Dalla parte di chi?

In questi mesi mi sono più volte interrogato – ed in alcuni post la cosa è probabilmente emersa – su cosa spinga gli italiani a preferire la destra alla sinistra, su cosa vogliano dire oggi questi due termini, su cosa significhi essere di destra o di sinistra in Italia. La parola partito deriva il suo significato dalla radice “parte”. Esso indica cioè la presunzione di rappresentare una parte, di stare da una parte piottosto che da un’altra. Da che parte sta oggi la sinistra? E la destra? Da che parte il PD? E il PDL o la Lega e l’UDC? Difficile dirlo. Credo che a molti italiani farebbe piacere avere dei partiti che stanno “dalla parte di-” come vorrebbe la “P” che spesso caratterizza le loro sigle. Invece si tratta di organizzazioni di potere volte a prendere voti ovunque e da chiunque, senza prender le parti di nessuno. A vedere da che parte sta il PD e in genere la sinistra italiana può aiutarci un testo che vi propongo di seguito. Per la destra non lo so, non sono neppure sicuro che esista la destra in Italia dopo vent’anni di berlusconismo.

«Così provo ad immaginare che cosa, nella lunghissima e tormentata disputa sulla linea di confine fra socialismo e comunismo, tenesse separate le due identità. Ancora fino agli anni Ottanta, c’erano infatti tre regole auree che spiegavano queste differenze.

La prima. Tutti i  comunisti, da Ingrao a Napolitano, hanno condiviso un’idea della storia: la rivoluzione d’Ottobre, con tutti i suoi limiti, ben chiari dagli anni Trenta ad oggi, doveva essere considerata in ogni caso l’evento che rompe il dominio dei vecchi poteri sul mondo, un punto di ripartenza dell’idea di liberazione nella storia del secolo, la condizione necessaria per rompere il dominio del colonialismo nel terzo mondo.

La seconda. Tutti i comunisti, da Ingrao a Napolitano, da quelli di sinistra a quelli di destra, dai proletari agli ultraborghesi, avevano fatto una scelta di classe: la ragione sociale che il partito difendeva non era quella delle aristocrazie dominanti.

La terza. Tutti i comunisti, da Ingrao a Napolitano, dai plebeisti ai più aristocratici, avevano scelto la “causa degli ultimi”. Non il tradizionale (e spesso nobile) pietismo che i cattolici avevano costruito nei secoli per gli ultimi, e nemmeno il compassionevole sentimento di assistenza che la cultura liberale aveva loro riservato a partire dall’Ottocento. Non era l’idea che gli ultimi avrebbero potuto diventare i primi, magari in uno scenario ultraterreno. Era l’idea che gli ultimi avrebbero dovuto essere i primi. Che gli ultimi erano addirittura meglio dei primi, che il mondo nuovo avrebbe ribaltato la piramide sociale, e che avrebbe funzionato meglio. Brecht scriveva:

“Anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia fa la voce roca.
Ma noi, che avremmo voluto approntare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.”
.

Diceva Berlinguer: “Noi siamo convinti che questo mondo, anche questo terribile e intricato mondo di oggi, possa essere letto, interpretato, messo al servizio dell’uomo e del suo benessere. La lotta per questo obiettivo, è un obiettivo che può riempire degnamente una vita”. Da quanto tempo i leader della sinistra non riescono ad adombrare l’afflato di questa speranza, nei loro farraginosi e politicistici formulari? La scrittrice Clara Sereni,  comunista e figlia di un prestigioso dirigente del PCI, ha addirittura coniato una bella parola, “ultimismo”, per descrivere in modo esatto questa passione radicale e ideologica.

Diventato segretario dei DS qualche anno fa, invece, Piero Fassino si fece scappare una frase a suo avviso spiritpsa, e a mio parere rivelatrice: “Guardate che il PCI non stava mica con gli sfigati!” Ecco, in quella parola, che nessun comunista avrebbe mai potuto pronunciare – gli sfigati – c’è tutto il senso di un terremoto culturale e di una vistosa perdita di lucidità. Declassare gli ultimi, per farli ritornare dei poveretti, cancellarli dalla prospettiva delle proprie battaglie, non ha nobilitato le sinistre postcomuniste, ma le ha come svuotate di senso. Le ha riportate indietro nel tempo, le ha poste su un piano più arretrato di quello della narrativa dickenseiana o deamicisiana. Le ha disancorate dalla loro ragione sociale, esposte alla concorrenza micidiale dei populismi di destra; le ha appiattite sullo stereotipo venefico della cultura radical-chic, quello che rende i democratici di oggi odiosi e invotabili, agli occhi di grandi strati popolari. Li ha esposti al virus da cui quella geniale invenzione che fu la lotta di classe sembrava averli vaccinati. Eppure nel mondo di oggi le barriere di classe sono tornate a sollevarsi, altissime, all’interno e al di fuori degli antichi recinti. Gli ultimi da riscattare, invece che ridursi, si sono moltiplicati: neopoveri, extracomunitari, lavoratori esclusi dalle posizioni di sicurezza sociale conquistate in generazioni di battaglie. Sarebbe facile che la sinistra quando parla di sfigati diventi sfigata. Di sicuro, senza gli ultimi, malgrado l’euforia presuntuosa dei suoi leader, non va da nessuna parte».

