra scordare il fatto banale che la FIAT fa macchine notoriamente di bassa qualità e di scarso appeal, che sono la vera ragione della sua fatica a sopravvivere nel mercato globale. Perché se ancora le parole hanno un senso – e su questo sarà bene tornare – la bassa produttività, cioè l’accusa che Sergio Marchionne fa agli operai, significa che la FIAT vende auto che non riesce a produrre, cioè ha un sacco di richieste e, a causa dell’inefficienza dei propri operai, non può soddisfarle. Questo è l’esatto contrario della realtà. La FIAT non vende automobili per due ragioni: la prima è che le auto sono un prodotto non più sostenibile (cioè se ne vendono abbastanza solo se gli Stati ci mettono l’incentivo); secondo perché se anche fossero sostenibili gli automobilisti preferiscono altre marche (1).
E allora perché l’accusa di improduttività rivolta agli operai? Perché la minaccia di andarsene dall’Italia con la produzione? E soprattutto perché la frase di inizio post l’ha pronunciata un sindacalista della CISL, meglio, il segretario generale della CISL Raffaele Bonanni?
Piacerebbe saperlo! L’unica cosa che mi viene in mente è uno strano incontro a Palazzo Grazioli, sede dell’allora “Forza Italia”, in data 11 novembre 2008, ma non sapendo cosa si son detti mi affido anche questa volta ad una simpatica citazione che vi propongo integralmente:
Immagina di essere un inquilino di un palazzo signorile nel centro di una qualche bella città italiana. La vernice esterna del palazzo si è scrostata e c’è bisogno di una nuova mano di pittura. Il tuo primo istinto, alla riunione di condominio, è di dire che ognuno dipinge i muri esterni del suo appartamento come gli pare. Risulta però che una ordinanza comunale impone che il palazzo venga dipinto interamente dello stesso colore, per motivi di arredo urbano. Non c’è quindi alternativa, occorre accordarsi tra inquilini sul colore da usare.Inizia quindi la discussione e immediatamente si nota una spaccatura tra gli inquilini. Una maggioranza odia il marrone con tutte le forze e preferisce ad esso qualunque altro colore. Gli inquilini con tali preferenze formano la loro organizzazione, la Federazione Inquilini che Odiano il Marrone (FIOM). Agli altri inquilini il marrone invece sta bene, anche se discutono un po’ sulle tonalità. Formano quindi due organizzazioni, la Federazione Inquilini per il Marrone (FIM) e la Unione Inquilini per un Leggero Marrone (UILM). Una volta create le associazioni si scopre che alla FIOM aderiscono 363 inquilini; sono invece 190 gli inquilini che aderiscono alla FIM e circa 100 quelli che aderiscono alla UILM. I numeri a dir la verità sono un po’ malfermi, non sono molto aggiornati e non c’è un organismo terzo che li certifichi. Ma è abbastanza chiaro a tutti che la FIOM è di gran lunga l’organizzazione più numerosa e rappresentativa e che raccoglie più iscritti delle altre due.
Chi avrà a questo punto il diritto di contrattare con l’impresa il colore da dare al palazzo e magari il costo del servizio? In altri palazzi e in altri periodi le varie associazioni degli inquilini avevano comunque cercato di mettersi assieme e trattare in modo unitario. Ma questa volta proprio non ci si riesce, le opinioni riguardo al marrone sono troppo divergenti. Logica vuole quindi che l’associazione degli inquilini maggioritaria conduca le trattative.
Ma non è così. Risulta che l’impresa che deve fornire i servizi di pittura ha una particolare passione per il marrone e decide di mettersi d’accordo con le associazioni minoritarie degli inquilini che condividono la sua passione. Come è possibile, fare una cosa simile? È possibile perché il sindaco ha pure lui una spiccata simpatia per il marrone, ed emette un’ordinanza che afferma essere completamente legittimo e vincolante per tutti l’accordo raggiunto tra l’impresa e le associazioni minoritarie.
Essendo un inquilino che odia il marrone si può ben capire il tuo grado di disperazione. Pazienza se tu fossi l’unico che odia il marrone, ma risulta che la maggioranza degli inquilini la pensa come te. Come è possibile che si ignori bellamente la volontà della maggioranza? Fai allora un ultimo tentativo. Dici: va bene, è stato fatto questo accordo ignorando l’associazione maggioritaria degli inquilini. Non discutiamo come ci si è arrivati, ma vogliamo almeno sottoporre tale accordo al giudizio degli inquilini? Magari le associazioni minoritarie hanno correttamente interpretato la volontà della maggioranza. O magari no, e sarebbe bene saperlo. Chiedi quindi che l’accordo tra associazioni minoritarie e l’impresa venga sottoposto a referendum. Ma il sindaco, l’impresa e le associazioni minoritarie ti rispondono picche. Niente referendum, l’accordo va bene così e lo devi trangugiare. Perché? Perché loro hanno deciso che il marrone è proprio bello e farà bene al paese. Chi si oppone rema contro e va zittito.
Non hai più parole. Come è possibile, ti chiedi? Sarà anche una decisione di poco conto, il colore del palazzo, ma a quanto pare è stata sottratta completamente alla volontà degli inquilini. L’appartamento lo avevi pagato fior di quattrini, e adesso risulta che la tua opinione sul colore con cui pitturarlo non ha la minima rilevanza. Che razza di paese è questo? Cosa è successo ai diritti di proprietà? Dove sono finite le norme più elementari di uno stato liberale?A questo punto ti svegli dall’incubo. È stato solo un brutto sogno. Ovviamente non possono dipingere un palazzo con un colore odiato dalla maggioranza degli inquilini. Men che mai un palazzo signorile in centro.
Oppure ti svegli e ti rendi conto che la realtà è molto peggiore. Perché l’accordo separato con le associazioni minoritarie non riguarda una questione di poco conto come il colore del palazzo. Riguarda il tuo lavoro e la tua unica o principale fonte di reddito. Perché tu non sei un inquilino di un palazzo signorile del centro. Sei solo un metalmeccanico.di Sandro Brusco, 17 ottobre 2009 su noiseFromAmerika
Come ormai è all’ordine degli ultimi post c’è di nuovo da scegliere da che parte stare. Da buoni cittadini anche ‘sta volta c’è da essere partigiani. Io sto con gli operai, parteggio per loro, voglio essere partigiano.
(1) Il mercato FIAT si aggira intorno al 30% in Italia, cioè ogni 10 Italiani, 7 non comprano una FIAT (Alfa Romeo, Lancia, ecc.). In Europa siamo invece intorno all’9%, cioè ogni 10 europei, uno a fatica compera una FIAT.
Odio gli indifferenti
Questa volta mi limito ad una citazione, ma di quelle che pesano. Godetevi la lettura!
«Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti».
Antonio Gramsci – 11 febbraio 1917
Alla prossima.
Buone feste a te e ai tuoi cari
In occasione delle festività natalizie, il team di generazionevaselia.it desidera farvi giungere i più sentiti auguri per un felice Natale e un prosperoso 2011.




