Qualcuno era comunista, Luca Telese, Sperling & Kupfer, 2009.

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La grammatica del vivere …

A poche ore dalla fine di questo strano 2009, l’occhio mi cade su due libri [1, 2] che mi hanno messo in difficoltà in questi mesi.
Parlano di come noi, la nostra società, il nostro modo di pensare, siamo diventati rigidamente attaccati a verbi transitivi, ed abbiamo abbandonato l’uso di verbi intransitivi.
Non si tratta di libri di grammatica, nè di linguistica o logica, ma libri che scavano nel linguaggio, nel senso comune, nelle nostre radici quotidiane, mostrandoci verso dove salgono e quali direzioni prendono i rami della nostra conoscenza e del nostro vivere.

La caratteristica del verbo transitivo è il fatto di descrivere un’azione che “transita” da un soggetto a un oggetto. Cioè, per poter “esistere” in quell’azione, il soggetto necessita un oggetto, altrimenti, non potrebbe fare un bel nulla. Usare verbi transitivi, one wayvivere di verbi transitivi, significa “dipendere” da un oggetto, essere vincolato a un “qualcosa” per poter agire, per poter vivere. Per come ci muoviamo oggi, possiamo dire di vivere transitivamente, di vivere per e con oggetti: “siamo ciò che compriamo”, siamo la società (come direbbe Latouche) del “ben-avere”, piuttosto che del “ben-essere”.

Il verbo intransitivo è il verbo della riflessività, della responsabilità. Non ha oggetti, non si appoggia a “cose” se non al suo stesso esser detto o agito, se non alla stessa persona che compie e incarna quel verbo. Verbi come vivere, morire, pensare, piangere, sorridere, i “grandi verbi” che compongono il nostro essere al mondo, rimangono baluardi dell’intransitività, verbi a cui è ancora difficile accostare un complemento oggetto. Il verbo intransitivo, potremo dire, non ha oggetti, è un verbo di presenza, di “coraggio e responsabilità” (per citare il motto del nostro sito).
E infatti se ci pensiamo, “cambiare qualcosa” significa riversare l’azione e la responsabilità su quel “qualcosa” che deve essere cambiato. E’ quel qualcosa che crea problemi, che non va, è sua la colpa, è a causa sua che si deve realizzare il cambiamento. “Cambiare” in senso intransitivo sollecita invece la nostra responsabilità, la nostra creatività, il nostro essere persone. Cambiare (in senso intransitivo) ci dice della responsabilità che abbiamo di noi stessi e del mondo, ci dice che il cambiamento non è qualcosa da fare, o qualcosa da realizzare, ma il cambiamento “siamo noi”.
Per questo nuovo anno che a breve ci aprirà i suoi giorni, ci auguro di fare esperienza, come direbbe Ivan Illich, in maniera intransitiva.

(1) Ivan Illich. Nemesi Medica. L’espropriazione della salute. 2004. Mondatori Editore
(2) Ivan Illich. La perdita dei sensi. 2009. Libreria Etitrice Fiorentina.
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Rotatoria

Negli ultimi tempi mi sono trovato a girare per il Veneto e per i suoi paesini un po’ più di frequente. Nel farlo mi sono portato appresso un navigatore satellitare nuovo e aggiornato.

Nessuno si stupirà nel leggere che ho attraversato centinaia di rotatorie e che decine di queste non erano ancora nelle mappe del navigatore. A stupirmi non è stato il fatto che ce ne fossero tante (da tempo sono divenute una presenza abituale), ma il fatto che ce ne fossero di continuamente nuove. Forse che ogni incrocio che conosciamo, un giorno diverrà una rotatoria? Sta di fatto che le rotatorie fioriscono come funghi.

Ma passiamo alle metafore. Di cosa è metafora la rotatoria?

La prima volta che ho sentito parlare di rotatoria come simbolo del nostro tempo è stato alcuni anni fa. Ad usarla fu un professore di Padova, psichiatra, in occasione della presentazione di un libro sui suicidi a Rovigo. Non so essere più preciso, dato che vado a memoria, né ricordo il contesto specifico in cui stava ciò che il professore disse, ma ricordo le esatte parole: «le rotatorie sono la meridionalizzazione del nord!». La metafora era calzante anche se di sapore veteroleghista. Il professore sosteneva che stiamo prendendo l’abitudine a non avere più regole e a farci ognuno le proprie. Come nelle rotatorie, che sono la versione nordica degli incroci di Napoli. La rotatoria è il luogo dove la non regola è diventata regola; passa il più scaltro, il più veloce, il più furbo… per legge.

Qualche settimana fa, scrivendo il post Il bivio, cercavo sul web una immagine che facesse da contorno allo scritto. Mentre navigavo mi sono chiesto se anziché un bivio non fosse stato meglio mettere l’immagine di una rotatoria. Perché? Credo che la rotatoria possa essere metafora anche di quel che oggi è la politica italiana, o meglio di come si è evoluta la proposta politica italiana. Un tempo, come sulle strade, arrivavi ad un bivio e dovevi scegliere con chi stare, che parte (1) prendere. C’erano strade principali, con precedenza sulle altre; c’erano semafori ai quali fermarsi; c’era il tempo in cui attraversavi tu e il tempo in cui a passare erano gli altri. Una inversione a U era una manovra azzardata, specie su una strada principale. Poi sono arrivate le rotatorie. Perché? Perché snelliscono il traffico, lo rendono più scorrevole, ti danno gli incentivi… Anche l’impegno politico è divenuto una grande rotatoria. Arrivi nei pressi di questa grande rotonda e non sai bene quale uscita sia la tua; sai che intanto entri, perché il primo obiettivo è quello, poi si vedrà. E così nella gara degli sguardi, delle accelerate e frenate repentine, qualcuno riesce a farsi largo, ad entrare. Quando sei dentro poi inizi a girare, girare, e rigirare. Qualcuno prova anche ad uscire, ma non si sa bene se abbia preso la strada giusta, dato che ci sono ancora i vecchi cartelli, quelli di quando c’era il  semaforo. I nuovi, con le indicazioni delle uscite, non sono ancora stati installati. La rotatoria è stata costruita in fretta e furia… c’era bisogno di far presto, non si può fermare il traffico.

Oggi le rotatorie sembrano essere divenute la soluzione al dilemma di ogni incrocio. Che sia proprio così?

(1) La parola partito è composta proprio dalla radice “parte”.
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Buone feste a te e ai tuoi cari

In occasione delle festività natalizie, il team di generazionevaselia.it desidera farvi giungere i più sentiti auguri per un felice Natale e un prosperoso 2010.

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Dizionario del cittadino: “tolleranza”

La tolleranza è la predisposizione civica a convivere armoniosamente insieme a persone di credo diverso o pensiero opposto al nostro, nonché con abitudini sociali o costumi che non condividiamo. La tolleranza non è mera indifferenza, ma comporta spesso anche sopportare ciò che non ci piace: naturalmente, essere tolleranti non impedisce di formulare critiche ragionate, né obbliga a tacitare il nostro modo di pensare per non «ferire» coloro che la pensano diversamente. La tolleranza è bidirezionale: in altre parole, il prezzo che si paga a non vietare o impedire il comportamento del prossimo prevede, come contropartita, che questi si rassegni alle obiezioni o alle burle di chi ha preferenze diverse. Ovviamente, in molti casi la cortesia suggerisce la moderazione, ma è una scelta volontaria, non un obbligo di legge. Essere tolleranti non richiede di essere universalmente acquiescenti… Inoltre, ciò che si deve rispettare sono sempre le persone, non le loro opinioni o i loro comportamenti.

E naturale che la tolleranza richieda un contesto istituzionale condiviso che deve essere rispettato da tutti: chi lo nega o lo ostacola, sta negando anche il proprio diritto ad essere tollerato. Uno dei pilastri della tolleranza è limitare ciò che la compromette – cioè denunciare sia l’intolleranza che l’intollerabile – e lottare democraticamente contro di esso. Lo scrittore svedese Lars Gustafsson ha ben sintetizzato il concetto: «la tolleranza dell’intolleranza produce intolleranza». E d’altro canto, anche godere dei vantaggi della  tolleranza pubblica impone a ciascuno di rinunciare a esercitare forme di intolleranza privata. L’eccesso di suscettibilità di certi gruppi organizzati in vere e proprie lobbies è una nuova forma di intolleranza in nome di una «tolleranza» che non ammette critiche, per esempio, quando trasformano in «fobie» (islamofobia, cristianofobia, omofobia, catalanofobia e via dicendo), ovvero in una specie di malattia, qualunque commento di disapprovazione rivolto a loro. Decretare che chi non è d’accordo è una specie di malato sociale è una delle pratiche totalitarie più antiche.

Essere tolleranti non significa essere deboli, ma, al contrario, abbastanza forti e abbastanza sicuri delle proprie scelte per convivere senza scandali né timori con la diversità, purché questa rispetti la legge. Ciò che è veramente l’opposto della tolleranza è il fanatismo, spesso tipico non già dei più convinti, ma di coloro che pretendono di far tacere i propri dubbi imbavagliando e ammanettando gli altri. Come disse bene Nietzsche, «il fanatismo è l’unica forza di volontà di cui sono capaci i deboli». Il generale, le società più intolleranti sono quelle che si sgretolano più facilmente non appena, al loro interno, si autorizza l’espressione della dissidenza, che rompe con l’uniformità precostituita.

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Ignoranti gerontologici o assoluti imbecilli?

17 dicembre 2009 Print This Post Print This Post Davide 3 commenti

Sono stato tentato e ritentato di scrivere qualcosa su ciò che è avvenuto domenica scorsa al Presidente del Consiglio. Avrei voluto dire che chi semina vento raccoglie tempesta, che sia a destra che a sinistra non si fa che scialacquare la nostra democrazia.

Sono indignato da quel che ha detto l’On. Fabrizio Cicchitto; cioè del fatto che ad “armare la mano” (1) del mitomane sarebbero state testate come Repubblica, di cui sono stato lettore e finanziatore per anni, o come Il Fatto, di cui sono attualmente abbonato. Insomma, per il capogruppo alla Camera del Pdl è probabile che io, come centinaia di italiani che acquistano il giornale a cui danno più credito, e quindi ne sono in parte i finanziatori, siamo i mandanti occulti del “vile attentato”.

In questi giorni ho sentito amici di destra e di sinistra accusare la controparte di essere la principale causa di questo clima e contemporaneamente ammettere che anche la propria aveva esagerato. Ne ho dedotto che nel gioco del ‘chi ha iniziato per primo’ non vince nessuno. Per questo preferisco non giocarci (i giochi senza fine non mi appassionano).

Berlusconi o lo si ammira o lo si disprezza. Non c’è via di mezzo, e su questa cosa, credo di poterlo dire a ragione, egli ha costruito la sua figura di leader indiscusso del centrodestra. Non si è mai posto come il mediatore, ma come l’oggetto del contendere. Sia a destra che a sinistra, tutto da 15 anni gira attorno a lui e alla sua figura. E ripeto, su questa immagine, corrispondente o meno alla realtà della sua persona, Berlusconi è l’ombelico della politica italiana. La sua figura divide in due l’Italia, e una delle due parti, anche se con diversi gradi di intensità, lo disprezza.

Io questa non la definisco una “campagna d’odio”, ma la realtà di un paese diviso e mantenuto intenzionalmente tale, perché da entrambe le parti politiche c’era da guadagnarci. Non ne faccio una tragedia, perché Berlusconi era già stato fatto oggetto del lancio di un treppiedi, Bush di un paio di scarpe, e soprattutto perché ognuno di noi ha imparato da anni a riconoscere i volti degli uomini della sua scorta. Il presidente del Consiglio Italiano, come altre cariche dello Stato girano scortate, perché? Ovvio! Ciò non significa che debba accadere qualcosa, ma che va messo in conto. Dato che era già successo, dato che io un anno fa, solo perché impugnavo una reflex, ero entrato ad una conferenza stampa di cui lui era l’ospite senza alcuna perquisizione e senza che qualcuno mi chiedesse chi ero, e trovandomici a un metro, la domanda che tutti ci dovremmo porre è: «perché, quando è ovvio che un Presidente del Consiglio è facilmente vittima di azioni e atti mitomani, non viene adeguatamente protetto?»

E invece, di fronte ad una cosa di una tale gravità – e non mi riferisco al gesto, ma al fatto che è stato possibile – si discute sui mandanti, sui colpevoli di un clima, su chi ha “armato la mano”… e non sul fatto che chiunque può avvicinarsi al Primo Ministro. E questo ha anche a che fare con le escort e con tutto ciò che gira attorno al Berlusconi, e su cui ci si dovrebbe interrogare.

È come se io andassi alla Casa Bianca, suonassi il campanello, venisse ad aprirmi Obama e io gli tirassi uno schiaffo ben assestato, perché non sono d’accordo con il suo Nobel per la pace. Secondo voi chi andrebbe sotto accusa? L’apparato di sicurezza del Presidente, o l’Accademia Reale di Stoccolma?

In Italia sotto accusa sono alcuni gruppi editoriali, alcuni giornalisti, alcuni politici, alcuni comici, insomma chi avrebbe creato il clima. Il rapimento e l’assassinio dell’On. Aldo Moro sono stati certamente fatti più gravi e avvenuti in un clima e in un periodo ben più cupo e tetro del nostro, ma nessuno al tempo si sognò di chiamare in causa né il PCI, né gli italiani che non potevano sopportare il Presidente della Democrazia Cristiana (ed erano tanti), né Carl Marx per aver scritto Il Capitale.

Invece oggi si chiede la chiusura di certi siti, l’oscuramento delle pagine di facebook, di twitter, youtube e qualunque altra cosa ospiti il non consono, il non gradito, il non accettabile. E a paventare queste minacce tramite decreto è proprio il Ministro che di sicurezza si dovrebbe occupare. Siamo in presenza di persone che hanno perso il lume della ragione e fanno i ministri o i parlamentari.

Esagero? No. Perché chiudere internet per quello che la gente ci scrive su è come abbattere il palazzo, il monumento, il ponte, per risolvere il problema degli incivili che fanno le scritte sui muri. È da assoluti imbecilli!

(1) Vedi: Corriere della Sera, Avvenire, La Repubblica, Il Fatto.
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Il bivio

Da un po’ provavo a mettere su “carta” una ragionata spiegazione della mia disaffezione, non alla politica, ma ai partiti italiani. Qualche giorno fa, sollecitato ancora una volta sul tema da una giovane amica le ho risposto, e ne è uscita questa missiva che vi riporto integralmente.

La tua è una bella domanda… È da un po’ che mi accingo a scrivere un post su www.generazionevaselina.it che parla proprio di questo, ma l’articolo non esce. Inizio a scriverlo, ma poi non lo finisco mai. Non so ben dirti cosa sia: se la mancanza di chiarezza, se l’incapacità di esprimere quel che penso.
Ora provo a spiegarlo a te, ma non prometto di riuscirci.
Tutto nasce dal fatto che sono sempre più persuaso della mancanza di una identità chiara nei partiti. Con identità non intendo parole come “destra”, “sinistra”, “fascisti”, “comunisti”, “ordine e disciplina”, “padania” e tutto quel che vuoi. Intendo che in nessun partito so identificare un barlume di indirizzo, di prospettiva lungimirante, qualcosa che mi faccia intuire dove vogliono andare. Sai bene come la strada che un uomo sceglie di percorrere dice molto sia delle sue aspirazioni, che della sua persona.
Per farti un esempio: un tempo il Partito Comunista Italiano veicolava, al di là di tutte le possibili scempiaggini, l’idea che si potesse realizzare un mondo più giusto; il modo in cui esso perseguiva questo suo ideale ci parlava sia del fine che perseguiva, sia di chi il PCI era.
Oggi nel PD non c’è nulla di ciò. Si parla di tutto e del contrario di tutto. Il PDL? Tanto peggio. Nel PD la parola “democratico” dice della apertura indiscriminata, ma che diviene indefinita, ad ogni prospettiva; nel PDL la parola “Libertà” significa la possibilità di parlare di qualunque tema, ma senza affrontarne alcuno. Prova ne è il fatto che sostanzialmente il dibattito politico degli anni di governo di Berlusconi è stato incentrato esclusivamente sui suoi problemi. Ciò non accade solo perché Berlusconi ne è capo e demiurgo, ma perché effettivamente non hanno una idea organica di come affrontare alcuno dei nostri problemi, per risolvere i quali si sono candidati. E non credere che nel PD le cose siano diverse. Non hanno un progetto, una idea, una prospettiva. Cambiano opinione praticamente dalla mattina alla sera al solo scopo di esistere. Sono delle macchine da voto, dei catalizzatori di consenso, ma di identità, di idee, di prospettive, di futuro…nulla! Sondano le nostre opinioni per poi provare a dirci che quel che in quel momento ci sembra utile è sempre stato il loro particolare (vedi la Lega e le questioni immigrazione e sicurezza). L’unica cosa che distingue PDL e, come ironicamente dice Grillo, il PD meno L, è che almeno nel PDL a vender fumo sono bravi.
Stante in questi termini la mia visione dei partiti (ha parlato di due principali, ma gli altri non li ritengo diversi), capisci come non posso che rinunciare al credere nei partiti che oggi ci sono.
Io voglio fare politica, perché so che con essa posso dare significato alla mia esistenza e potrò un giorno provare a rileggerla secondo un senso. Voglio fare politica, perché so che non farla è da idioti. Voglio fare politica perché può essere l’espressione più alta dell’esperienza umana, che è esperienza di comunione, di socialità, di reciprocità, di servizio e di ricerca della verità; te lo dico anche con le parole di papa Paolo VI: “Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità. La politica è una maniera esigente – ma non è la sola – di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri” (cfr. Octogesima adveninens, n. 46)  o come molti hanno tradotto questa espressione: la politica è la più alta forma di carità.
Ciò che conta è quindi iniziare a farla, non importa con chi. Mi piacerebbe avesse importanza il ‘con chi’; vorrei poter scegliere, ma la scelta richiede che esistano almeno due alternative. Nel caso italiano esistono due facce della stessa medaglia, ma la moneta che ti ritrovi in mano è la medesima. Se così è, e purtroppo ne sono convinto, ciò che resta da fare è entrarci e portarvi, per quando difficile e per quando indefinita possa apparire la cosa, una visione di futuro, di prospettiva, una identità. Se ho ragione, sarà facile riempire di senso dei meccanismi che sono solo contenitori vuoti; se mi sbaglio, tanto meglio, significherebbe che invece abbiamo dei veri partiti.

Davide

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Multiculturalismo non è pluralismo

La teoria in voga è che il multiculturalismo è la prosecuzione, l’ampliamento e il superamento del pluralismo. Niente di più falso. Andrò infatti a sostenere che il multiculturalismo è la negazione e il rovesciamento del pluralismo.

Si è già visto come il pluralismo trovi le sue origini nella tolleranza, un principio che si fonda su tre criteri. Primo: rifiuto di ogni dogma e verità unica. Io devo sempre argomentare, dare ragioni per sostenere quel che sostengo. Secondo: rispetto del così detto harm principle. Harm vuol dire «farmi male», «farmi danno». Il principio è allora che la tolleranza non comporta e non deve accettare che un altro mi danneggi. E viceversa, s’intende. Terzo: il criterio della reciprocità: Se io concedo a te, tu devi concedere a me: do ut des. Se non c’è reciprocità, allora non c’è tolleranza.

Da questi tre principi discende che così come la tolleranza è il rifiuto di ogni dogma, il pluralismo è, correlativamente, rifiuto di ogni potere monocratico e uniformante.

La città antica temeva il dissenso. La città moderna, invece, pregia il dissenso e, nel pregiarlo, lo civilizza, lo moderna, lo trasforma in un lievito beneficio o anche in una discordia che si trasforma, alla fine, in accordo o concordia. Concordia discors. La «buona città» del pluralismo punta, allora, su una diversità che produce integrazione, non disintegrazione.

Il multiculturalismo batte la via opposta. Invece di promuovere una «diversità integrata», propone l’identità «separata» di ogni gruppo e spesso la crea, la inventa, la fomenta. Il risultato è una società a compartimenti stagni e anche ostili, i cui gruppi sono molto identificati in se stessi, e quindi non hanno né desiderio né capacità di integrazione. Come dicevo, il multicultoralismo non supera il pluralismo, lo distrugge.

(Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori – 2008)

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Dizionario del cittadino: “terrorismo”

Il terrorismo è un fenomeno antico (forse inventato dai veneziani del Rinascimento, che erano capaci di affidare a un sicario il compito di liquidare pericolosi concorrenti commerciali, mandandolo in luoghi allora assai remoti come l’Olanda). Tuttavia oggi ha acquisito uno spessore e una pericolosità inauditi. Il metodo del terrorismo consiste nell’attaccare i cittadini privatamente, senza dichiarare guerra alla nazione o dover rendere conto ad autorità internazionali – con l’obiettivo di intimidire la popolazione e imporre cambiamenti nel suo orientamento politico, economico, religioso e sociale. Insisto su questo punto: il terrorismo è un metodo per costringere e punire la cittadinanza, non un’ideologia. Il terrorismo può essere al servizio delle cause più diverse, di destra e di sinistra, religiose o laiche… Insomma, non si tratta di un modo di pensare, ma di un modo di agire. Per questo è inutile e ridicolo combatterlo come se fosse una ideologia unica, omogenea, localizzata in un determinato territorio (1).

I terroristi hanno in comune la pratica di prendere in ostaggio i cittadini, giustiziarli individualmente o in modo indiscriminato, ricattando così il resto della comunità. Ogni terrorismo comporta un ricatto:dammi quello che ti chiedo o attento alle conseguenze. È ovvio che talvolta le rivendicazioni sono talmente assurde o grandiose che è quasi impossibile considerarle comprensibili («convertitevi tutti all’Islam!», per esempio), ma la vocazione al ricatto è sempre presente ed è per questo che è molto importante sapere che le concessioni fatte al terrorismo non sono mai prudenti, perché non fanno che confermare il metodo, incoraggiandolo come strumento di coazione…

Il rande stratagemma dei terroristi è di nascondersi fra quella stessa popolazione civile che vogliono minacciare. Cosicché la repressione poliziesca o militare operata contro di loro, qualora non sia prudente, può causare danni a persone innocenti provocando la reazione di molti contro le stesse autorità che tentano di proteggerli, con l’incoraggiamento insidioso degli amici dei terroristi o di volenterosi imbecilli, che non mancano mai. In questo caso, il governo può essere tentato di ricorrere a a metodi illegali o persino di ricorrere ad azioni terroristiche contro il terrorismo… il che è già un primo trionfo, demoralizzante, dei criminali. D’altro canto, se l’intimidazione terroristica si prolunga nel tempo, finirà che ci saranno delle persone che inizieranno a ritenere ragionevole cedere alla sua pressione per evitare «altre vittime». La sequenza è descritta da Garcìa Màrquez nel suo reportage su un sequestro realizzato dai terroristi colombiani: alla prima bomba che scoppia, uccidono cittadini comuni, la cittadinanza indignata chiede il pugno di ferro, pena di morte per i colpevoli, o almeno l’ergastolo…; alla seconda e alla terza la gente si rivolta contro il governo, lo accusa di inettitudine e via dicendo…; alla quarta, iniziano a circolare voci che invocano il dialogo con gli assassini  che gli si conceda una volta per tutte ciò che vogliono, in modo che smettano di uccidere. In fondo, i movimento terroristici cercano di provocare una specie di guerra civile irregolare, che faccia dubitare i cittadini dei loro governanti e schieri i politici gli uni contro gli altri per motivi d’interesse. Le democrazie, con le loro garanzie giuridiche e libertà pubbliche necessarie, sono particolarmente vulnerabili a questi metodi sovversivi ed è per questo e l’unità con cui devono reagire i cittadini consapevoli è particolarmente importante.

(1) Basti ad esempio ricordare la dottrina dell’”asse del Male” proclamata dall’ex presidente degli USA J.W. Busch, dove il terrorismo veniva considerato un male mondiale da combattere, indipendentemente dalla matrice ideologica di riferimento.
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Non so e non ne capisco niente.

A che età si diventa adulti? A quale si diventa vecchi?

I più mi rispondono sparando cifre e riflessioni para-sociologiche che provano a riempire l’etere, quasi si avesse paura di dire: «non so e non ne capisco niente».

“Non so di cosa stai parlando, o meglio non lo so più. Un tempo mi sembrava tutto più chiaro, scontato, ovvio. Adesso non mi torna più nulla. Non so e non ne capisco niente”. Così mi si dovrebbe rispondere, credo, e invece sento parole e frasi come: “la vita si è allungata… gli anziani di oggi sono persone che ancora possono dare tanto alla società… è scorretto parlare di terza età… i bambini di oggi maturano prima… maturità corporea contrapposta a maturità sociale… l’adolescenza ha ormai una durata indefinibile, ecc”. Un coacervo, insomma, di congetture da luogo ad una congerie di spiegazioni che tendono a sorreggersi piuttosto che a contraddirsi l’una con l’altra.

Vi prego di aver pazienza, se ancora una volta, mi faccio filosofo, ma ormai, lo avrete intuito, è da me.

Penso di poter dire che fintanto la morte ha rappresentato un nemico invincibile, l’uomo ha definito di conseguenza le età della vita tarandole su questa ineluttabile certezza. Data questa misura, ogni cosa andava affrontata il prima possibile per poter essere fatta, e al meglio. Esisteva un brevissimo periodo dedicato alla formazione e alla crescita che finiva ovviamente con la pubertà, segno anche fisico del fatto che si era pronti per una discendenza e per la vita nell’età degli adulti; quello era già il momento delle scelte, delle decisioni e delle responsabilità più grandi, quali il mantenimento della prole; se era il tempo delle responsabilità nel privato, non poteva che esserlo anche nel pubblico e quindi nella politica. L’avvenuta maturità dei figli rendeva necessariamente liberi dalle responsabilità sia sul privato che di conseguenza nell’ambito pubblico. L’età dell’anziano diveniva quindi l’età dell’abdicazione del potere, della memoria e della saggezza, che non aveva quindi a che vedere con il sapere cosa fare, ma piuttosto con l’essere chi ha saputo, a suo tempo, fare.

Si potrebbe pensare che la differenza tra il passato e il presente stia semplicemente in un allungamento dell’aspettativa di vita che ha conseguentemente reso “più lunghe” le varie età. La formazione è più lunga, l’adolescenza indefinita, la maturità posticipata, la vecchiaia prorogabile. Se così fosse le cose starebbero semplicemente come un tempo; solo durerebbero a lungo. Ma non è così.

La formazione più lunga supera addirittura i limiti biologici della pubertà, fino a giungere agli estremi stessi della fertilità. Una ragazza che oggi si laurea a 25-26 anni è ormai quasi troppo vecchia (biologicamente) per avere dei figli; un ragazzo rischia di scontrarsi per la prima volta con le responsabilità della vita solo a quell’età. A 18 anni si è reputati, per legge, maturi per le responsabilità pubbliche, ma non lo si è considerati, nemmeno lontanamente, per quelle private. Perché? Forse è corretto dire che un tempo si maturava prima? Forse la vita era più facile, semplice? Forse non erano in grado di capire a cosa andavano incontro, cosa stavano facendo? Sciocchezze. Piuttosto di ripetere banalità congetturali, preferirei di gran lunga sentire ancora la semplice risposta: «non so e non ne capisco niente».

Vi propongo allora una lettura, un approccio al problema. Dicevo all’inizio della riflessione che all’origine del modo di concepire le diverse età dei nostri antenati, vi fosse una precisa idea di morte. O meglio una concezione della morte come qualcosa di ineluttabile, di improcrastinabile, di inevitabile. Non esisteva via di fuga. Essa sarebbe giunta nel momento prestabilito da sempre. La cosa più saggia e ovvia era quindi farsi trovare pronti all’appuntamento, senza rimorsi, avendo compiuto ogni cosa.

Ciò che per il nostro antenato doveva apparire come certo, a noi non appare più come tale. Per noi la morte ha assunto le sembianze di un male, di una fine ingloriosa, di un castigo, di una sorta di nemesi. È l’esito di una malattia, la vita, e che come tale va guarita, procrastinata il più possibile, va medicalizzata. Di fatto cerchiamo medicamenti per la vecchiaia come se di una malattia si trattasse; ricerchiamo rimedi per le rughe, l’artrosi, l’osteoporosi. Il vocabolario stesso la definisce: «La fase più avanzata del ciclo biologico, nella quale si manifestano vistosi fenomeni di decadimento fisico e un generale indebolimento dell’organismo» (Devoto-Oli 2008). Siamo certi che per il nostro antenato fosse la stessa cosa?

È l’approccio alla morte ad essere mutato. Se per il nostro antenato era una sorta di compagna di viaggio che un giorno si sarebbe presentata, per noi diviene una compagna indesiderata, da tenere lontana, da non incontrare mai.  Ovvio, nessuno oggi pensa di non dover morire, come non lo si pensava un tempo. Ad essere cambiato è un particolare, piccolo, ma di sostanza. Per il nostro antenato la morte è improcrastinabile, per noi lo è. Per lui la morte sarebbe stata un giorno ben preciso, per noi quel giorno può cambiare, può essere posticipato. Ciò significa che la morte, da attesa, non nel senso di desiderata, ma di aspettata, di accolta, diviene respinta, ripudiata, rifiutata, allontanata. Si è insinuata l’idea, supportata poi dal progresso della tecnica, della possibilità che un giorno essa possa essere sconfitta.

Diventa ovvio che questa prospettiva sulla morte rivoluziona la stessa visione delle età della vita. Rovescia completamente la visuale. La vecchiaia non è più il tempo della memoria, ma dell’ancora possibile. La giovinezza non è più il minimo tempo indispensabile al prepararsi all’assunzione delle proprie responsabilità, ma l’infinita formazione alla stagione dell’impegno. Essendo la vecchiaia divenuta indefinita, lascia liberi di non essere mai pronti, come di non essere mai soddisfatti, quindi eterni giovani.

Verrà mai, per noi che ancora ci facciamo chiamare giovani, il giorno in cui ci sentiremo pronti a diventare adulti? A prenderci le nostre, personali e collettive, responsabilità? Quando verrà il tempo delle decisioni irrevocabili, delle decisioni che vedono un “fine!”?

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